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A Davos gli Stati Uniti hanno presentato il piano per la costruzione di “New Gaza” ed è peggio delle peggiori aspettative Si è parlato molto di grattacieli e appartamenti di lusso affacciati sulla costa, molto poco, quasi per niente del futuro di istituzioni e popolo palestinese.
Cameron Winter dei Geese ha tenuto un concerto a sorpresa a un minuscolo evento di beneficenza per Gaza Si è esibito per 250 fortunati e ignari spettatori al Tv Eye di New York, presentandosi pure con un nome falso, Chet Chomsky.
La comunità scientifica è strabiliata da una mucca che ha imparato a usare una scopa per grattarsi La mucca si chiama Veronika, ha 13 anni, vive in Austria ed è il primo esemplare di bovino a dimostrare questa capacità con scientifica certezza.
Dopo quattro anni di silenzio, finalmente è uscita una nuova canzone degli Arctic Monkeys Fa parte dell'album benefico di War Child Records che uscirà a marzo e che, oltre a riunire band e artisti strepitosi, vanta la collaborazione di Jonathan Glazer.
Metà delle città più popolose del mondo sono a rischio siccità perché consumano più acqua di quanta ne abbiano L’analisi mostra livelli critici di stress idrico in molte metropoli. In Italia Roma, Napoli e l'intera Sicilia sono già in fascia rossa.
Sinners è diventato il film con più candidature agli Oscar di tutti i tempi Sono 16 le nomination per i vampiri di Ryan Coogler: mai così tante per un film nella quasi centenaria storia degli Academy Awards.
L’ultima sfilata di Jonathan Anderson per Dior è ispirata (anche) a Mk.Gee Il polistrumentista del New Jersey ha anche fornito la colonna sonora allo show, con due brani presi dal suo album del 2024, Two star & the Dream Police
Trump dice che a Davos sono tutti entusiasti del suo accordo sulla Groenlandia, ma in realtà a Davos nessuno sembra saperne niente Il Presidente sostiene di aver avuto tutto quello che chiedeva, ma per il momento i suoi colleghi sembrano non avere idea di cosa stia dicendo.

Kosovo is Kosovo

Perché la recente svolta nelle trattative tra Kosovo e Serbia non è solo una buona notizia per Pristina ma anche per Belgrado.

22 Aprile 2013

«Kosovo is Serbia!». Un giorno dello scorso novembre sedevo in un kiosk alle pendici del Blok 23 di Novi Beograd e mangiavo cevapi e discutevo in inglese con un ultra-trentenne alto e spigoloso di nome Darko Listic. All’inizio degli anni ’90, quando era all’alba dell’adolescenza e la Jugoslavia sul punto di spaccarsi, Darko era un junior dei Delije (I Duri), gli ultrà più agguerriti ed estremisti della Stella Rossa, molti dei quali pochi mesi dopo si sarebbero ribattezzati Le Tigri per seguire il capo-branco fuori da uno stadio e dentro una pulizia etnica. Arkan, così si chiamava il capo-branco. Solo la ferma opposizione della madre ha evitato che Darko imboccasse un percorso che per quasi tutti si è concluso con una fossa o davanti un tribunale per i crimini di guerra, e solo entrando nella mentalità di un ultra-nazionalista è possibile abbozzare i motivi per cui, anziché essere grato di non aver preso quella strada, almeno a parole Listic mostrasse di rimpiangerla. Finita la guerra, nei turbolenti anni successivi Darko è stato un pesce piccolo della criminalità locale invischiato soprattutto in scorribande legate al mercato nero e infine, quando i tempi sono cambiati e la situazione della malavita di Belgrado si è leggermente normalizzata, ha aperto il chiosco dove ogni giorno griglia cevapi, il chiosco dove ci trovavamo. Per come me la descriveva, la sua vita sembrava una pozza di nostalgie su cui galleggiavano sporadiche certezze. Una di esse, l’ho riferita all’inizio del paragrafo.

Qualche giorno prima di incontrare il signor Listic mi trovavo in un ufficio del dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Belgrado. Di fronte a me, dietro una scrivania che non poteva avere meno di 60 anni, era seduto Mladen Lazic, un coetaneo della sua scrivania a giudicare dalla barba imbiancata e uno dei sociologi serbi più rispettati e attenti alle trasformazioni delle società balcaniche. Parlavamo dei livelli di nazionalismo nel paese, in diminuzione ma comunque sensibilmente sopra la media europea, e  io gli avevo appena chiesto quali erano, a suo parere, le condizioni per vederli decrescere ulteriormente. «Credo che risolvere la questione dei confini del Kosovo sia prioritario. Finché resta una ferita aperta su entrambi i fronti sarà sempre un facile pretesto per eccitare gli animi dei nazionalisti e mandare a monte qualunque iniziativa improntata al progressismo, specie per quanto riguarda la politica interna della Serbia» era stata la sua risposta.

Quando la sera del 19 aprile,  ho ricevuto la notizia che c’era stata una svolta positiva nel negoziato tra Kosovo e Serbia, per un attimo ho sperato che si trattasse del pieno riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte Serba. Ovviamente era un’aspettativa ingenua. I tempi non sono ancora maturi e nei palazzi del potere di Belgrado c’è ancora chi teme che una simile concessione equivarrebbe a una drastica perdita di consensi (cosa in parte vera, ma sempre di meno fortunatamente) alle prossime elezioni. È così che si spiegano le dichiarazioni smargiasse ma ormai sempre più di facciata dei principali leader politici serbi, il neo-Presidente Tomislav Niklolic in primis («Finché vivrò la Serbia non riconoscerà mai il Kosovo, ci potete giurare», non più tardi di febbraio). La realtà sulla tratta Pristina – Belgrado è però molto diversa da come i politici serbi la rappresentano allo zoccolo duro dell’elettorato interno e venerdì davvero si è compiuto un passo storico nei negoziati patrocinati dall’UE tra i due stati.

Un passo che se non equivale a una legittimazione dell’esistenza di un Kosovo indipendente da parte serba lo ricorda molto da vicino: con la promessa di una migliore regolamentazione dei diritti in materia di educazione e sanità della minoranza serba che vive nel nord del territorio kosovaro, la Serbia concede al Kosovo alcune facoltà che di fatto sono quelle che preludono al pieno riconoscimento dell’indipendenza del paese: l’esercizio dell’autorità legale su tutto il territorio e la formazione di un corpo di Polizia autonomo. Per un’ironia della Storia, da parte serba i firmatari dell’accordo sono gli stessi uomini, il Presidente Nikolic e il Primo Ministro Ivica Dacic, che per anni hanno sparso nazionalismo a piene mani e il cui percorso personale è legato a personaggi già passati in giudicato dalla Storia come Voji Seselij e Slobo Milosevic.

È un’ironia della Storia che non va sottovalutata e che mi ha fatto ripensare a Darko Listic, a Mladen Lazic, alle settimane che ho passato a Belgrado lo scorso inverno e a come avessi costantemente la sensazione che in Serbia esista ormai una maggioranza di persone pronta a voltare pagina rispetto a un passato costellato di violenze e risentimenti. Una maggioranza silenziosa che ha solo bisogno di trovare legittimazione in un nuovo corso politico per smettere di percepirsi minoranza di un paese che per venti anni è stato alla mercé di spudorati demagoghi, gli stessi che hanno convinto ragazzi all’epoca solo un po’ più anziani di Darko dell’infallibilità delle loro ragioni e dell’impunibilità delle loro azioni e che in generale sono stati promotori e responsabili di una diffusa (in)cultura improntata a un nazionalismo cieco e senza condizioni. Gli stessi uomini che ogni giorno si trovano sempre più costretti, se non per convinzione personale quanto meno per calcolo opportunistico, a rivedere le loro posizioni e fare implicita ammenda firmando accordi come quello firmato venerdì e che, al di là dei “bullismi” di facciata, stanno dando un esempio e tracciando una direzione che forse, si spera, lentamente verrà seguita anche da quelle sacche di resistenza nazionalista che ancora permangono. Immagino Darko e i suoi amici riuniti ieri da qualche parte a intonare slogan contro il Kosovo e contro l’Unione Europea; le tre dita alzate al cielo. Li immagino urlare sempre più forte perché da venerdì sono ancora più soli.

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