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TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.
Dopo due mesi di silenzio, Paul Dano ha risposto ai commenti offensivi che Quentin Tarantino ha fatto su di lui Al Sundance Film Festival, Dano ha raccontato di essere estremamente grato alle persone che lo hanno difeso

Eredità di Leonardo Sciascia

A trent'anni dalla sua morte, una riflessione sul grande scrittore siciliano.

20 Novembre 2019

Rivendicava il diritto a contraddire e a contraddirsi Leonardo Sciascia, ma sempre rimanendo tenacemente fedele al suo credo, che era quello di affrontare il disordine della realtà cercando di decodificarla attraverso le parole, in un affannoso tentativo di giungere il più possibile vicino a una qualche forma di verità. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un uomo timido ma tenace, di sagaci intuizioni, poche parole e grandi silenzi, che altro non erano che «una difesa contro le illusioni». Un illuminista volteirano che nel suo percorso aveva raggiunto livelli altissimi di scetticismo, «steso sotto ognuno di noi siciliani come la rete di sicurezza degli acrobati del circo», come disse una volta Elvira Sellerio, sua storica editrice. La prima sera che si incontrarono, a cena, lei gli confessò il suo amore per Pasternak, perché in quel periodo sembrava non si parlasse d’altro che del dottor Zivago, appena uscito. «Non leggo mai i libri quando se ne parla troppo – rispose lo scrittore di Racalmuto – li leggo dopo». Sì, Sciascia era un anticonformista, ma non nelle pose da intellettuale o negli atteggiamenti snobistici da élite culturale, quanto piuttosto nel modo di ragionare e di pensare, sempre un passo avanti rispetto agli altri, spesso a costo di essere frainteso, come regolarmente avvenne. Sempre comunque libero da quei condizionamenti di partito a cui era costretto il suo amico Renato Guttuso, e che finirono per rovinare un’amicizia consacrata con la copertina de Il Giorno della Civetta. «La sua obbedienza ai principi, o meglio, a un principio, era indefettibile», scriverà in seguito Sciascia, «tutt’altra era la sua vita, tutt’altri i suoi sentimenti e pensieri; e con pena portava la contraddizione del come viveva col come obbediva: ma non ammetteva ci si attentasse a discuterla, pretendeva anzi che fosse capita e magari elogiata. Il che, ad un certo punto, ci ha portati a una rottura di cui entrambi abbiamo sofferto».

A rileggere oggi, a trent’anni dalla sua morte, «le sue eresie, le invettive, le ossessioni, si rimane catturati dalla capacità di anticipare temi cruciali e scomodi della vita pubblica nazionale», scrive Felice Cavallaro, giornalista del Corriere della Sera e autore di Sciascia l’eretico. Storie e profezie di un siciliano scomodo (Solferino editore). Un libro che intreccia biografia, storia e racconti personali e che mette in evidenza il suo percorso di scrittore civile, in questo molto simile a quello di Pasolini, amico «fraterno e lontano». Ma al contrario dello scrittore friulano, altro eretico ma che con il passare degli anni è stato simbolicamente reinserito all’interno di quello che Rossana Rossanda aveva chiamato l’album di famiglia, Leonardo Sciascia, mai davvero del tutto amato a sinistra, ha pagato – e forse continua a farlo – un prezzo non secondario per le sue scelte, come l’allontanamento dal Pci e il passaggio al partito Radicale, e le sue nette prese di posizione: dalle critiche al compromesso storico («Penso tutto il male possibile») al caso Tortora, dall’affare Moro, che gli valse l’ingiusta accusa di equidistanza tra lo Stato e le Brigate rosse, fino alla famigerata frase sui «professionisti dell’antimafia», che scatenò un putiferio e gli procurò attacchi forsennati. In un momento di follia da opposti estremismi qualcuno lo definì addirittura un quaquaraquà. Proprio a lui, che era stato il geniale creatore di quella considerata come la più infima categoria umana. A difenderlo basterebbero però le parole di Giorgio Bocca, in realtà uno dei suoi maggiori critici: «Il vero torto di Sciascia è di esporre tesi, di muovere critiche, di fare ipotesi che stanno fuori dagli opposti schieramenti, che non collimano esattamente né con i dogmi dell’antimafia né con le ipocrisie e le seduzioni della mafia. Seguendo un suo acuto intuito, ha spesso indicato ciò che noi non sapevamo o volevamo vedere».

Mal al di là di vecchie polemiche, da catalogare negli schedari del secolo scorso, dello scrittore siciliano restano alcuni dei libri più belli, e profetici, del Novecento italiano. Come Il Giorno della Civetta, dove per la prima volta si raccontava il fenomeno mafioso come qualcosa che non si sviluppa nel vuoto dello Stato ma è “dentro” lo Stato, o come Todo Modo, potente e grottesca allegoria che descrive i torbidi meccanismi del potere politico italiano. «Il romanzo che ci voleva per dire cosa è stata ed è l’Italia democristiana», gli scrisse in una delle tante lettere il suo amico Italo Calvino. Sullo sfondo, in questi libri come in tutti gli altri suoi lavori, l’ombra lunga dell’ossessione del potere e la questione per lui fondamentale del senso del diritto. Tutti i suoi libri, disse una volta Gesualdo Bufalino, che proprio a Sciascia deve l’origine del suo successo, «apparivano come un unico grande libro sulla giustizia». Forse è anche per questo che aveva scelto la forma del romanzo poliziesco, per raccontare storie, sempre in bilico tra saggio e racconto – «Credo di essere saggista nel racconto e narratore nel saggio», diceva di se stesso – che poteva maneggiare smontandole e rimontandole a proprio piacimento. Chissà, magari un modo per avere l’illusione di essere più vicino alla verità.

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