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19:11 martedì 19 maggio 2026
Se siete in Sicilia e incontrate Mick Jagger, sappiate che è lì perché interpreta il padre di Josh O’Connor nel nuovo film di Alice Rohrwacher La sua parte però sarà piuttosto breve, poco più di una scena accanto a Kyo, il personaggio interpretato da Josh O'Connor.
Il prezzo del desideratissimo Royal Pop di Swatch e Audemars Piguet è già crollato ma era assolutamente prevedibile Molti reseller stanno dunque scoprendo solo ora che passare ore in fila ad aspettare forse non è stata la più sensata delle decisioni.
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.
La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
Sta per uscire un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.

Khaled Said

14 Aprile 2011

Figu 2.0. Immagino lunghe didascalie sotto le foto, i ritratti, le immagini, i video dei protagonisti di quel che accade nel pianeta. Link. Pop-up. Algoritmi. Questa serie di ritratti contemporanei è talmente contemporanea che non comincia con una faccia, ma con una pagina di facebook.

Leggo uno degli ultimi commenti sulla bacheca di “We are all Khaled Said”, postato 23 ore fa secondo l’orologio di Facebook. È forse il più importante di tutti. Dice: “La giustizia ha prevalso. Mubarak il criminale, che ha ucciso, torturato e umiliato migliaia di egiziani, e ha rubato miliardi dalle casse dell’Egitto (…) è finalmente in galera”. Nata quasi un anno fa poco dopo l’assassinio ad Alessandria d’Egitto di Khaled Said, a lui è dedicata. “Piace a 110.779 persone”: la cifra più alta per una pagina originata da laggiù, e il riconoscimento ormai consolidato di essere la scintilla dalla quale ha preso le mosse la rivoluzione egiziana.

Ed ecco il primo ritratto. Ventotto anni, figlio di una famiglia benestante di Alessandria, Khaled Said si occupava di import-export, aveva studiato computer programming negli Stati Uniti, suonava e componeva musica, frequentava spesso un Internet Cafè nel quartiere di Sidigaber. Da qui ,probabilmente, aveva postato su youtube un filmato ripreso segretamente col cellulare dove si vedono due poliziotti egiziani corrotti trafficare con uno spacciatore. E’ qui che lo beccano altri due poliziotti, in borghese. Le due cose non sono necessariamente collegate, o meglio lo sono. In Egitto, fino a quel momento, vige lo stato di emergenza. Non sai mai davvero quando ti ferma la polizia se hai fatto qualcosa oppure no, è come Il processo di Kafka.

Khaled è descritto come un tipo tranquillo, non coinvolto in alcun tipo di opposizione politica al regime. L’unica colpa che ha di fronte ai due poliziotti è quella di chiedere il motivo dell’irruzione nel locale e della spiccia richiesta di perquisire i presenti. Lo picchiano davanti a tutti. Lo trascinano fuori. Massacrato di botte, muore con il cranio sfondato e il volto ridotto a una maschera spaventosa. E’ il 6 giugno 2010. La polizia lo accusa di resistenza e possesso di armi, lo sospetta di terrorismo, renitenza alla leva, spaccio di droga. Sostiene che è morto soffocato dal sacchetto di cellophane pieno di hashish che ha inghiottito per nascondere le prove.

Quando il fratello di Khaled entra all’obitorio e riesce a scattare di nascosto un foto col suo telefonino, le bugie della polizia si rivelano per quel che sono. In pochi giorni quella foto arriva ai milioni di utenti facebook in Egitto, grazie alla pagina “We are all Khalid Said”. L’ha aperta Wael Ghomin, ed ecco il secondo ritratto. Ghomin ha 30 anni. E’ un executive del marketing di Google, vive e lavora a Dubai ma è egiziano, ha studiato al Cairo e ha sposato una ragazza americana. In gennaio, quando anche grazie alla pagina che ha aperto iniziano le manifestazioni contro il regime di Mubarak, Ghomin lascia la scrivania e torna nella sua città. Viene arrestato il 27 gennaio, passa 11 giorni in carcere senza che nessuno sappia neppure dov’è. Gli dà una mano il vento nuovo che ha preso a soffiare a piazza Tahir. Liberato, lo stesso giorno compare in diretta su DreamTv.

L’intervista a Wael Ghomin è un pezzo di televisione memorabile. Alla fine della conversazione la conduttrice manda in onda le foto di alcuni ragazzi morti in quei giorni durante gli scontri, a pieno schermo, accompagnate da una musica grave, emozionale. Comincia a recitarne i nomi. E’ qui che Ghomin scoppia in un pianto irrefrenabile, si piega sulla sedia sconvolto dai singhiozzi. Il regista, o è un genio o immaginava tutto: mette in un riquadro Ghomin, alza la musica: “A tutti i padri e le madri che hanno perso un figlio… – piange – Lo giuro, non è colpa nostra… non è colpa nostra… la colpa è di quelli che non vogliono lasciare il potere”. Precipitosamente Ghomin si alza ed esce dallo studio, seguito dalla conduttrice.

La folle chiamata alla rivolta usa tutte le armi del melodramma egiziano, ma funziona e si conclude a piazza Tahir qualche giorno dopo. Wael Ghomin parla al microfono: “La nostra rivoluzione è come Wikipedia, ok? Ognuno aggiunge un contenuto, ma non si sanno i nomi di chi ha aggiunto cosa. Questo è quel che sta accadendo. E’ la rivoluzione 2.0. Abbiamo disegnato insieme l’immagine della Rivoluzione. Ma nessuno è un eroe in questa immagine”.

Di fronte alle rivoluzioni scoppiate a sorpresa in Medioriente ci si è rifugiati dietro le vecchie categorie arrugginite dell’islamismo e del terzomondismo, della realpolitik e persino dello scetticismo nei confronti della Rete. Il governo si preoccupa per l’aumento degli immigrati e per altre idiozie, come quelle rivoluzioni non parlassero anche a noi. I più fini, sempre qui da noi, si chiedono se il tasto del “mi piace” e tutto il resto dell’attivismo politico in Rete via facebook – petizioni, adesioni, immagini nel profilo – non sia per caso l’ultima consolatoria fregatura alla quale stiamo andando incontro. Non posso escluderlo. Ma quella di Khaled e Wael è la rivoluzione di “quelli che non hanno fatto niente”. E’ la rivoluzione della tv, della Rete, della democrazia radicale.
Funziona. Si può fare.

Sono davanti a un computer, di fronte a una pagina facebook. Provo la stessa invidia e la stessa impotenza che Joe Strummer sperimentò di fronte agli scontri tra polizia e immigrati giamaicani sotto la Westway, a Notting Hill, Londra, 1976. In un impulso di populismo rock’n’roll vi copioincollo le parole di White Riot: “I neri hanno un sacco di problemi/ma non si fanno problemi a tirare un mattone/I banchi vanno a scuola/ Dove gli insegnano a essere degli idioti”.
No che non spengo il computer, adesso. Se qualcuno ha intenzione di scrivere White Riot 2.0 mi comunichi almeno il link.

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