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Il Ministro degli Esteri ungherese è stato accusato di parlare con il Ministro degli Esteri russo prima, durante e dopo le riunioni del Consiglio europeo, e lui ha detto che è assolutamente vero Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».
A Londra stanno organizzando un grande rave party a Trafalgar Square contro l’estrema destra L'appuntamento è per il 28 marzo con i più grossi nomi della scena elettronica. Lo slogan è: Reject, Revolt e Resist.
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Al primo concerto dei BTS dopo 4 anni di pausa si sono presentate “solo” 40 mila persone invece di 260 mila perché il concerto si poteva guardare anche su Netflix Per il grande ritorno della band era atteso un pubblico di almeno 260 mila persone. Evidentemente, anche il BTS Army, tra divano e stadio, sceglie il divano.
Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.
Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
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Kenzo Takada senza confini

Il designer giapponese è scomparso a 81 anni a causa del Coronavirus.

di Studio
05 Ottobre 2020

Aveva programmato di rimanere a Parigi solo sei mesi, e finì per viverci 56 anni. Kenzo Takada ci arrivò passando per Singapore, Bombay, per la Spagna attraverso un viaggio lunghissimo reso possibile dalla somma con cui venne risarcito per la demolizione del proprio condomino, in vista delle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Fu questa intersezione di culture e di confini a diventare il cuore del suo lavoro, «che aprì le porte non solo ai designer giapponesi dopo di lui, ma creò anche un nuovo tipo di estetica che ha abbracciato la diversità e influenzato una generazione», come ha scritto Vanessa Friedman sul New York Times, per ricordare lo stilista scomparso a 81 anni domenica 4 ottobre, a seguito delle complicazioni dovute al Covid-19.

Nato nel 1939 a Himeji, in Giappone, e primo stilista giapponese a stabilirsi a Parigi, Kenzo affittò una stanza vicino a Place de Clichy per 9 franchi al giorno, ottenuto il Soen Prize assegnato dalla rivista di moda giapponese Soen, e il diploma al Bunka Fashion College di Tokyo – frequentato dopo un breve periodo passato tra le aule di Letteratura all’Università di Kobe per volere dei propri genitori. Inizia a vendere qualche disegno a designer come Louis Feraud, tanto che già nel 1970 riesce ad aprire il suo primo negozio nella Galerie Vivienne che diventa presto esemplificazione delle contaminazioni artistiche che caratterizzeranno il suo lavoro. In particolare, una: quella legata al pittore Henri Rousseau, il più autentico dei naif della pittura moderna. Sulle pareti del suo primo spazio, Kenzo ci dipinge i fiori, piante, gineprai, lo chiama Jungle Jap. «Avevo appena aperto il mio negozio, e pensavo non avrebbe avuto senso fare quello che stavano facendo i designer», aveva detto lo stilista al South China Morning Post nel 2019, «quindi ho fatto le cose alla mia maniera». In poco tempo sarebbe diventato semplicemente: Kenzo.

È in quello stesso anno, nel 1970, che in occasione della sua prima sfilata di successo Elle gli dedica un numero speciale, portandolo alla consacrazione mondiale. Prima di Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo, i suoi abiti e la maglieria rivoluzionano il gusto anni ’70 e ’80, le stampe giapponesi, quelle jungle, la simbologia della natura quasi cinematografica come quella di Il profumo della signora in nero di Barilli, si mescolano con quelle più occidentali senza che vi siano conflitti con lo stile europeo. Nel 1971 le sue collezioni femminili vengono presentate a New York e a Tokyo, mentre l’anno successivo ottiene l’ambito riconoscimento Fashion Editor Club of Japan. E le modelle camminano, ballano, più che presentare semplicemente un abito, giocose sin dalle prime sfilate così lontane dall’attitudine inflessibile della couture francese, perché il lavoro di Kenzo «è sempre stato di libertà e armonia», come ha spiegato a Vogue nel 2000, «vorrei essere ricordato come lo stilista che ha varcato il confine», con le forme ampie, che consentivano il movimento emancipato da tutto, la moda di Kenzo doveva necessariamente avere una nuova rilevanza fuori dalle passerelle e dentro la vita.

Parigi, 16 ottobre 1999, l’ultima sfilata di Kenzo (Photo by THOMAS COEX/AFP via Getty Images)

E poi le sfilate spettacolari, come quando nel 1979 affitta un tendone da circo per presentare la sua nuova collezione e fa terminare lo show con un gruppo di cavallerizze in abiti trasparenti e lui, misurato, entra in scena sul dorso di un elefante, con una spettacolarità che lo porta nello stesso periodo a realizzare i costumi per il teatro e per il cinema, non ci sono barriere. Dopo aver introdotto l’abbigliamento maschile nel 1983, una linea di jeans nel 1986 e il profumo nel 1988, nel 1990 a seguito della morte per Aids del compagno, Xavier de Castella, «perde il suo ottimismo, si frena», ha scritto Laird Borelli Persson su Vogue.

Al Pitti Uomo del 2012, Humberto Leon e Carol Lim, direttori artistici di Kenzo dal 2001 succeduti ad Antonio Marras, indossarono una nuova felpa verde con una grande tigre al centro, che sarebbe diventata il capo più ambito della stagione autunnale dello stesso anno. Allora, Kenzo Takada si era già ritirato dalla scena. Il 7 ottobre 1999 seguì l’ultima sfilata del proprio marchio, che sei anni prima aveva venduto al gruppo Lvmh di Bernard Arnault. I nuovi direttori artistici hanno rinnovato ancora una volta il brand verso il mercato mondiale, rimanendo fedeli alle ispirazioni del fondatore. Come quando nel 2018, per il lancio della collezione autunno-inverno presentata a Parigi a marzo, hanno reinterpretato il dipinto di Rousseau, “Le Rêve”, tra i preferiti dello stilista che intanto si era ritirato in un nuovo appartamento vicino alla Senna, abbandonando la casa nel quartiere della Bastiglia che dagli anni ’90 aveva iniziato a riempire di oggetti d’antiquariato, statuette antiche e manufatti proveniente dall’Africa Asia e Grecia. «Una volta aver iniziato a conoscere le storie che questi oggetti raccontavano, ho continuato a comprarli», aveva detto al New York Times a marzo di quest’anno. «Averli è come conoscere e muoversi nel mondo da qui», senza confini.

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