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13:28 lunedì 12 ottobre 2026
Il Nepal c’è stata un’altra inondazione, forse causata da un altro crollo di un altro ghiacciaio Domenica 11 ottobre è esondato il fiume Budhi Gandaki, nel distretto di Gorkha, a due mesi dalle alluvioni che ad agosto avevano devastato la regione al confine con il Tibet.
Viviamo nella linea temporale in cui Carlo Calenda consiglia di ascoltare Blonde di Frank Ocean per la Giornata mondiale della salute mentale E in cui questo video diventa virale e viene trasformato in un meme dai profili social di Azione, partito di cui Calenda è leader.
Bad Bunny, Burna Boy, Robyn, Alex Consani, Lana Del Rey, il marito di Lana Del Rey e tutte le moltissime celebrity che interpreteranno i dj delle stazioni radiofoniche di GTA VI Sei di queste stazioni radiofoniche si possono già ascoltare sul sito del videogioco, in attesa del giorno dell'uscita, il 19 novembre.
Il governo israeliano ha preso piuttosto male il Premio Nobel per la Pace a Navanethem Pillay, cioè la presidente della Commissione Onu che per prima ha accusato Israele di aver commesso un genocidio a Gaza Il Ministero degli Esteri israeliano lo ha addirittura definito «la grottesca strumentalizzazione di un premio per legittimare l'odio e il pregiudizio».
Il Pentagono trasmetterà in diretta streaming la fucilazione del terrorista responsabile della strage di Fort Hood L'ultima esecuzione militare negli Stati Uniti risale al 1961. Il Segretario della Guerra Pete Hegseth ha deciso che "l'evento" va diffuso in ogni modo possibile e immaginabile.
La cosa migliore vista su internet questa settimana sono senza dubbio le reaction dei vincitori e delle vincitrici del Nobel alla notizia che avevano vinto il Nobel Pubblicate dagli stessi account social del Premio Nobel. Su tutte, spicca la foto di una esterrefatta Anne Carson.
Questo influencer non esiste ma ha comunque un sacco di follower, guadagna un sacco di soldi e vuole venderti un sacco di criptovalute Si chiama Jean Philanthrope, è comparso dal nulla a metà settembre, tira di boxe contro l'aria vestito sempre elegante e in tre giorni ha fatto milioni di visualizzazioni.
Al Met c'è una mostra dove vengono esposti solo quadri di nuvole Il Metropolitan Museum di New York ricostruisce, con dipinti, disegni e fotografie, come artisti e scienziati hanno rappresentato il cielo tra l'inizio dell'Ottocento e gli anni Venti del Novecento.

Les liaisons dangereuses

"Non sono io, sei tu". La tormentata e complessa relazione tra brand e i fan di facebook

13 Marzo 2012

Quando anni fa Facebook iniziò a diventare un’abitudine di navigazione per milioni di utenti ma, soprattutto, quando concesse la possibilità ai brand di creare le proprie pagine personalizzate, per il marketing di molte aziende fu una folgorazione. O meglio, un vero e proprio innamoramento.

Allora era ancora viva e popolare la teoria dei “brand come Lovemark” formulata da Kevin Roberts, gran capo globale dell’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi, che si basava sull’illusione di poter instaurare con i propri consumatori un legame emotivo, intimo e personale, una “relazione” che potesse sfociare in qualcosa di più del semplice apprezzamento che si prova per alcuni marchi preferiti. Una fedeltà oltre la ragione: insomma, amore.

Provate ad entrare dentro la testa di un qualsiasi marketing manager e immaginatevi di far accedere il vostro brand all’interno della vita online dei “consumatori”, incrociare i propri messaggi nel flusso delle loro conversazioni quotidiane con gli amici, avere un feedback continuo sul percepito del brand e dei propri prodotti, intersecare le proprie notizie con gli interessi e passioni dei fans, insomma, fare diventare il marchio un’entità viva, capace di costruire relazioni reali, aumentando awareness, credibilità e potenzialità d’acquisto su migliaia e migliaia di persone, il tutto a un “costo per contatto” irrisorio: teoricamente, il paradiso per il marketing di un brand.

Teoricamente, appunto. Perché in pratica, tranne rare eccezioni, le cose non sono andate proprio così.

A testimoniarlo è una ricerca realizzata negli States, ma i cui risultati sarebbero verosimilmente analoghi anche qui in Italia. L’indagine condotta da ExactTarget rileva una situazione di forte criticità nella storia d’amore via social network tra brand e persone. Già il geniale titolo “It’s not me, it’s you”  – che ricorda un frammento di discorso amoroso di rolandbarthesiana memoria rivisto e aggiornato – la dice lunga sull’incancrenimento del rapporto. In pratica nella ricerca si legge che le persone si sono rotte le scatole di ricevere mail e notifiche da quei brand che un tempo avevano dichiarato likeable: il 77% dei consumatori online intervistati ha dichiarato di essere diventati oggi più prudenti nel dare il proprio indirizzo mail alle aziende. Ma i dati più interessanti riguardano proprio gli unlike ai brand presenti su Facebook, perché le aziende in fondo “postano solo noiosi e ripetitivi messaggi di marketing con un’alta frequenza, senza offrire reali informazioni o vantaggi economici”. In pratica, la maggioranza delle aziende non sanno parlare o conversare con le persone e questo in parte già lo sapevamo; una rilettura di alcune delle 91 discutibili tesi di [mini]marketing scritte da Gianluca Diegoli, non farebbe male a chi si occupa del settore digital dei brand.

Facebook è quindi subito corsa ai ripari e ha presentato la scorsa settimana a New York nel corso della prima Facebook Marketing Conference una serie di funzioni dedicate ai brand, al fine di aiutare le aziende a conversare meglio con il proprio pubblico, dando la possibilità di avviare un contatto privato con gli utenti e implementando nuove forme di sponsorizzazioni di contenuti e condivisione degli update, premiando quei brand che aggiornano di più. Con il rischio però che questo vada ad aumentare il bombardamento di notizie di marketing che, come si è visto, rappresenta uno dei principali motivi di allontanamento delle persone dalle fan page.

Anche l’estensione della Timeline alle pagine delle aziende permette di vivere una nuova esperienza di navigazione e relazione: brand come il New York Times, Coca Cola e Burberry (per citare tre esempi molto diversi) ne hanno approfittato per raccontare la loro storia e creare una sorta di museo virtuale della marca.

Tutti questi nuovi tool richiedono un profondo pensiero strategico per le aziende, nonché una sfida creativa, finanziaria e organizzativa che non può essere delegata a dipendenti junior o a un’agenzia esterna. Occorre quindi che le aziende ripensino il loro approccio nei confronti dei social network, non in termine di investimenti di denaro, bensì di tempo, lavoro ed energia per la creazione di contenuti interessanti per il pubblico.

Qui si gioca anche il futuro di Facebook che ormai non può più basare il proprio sostentamento solo sul numero totale di iscritti (ormai giunto a 850 milioni) ma deve puntare sempre più ad essere una piattaforma e un media innovativo per le strategia di comunicazione dei brand.

L’amore è un’altra cosa.

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