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Dopo aver scelto il tema più controverso di tutti (John Galliano), il Met Gala ha provato a rimediare scegliendo quello più noioso di tutti Il tema del prossimo Met Gala sarà “extraORDINARY: Fashion and the Poetics of the Everyday”, una mostra sugli abiti di tutti i giorni che prende il posto di quella su Galliano.
Le nuove assunte del Comune di Tokyo sono due capre a cui è stato affidato il campito di “curare” il prato attorno alla stazione Cioè, di brucare il prato attorno alla stazione di Yotsuya. Lavoro in cui Nagi e Pokke si sono fin qui dimostrate impeccabili.
Dopo che Trump l’ha definita «un cesso di Paese», la Norvegia ha risposto pubblicando una lista dei suoi bagni pubblici più belli L'Agenzia nazionale del Turismo norvegese ha pubblicato un articolo intitolato «Questi sono i cessi migliori del mondo?». E, in effetti, nel Paese ci sono davvero dei bellissimi bagni pubblici.
Rob Sand faceva il modello per Prada, ora è il primo democratico dopo vent’anni a diventare governatore dell’Iowa A lui, però, non piace che si parli del suo passato sulle passerelle di Milano e Parigi. Anche perché i suoi avversari lo hanno usato e lo usano contro di lui.
Un regista sta girando un film sulla gentrificazione a Milano che inizia così: un regista frustrato deve girare uno spot per il Comune di Milano sulla riqualificazione di un quartiere Si intitola La piccola illusione, l'ha diretto Fabrizio Recchi è un cortometraggio indipendente e si finanzia con un crowdfunding in cui le ricompense si chiamano "Subaffitto in nero" e "Attico vista cantiere".
Forse stavolta non dovremo aspettare dieci anni per vedere il nuovo film di Jonathan Glazer Il regista lo ha rivelato quasi per caso al New York Film Festival: dettagli non ne ha dati, però ha detto che è già a buon punto con la scrittura.

Ci sono molti motivi per leggere La promessa, il vincitore del Booker Prize 2021

Il libro di Damon Galgut, che esce oggi in Italia, attraversa la storia del Sudafrica ed è senza dubbio un Grande Romanzo contemporaneo.

04 Novembre 2021

Prima di tutto va detto che il Booker Prize è una specie di Premio Strega dell’ex Impero britannico, che prende in considerazione tutto ciò che è uscito in forma di libro di narrativa nel mondo di lingua inglese. Il che vuol dire moltissimo, se si pensa a quella mappa divertente che periodicamente torna virale sui social network e che rappresenta le “Nazioni che non sono mai state invase dai britannici”, e in cui si salvano giusto la Bolivia, la Mongolia, l’Uzbekistan, San Marino, la Repubblica Centrafricana e poco altro. Questo va detto considerato che il 2 novembre La promessa di Damon Galgut ha vinto il Booker Prize 2021, e che ogni anno, dietro alla scelta del libro vincitore, si nasconde un sistema decisionale così complesso e delicato che le logiche politiche del nostro Strega vanno, appunto, messe in rapporto con il Booker come la dimensione dell’Italia con quella del Commonwealth – più gli Stati Uniti. In Italia La promessa di Damon Galgut esce oggi (nella traduzione di Tiziana La Porto) per e/o, casa editrice che ieri ha vissuto una giornata eccezionale, essendosi accaparrata anche il libro vincitore del premio Goncourt, sempre assegnato ieri, La plus secrète mémoire des hommes di Mohamed Mbougar Sarr.

Ho terminato la lettura di Galgut alcune ore prima che venisse annunciato come vincitore, e pur non conoscendo il verdetto finale né la conseguente motivazione, mi aveva colpito in un modo del tutto particolare. Ovviamente avevo visto già dal giorno prima le quotazioni dei bookmakers che lo davano come favorito, e avevo iniziato a prendere qualche appunto nel caso avessi poi dovuto scriverne, cosa che puntualmente è accaduta. Li ho confrontati poi, questi appunti, e affiancati alle motivazioni del premio, e ne è venuta fuori questa lista di motivi per cui, cose politiche britanniche che non capirò mai a parte, La promessa è un libro da leggere.

L’ultimo appunto che ho preso, anziché il primo, dice: “è un libro complesso come solo i grandi libri sanno essere”. Con complesso, in questo caso, intendo proprio “costituito di più elementi”. Il primo di questi, il più visibile, è naturalmente la trama principale, quella per così dire da sinossi e che si richiama al titolo: si comincia nel 1985 in Sudafrica, in una fattoria vicino Johannesburg, in cui una donna (bianca, ebrea) lentamente si spegne e spegnendosi fa promettere al marito (bianco, cristiano) che donerà la loro proprietà alla domestica Salome (nera, cristiana), che l’ha accudita come una sorella negli ultimi mesi della malattia. È una promessa enorme, pure irrealizzabile nel 1985 a causa dell’Apartheid, e che verrà inizialmente negata dal marito e disattesa. La donna si chiama Rachel ed è la prima a morire. Al suo funerale si ritrova una famiglia tutta infelice a modo suo e specchio di un Sudafrica schizofrenico e confuso: razzista, frivolo, volenteroso, ipocrita. Di funerali ce ne saranno poi altri tre, tutti di membri della stessa famiglia. Ecco il libro: quattro funerali in trent’anni, quattro appuntamenti che sono le principali scansioni degli eventi. Una madre, un padre, tre figli che si incontrano, crescono, litigano, muoiono e vanno avanti. La promessa dell’inizio rimane sullo sfondo, naturalmente fino alla fine. Galleggia a volte visibile e a volte meno nelle burrasche che il Sudafrica attraversa dal 1985 al 2018, l’anno in cui si dimette finalmente Jacob Zuma. 

Siamo in Sudafrica, e un elemento fondamentale, che si segue in parallelo alla trama familiare, è quello storico. Il Sudafrica è un Paese con una storia violentissima e complicata, e complicata perché violentissima. Galgut ne scrive senza ipocrisie nella sua evoluzione sbilenca: l’Apartheid, Mandela, la sopravvivenza delle antiche gabbie razziste e il disastro politico degli anni più recenti. In certi passaggi, quelli prima del 1994, ci si affaccia in un mondo di separazione brutale, abusi sistematici, negazione dei diritti più semplici. Tipo. La domestica Salome è nera, non può partecipare al funerale di Rachel. Lei non lo sa, domanda. Tocca alla cognata della defunta spiegare senza mezzi termini che non le è permesso. Anzi, spiegarle non serve. «Perché no? Accidenti, non essere stupida». 

Maya Jasanoff, a capo dei giudici che hanno votato il Booker 2021, ha detto che «siamo arrivati a una decisione dopo un sacco di discussioni» e che il consenso finale si è trovato intorno a un libro che ha «un’incredibile originalità e fluidità di voce». Soprattutto, ha aggiunto, un libro che «sperimenta sulla forma in modi nuovi». Terzo elemento: il punto di vista oscilla tra la terza persona e la prima, di volta in volta siamo negli occhi o nel cervello di un diverso componente della famiglia, il razzista Pa o la giovanissima Amor, la speranza della famiglia, quella per cui ti ritrovi a tifare da subito. Galgut non abusa dei dialoghi, e quando li usa trova il modo di renderli allucinati, per restituire l’effetto di un’umanità sola e incapace di comunicare. Quello di un figlio, Anton, avvertito della morte della madre mentre è coscritto alla leva, con un altro soldatino:

«Ho perso mia madre», dice.

«Persa?»

«Le ho sparato con il mio fucile, per proteggere il Paese»

«Hai sparato a tua madre?»

«Come ti chiami?»

«Payne»

«Ah, fantastico. Ci siamo già incontrati. Sei un’allegoria? Sei reale? Hai anche un nome?»

«Vuoi sapere il mio nome? Perché lo vuoi sapere?»

«Alza le mani. Mi arrendo, soldato Payne»

«Stai bene?»

«Ti sembra stia bene? No che non sto bene. Mia madre è morta. Grazie per la compagnia, Payne. Ci vediamo al fronte»

Quarto elemento: in questo vasto mare di dolori privati e nazionali, Galgut sceglie di mantenersi distaccato e ironico. Non c’è una traccia di patetismo, nemmeno un’ombra di pesantezza. Che i personaggi siano tutti a loro modo alienati aiuta, ma è un sollievo viaggiare tra quattro funerali e i contorcimenti di un Paese che cerca di liberarsi di mezzo secolo di razzismo endemico accompagnati da una guida che riesce sempre a trovare un certo umorismo feroce.

Un altro appunto che ho preso dice: “è molto denso – le prime mestruazioni, i sensi di colpa, il funerale, le attenzioni maschili, le diverse religioni – eppure non è troppo”. C’è una tale densità di piste da seguire e di emozioni da accogliere che è sbalorditiva la capacità di Galgut di concentrare tutto in un libro così equilibrato. Non penso potrà mai esistere un “Grande Romanzo africano” come funziona invece per quello americano, d’altra parte l’Africa non è un Paese ma un miliardo e mezzo di persone sparse in 54 diversi Stati. In realtà funziona anche meglio, la definizione, se togliamo l’ultimo aggettivo. La promessa ha tutto per essere un Grande Romanzo di qualsiasi posto.

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