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Sull’isola di Epstein c’era un Pokestop di Pokemon Go ma non si sa chi è stato a metterlo lì E probabilmente non lo sapremo mai, visto che lo sviluppatore del gioco Niantic nel frattempo lo ha rimosso.
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Anna Wintour e Chloe Malle hanno fatto la loro prima intervista insieme ed è talmente strana che non si capisce se fossero serie o scherzassero L'ha pubblicata il New York Times, per discutere del futuro di Vogue. Si è finiti a parlare di microespressioni e linguaggio del corpo.

Venezia vista da uno smartphone

Le mostra di Lady Tarin, in collaborazione con Xiaomi, racconta come la città lagunare si è preparata alla Biennale.

09 Maggio 2022

Chiunque abbia scrollato la bacheca di un social negli ultimi dieci anni avrà certo preso coscienza di due paradigmi: che non tutte le foto scattate con la macchina fotografica professionale saranno opere d’arte (lo testimoniano gli album di servizi fotografici che nel 2010 si scattavano tra amiche con la Canon e poi si caricavano su Facebook) e che tantomeno lo saranno tutte quelle immortalate con la fotocamera del cellulare, che sia la foto di un gattino, di un insalata ordinata su Glovo Express o un selfie davanti allo specchio un po’ sporco caricata su Instagram. È rara la congiunzione astrale che rende possibile che una fotografia scattata col cellulare diventi a tutti gli effetti un’opera d’arte, ma è credibile se il device è uno Xiaomi 12 Pro e se a tenerlo in mano è Lady Tarin. Fotografa riminese con base a Milano, da anni ha reso riconoscibili i suoi scatti che sono delle tenere indagini sulle donne e sulla loro sessualità in pellicola, come dimostra il suo ultimo libro fotografico Guiltless uscito per Nfc Edizioni. I suoi scatti sono stati esposti nei musei di tutto il mondo, a loro è stato dedicato un documentario su Sky Arte intitolato Next Girl, e sono apparsi nel fondo di una collezione di tazzine Seletti.

Prima di quest’anno Lady Tarin non aveva mai fotografato con il cellulare, «giusto quelle immagini di gattini che carichi su Instagram e basta», in digitale ha scattato quasi solo alcune campagne pubblicitarie, «come quella per Giorgio Armani nel 2020». Quando poi le hanno messo in mano uno Xiaomi 12 Pro ha assunto una posa da reporter esplorando tutte le potenzialità del digitale, e si è girata Venezia durante gli ultimi giorni di preparazione della Biennale, dove ha incontrato, per caso, gli amici che fotografa sempre, poi altri nuovi, che ha scattato in momenti diversissimi, di giorno come di notte, alcuni sono contenti e si mettono in bella posa, altri stremati, a letto, abituati alla fotocamera oppure impacciati, sorpresi a girovagare tra i padiglioni. Ci si incontra soprattutto davanti al Padiglione Italia, di cui Xiaomi è sponsor. Gli scatti sono ora esposti presso la Project Room di Merignana Arte, un piccolo spazio espositivo a Venezia, sotto il progetto di Art Tales, dove rimarranno in mostra fino al 6 giugno.

ⓢ C’è una continuità sorprendente con il tuo progetto personale in cui esplori la sessualità delle donne, considerando il tema della Biennale scelto da Cecilia Alemani, Il latte dei sogni, che in un certo senso si dà l’obiettivo di recuperare le artiste donne dimenticate dalla storia.
Non so se sia stata pensata dalla committenza, una coincidenza o il destino, ma sicuramente per me è stato ancora più speciale essere lì in quei giorni a riscoprire molte artiste completamente ignorate in vita o riscoperte molto tardi, come le surrealiste, a cui è stata dedicata un’intera capsula all’interno del Padiglione Centrale. L’ho trovata anche io incredibilmente circolare, questa forte presenza femminile alla Biennale in continuità col mio progetto. Poi per caso qui a Venezia ho incontrato anche alcune delle muse che fotografo sempre, anche loro coinvolte nella preparazione, così le ho fotografate subito. Inizialmente doveva essere un semplice reportage della Biennale e della preparazione del Padiglione Italia, ma ha finito per concatenarsi molto col mio progetto personale.

Perché ci tieni a fotografare sempre le stesse persone?
La cosa importante per me è la relazione con il soggetto, e mi sono accorta col tempo che potevo esprimere la mia idea di sensualità della donna nel momento in cui si appartiene e si abita fotografando le stesse donne. Nel tempo cambiamo e a un certo punto mi sono accorta che mi interessava di più seguire il percorso di alcune donne che è fondamentale per rendere ancora più forte il messaggio, perché diventa più potente se c’è un’intesa tra me e il soggetto fotografato.

È un legame che qui sei riuscita a mantenere nonostante il mezzo espressivo fosse il cellulare?
Il mio progetto personale sul nudo femminile è tutto in pellicola perché credo che la pelle vada fotografata sulla pelle. Questo progetto è completamente diverso, le persone sono in un certo senso inserite nel contesto della Biennale e nei suoi eventi, quindi secondo me la tecnica era perfetta per la situazione. Lo Xiaomi è un mezzo espressivo di qualità molto alta, può scattare in Raw e ha una modalità notturna veramente potente. Allo stesso tempo è invisibile e leggero, come lo preferisco io. È importante per me che il mezzo non venga subito percepito e che sia il più pratico possibile. In più posso dire che lo Xiaomi mi ha permesso di non avere nessun istante che rimpiango di non aver immortalato: ogni fotografo ha quella foto non scattata, che ci è rimasta in testa perché in quel momento non avevamo la macchina fotografica dietro. E lo ha fatto senza compromessi, come potrebbe essere una fotografia in bassa qualità scattata con un qualsiasi altro cellulare.

Se di solito scatti in pellicola, abituata quindi all’imprecisione, alla sfocatura, che effetto ti ha fatto vedere la resa finale delle foto con lo Xiaomi, così nitide e perfette?
Secondo me si tratta di anticipare la resa finale. Come nella pittura puoi scegliere tra acrilico o a olio, così nella fotografia tra pellicola e digitale, sono due linguaggi diversi e devi pensare a come desideri che venga fuori la foto. Ad esempio non amo il difetto nel digitale, come lo sfocato o la grana resi apposta. Mi piace quando l’immagine è molto morbida o sfocata o ha quei difetti di pellicola, perché è tutto naturale in quanto collaterale al supporto fisico, che credo sempre sia necessario lasciare parlare. Dall’altra parte, quello che richiedo a un device leggero che magari usi solo per telefonare e che quindi ce l’hai sempre dietro, è di sfruttare al massimo delle sue potenzialità, che sono tante. Sono rimasta sorpresa quando poi le ho viste stampate, la risoluzione, i colori: io non ho modificato niente. È stato naturale realizzare un progetto artistico quando la qualità è così alta.

Anche a te è capitato col telefono di fare centomila scatti e poi a trovarti a selezionare quello buono? In un certo senso col telefono perdi la concezione del momento perfetto.
Fare cento scatti secondo me è qualcosa che appartiene a chi non è fotografo professionista, che invece riesce a scattare poche foto ma buone perché ha un occhio allenato a cercare l’attimo perfetto. Ovviamente in digitale ne scatti di più che in pellicola. In questa occasione non è che abbia fotografato tante volte lo stesso soggetto, ma ho proprio scattato più foto di quanto sia abituata, in piena vena reportistica, considerando che oltre al mezzo espressivo un’altra sfida per me è stato fare un reportage. Volevo riprendere la dinamicità di quei giorni di preparazione, il giorno, la notte, le performance a qualsiasi ora del giorno, i vari padiglioni, tutte le persone che c’erano, un caos insomma. Penso di aver restituito l’energia che correva in quei giorni dalle persone e dagli eventi: un desiderio di ritornare alla vita, dopotutto.

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