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Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

È rinata una star: Lady Gaga

La nuova immagine di Stefani Germanotta in A Star Is Born, al cinema dall'11 ottobre, è il frutto di un'operazione precisa e infallibile.

08 Ottobre 2018

Hanno ragione loro. Avrete ragione anche voi. A Star Is Born, al cinema da giovedì, sarà un successone, bravi tutti, mille nomination, di certo qualche premio, incassi stellari, scriveranno (l’hanno già scritto) che è un instant classic, e che belle canzoni, e quante lacrime, Lady Gaga è un’attrice nata, alla prima prova da vera protagonista tiene in piedi il film da sola, che voce, che coraggio a rimarcare di continuo quel suo nasone, perché lei è vera, lei è sincera, ma è anche un talento che non lo contieni, she’s a natural commentano altrove, le metti una macchina da presa davanti e guarda cosa viene fuori.

Hanno ragione loro. Avrete ragione anche voi. Eppure c’è qualcosa che arriva a interrompere la favola, arrivo io a dire: sicuri? E io di certo mi sbaglio, io del resto mi sto rintanando sempre di più dentro la mia bolla e allora stacci e non ci rompere, A Star Is Born è evidentemente cinema maggioritario e sovranista, sfrontatamente pop, meritevole di tutti i biglietti staccati e le statuette vinte che infatti vedrà lungo la strada appena cominciata. Bradley Cooper, che debutta alla regia e fa da co-protagonista alla stella che stella lo era già, è pure simpatico, e va bene così, va bene che il film non l’abbia fatto Clint Eastwood con Beyoncé (così doveva andare), se no tutto perfetto ma sai che noia, qua invece è un tripudio di melodramma kitsch, molto kitsch, pieno di patacche in fin dei conti adorabili, insomma un’operazione infallibile per due motivi.

Da una parte, c’è la nostalgia per quei filmoni come non se ne fanno più, oggi i grandi soggetti scappano tutti in tv o su Netflix. E invece A Star Is Born è proprio una roba alla Guardia del corpo ovviamente girata meglio (ci vuole poco), siamo dalle parti di Whitney Houston (che però a recitare era una cagna) che deve farsi salvare da Kevin Costner, anche se qui è lei che deve salvare lui, vabbè non spoileriamo. Dall’altro, l’operazione è infallibile per un’altra ragione: che ne sanno i millennial di The Bodyguard, e che ne sanno ancora di più di È nata una stella che è uno standard di Hollywood già fatto e rifatto mille volte, l’ultima con Barbra Streisand (1976), e ancora prima Judy Garland (1954), e Janet Gaynor (1937), per non dire della splendida versione non accreditata ma di fatto iniziatrice by George Cukor (A che prezzo Hollywood?, 1932, lei era Ginger Rogers), e qua i millennial li abbiamo proprio persi, il loro cervello si è spento. Insomma questo film è confezionato più per loro che per noi, è un classico prêt-à-porter perché loro non ne sanno niente, la storia più vecchia del mondo sembra una storia tutta nuova, quindi bravissimi tutti. Hanno ragione loro. Avrete ragione anche voi.

Premiere a Londra, abito elisabettiano firmato Alexander McQueen (27 settembre 2018, foto di Jeff Spicer/Getty Images for Warner Bros)

L’operazione più precisa e infallibile è però un’altra, si chiama Stefani Germanotta, lei voleva che fosse questo il suo nome d’attrice e invece sulla locandina c’è scritto Lady Gaga, i produttori son mica scemi. Dunque Lady Gaga è Ally, aspirante cantante che non ce la fa a sfondare (ha il nasone), fa la cameriera e vive ancora col papà (bamboccioni everywhere, non solo nel paese del reddito di cittadinanza), poi però la sera nei locali gay canta La vie en rose ed è lì che strega Bradley Cooper, divo del rock di passaggio, lui s’innamora (soprattutto del nasone, perché è uomo buono) e le mette una confezione di piselli surgelati sulla mano, perché la notte dell’incontro c’è anche una mezza rissa, accidenti sono stati bravissimi per davvero a scrivere ’sta roba, che partenza perfetta. Hanno ragione loro. Avrete ragione anche voi.

La vera operazione ènataunastella è Lady Gaga stessa, che adesso ci fa credere di essere una giovane attrice alle prime armi, lo è e non lo è, una che da dieci anni sta sopra i palcoscenici di tutto il mondo tra baracconate e piano solo sa già recitare eccome, ora semplicemente avrà pure una candidatura all’Oscar e forse lo vincerà pure, e Madonna prenderà a colpi di forbici tutti i suoi Frida Kahlo ma che ci possiamo fare, è il mondo millennial che ha deciso. Lady Gaga è bravissima a costruire ogni volta un’immagine nuova, ma non come le Madonne di una volta appunto, sì allora c’erano le trasformazioni ma era diverso, quelle star lì non le vedevi per anni e poi puf! ho i capelli corti, puf! faccio un libro in cui mi spoglio, puf! sono Evita.

Oggigiorno è tutto diverso, quale mistero potrà mai esserci, queste povere stelle sono controllate a vista 24/7, sappiamo dove sono, cosa fanno, cosa postano su Instagram, sappiamo che non vendono più i dischi, che devono ammazzarsi di tour, che gli tocca Las Vegas già a trent’anni (Stefani nostra inizia tra poco, titolo dello show: Enigma), sappiamo che fanno più soldi come testimonial dei reggiseni della Pepsi della cipria, la crisi della discografia è insanabile, essere una popstar non è mai stato più difficile. Lady Gaga, in questo, è bravissima.

Un selfie con le fan al Toronto International Film Festival, abito Ralph & Russo (9 settembre 2018, foto di Geoff Robins/Afp/Getty Images)

L’avevamo lasciata con un ultimo album (Joanne, molto buono) che era tutto un «questa è la vera me», le mie radici, la mia famiglia, e con un documentario che si era praticamente diretta da sola come l’annunciato blockbuster di Chiara Ferragni (Gaga: Five Foot Two, lo trovate su Netflix) dove era tutta dolente, sono stata malata, lo sono ancora. In mezzo mille cambi di rotta, basta ritornelli solo discodance e sì al jazz con Tony Bennett, basta vestiti fatti di fettine di capocollo e sì agli abitoni di marabù rosa (sul red carpet della Mostra di Venezia, lei fa sul serio, mica poteva esordire da attrice come Cristina D’Avena in Love Me Licia), basta capricci da primadonna e sì al dibattito, all’attivismo, fanculo Donald Trump, e poi le molestie (con canzone che ha sfiorato l’Oscar: Til It Happens to You), e i sit-in per le minoranze di ogni gender e grado, quelli in realtà c’erano da prima, c’erano da sempre, se no cosa si è popstar a fare.

Adesso puf! sono un’attrice, e pure brava, è vero che quel nasone regge il film, è vero che alla favola della figlia-di-nessuno che diventa una star ci crediamo tutti, ecco io insomma un po’ meno, io l’artificio lo vedo ma va bene così, vedo l’operazione, il personaggio, lo sforzo di posizionamento, perciò forse questa cosa non mi fa piangere (e piango pure per le frasi dei cioccolatini) ma chi se ne frega di me, se il cinema dev’essere una cosa di cui ancora tutti parlano allora viva Lady Gaga. Hanno ragione tutti. Avrete ragione anche voi. Più di tutti, ha ragione lei.

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