Hype ↓
20:25 martedì 17 marzo 2026
Una ricerca ha scoperto che, contrariamente a quanto si credeva, la cannabis non ha nessuna efficacia nella cura di ansia e depressione Si tratta della più grande ricerca di questo tipo mai fatta. Secondo i risultati, usare i cannabinoidi per curare ansia, anoressia nervosa, Ptsd o altre dipendenze non serve a nulla.
C’è una petizione per fare della Hoepli una bottega storica di Milano e provare così a salvarla dalla chiusura Petizione che ha già raccolto più di 48 mila firme, tra cui quelle di Eleonora Marangoni, Mario Calabresi, Alessandro Cattelan e Vinicio Capossela.
Tutti aspettavano il ritorno di John Galliano nella moda, ma nessuno si aspettava sarebbe stato una collezione per Zara La collaborazione tra il brand del gruppo Inditex e lo stilista di Gibilterra durerà due anni, e la prima collezione arriverà nei negozi a settembre.
Israele ha detto che agli sfollati libanesi non sarà consentito tornare a casa Secondo le autorità libanesi più di 1 milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, a quanto pare definitivamente.
Dal 20 marzo torneranno al cinema, in versione restaurata, i film di Béla Tarr Si comincia con Perdizione, poi Le armonie di Werckmeister, Sátántangó e Il cavallo di Torino. E a seguire verranno tutti gli altri.
Sempre più persone vanno dallo psicologo dicendo di essersi ammalate di depressione per colpa della politica Stress cronico, spaesamento, ansia. La cura più efficace, al momento, sarebbe l'attivismo, quello vero.
Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.

Kenshiro ha quarant’anni

Il 13 settembre del 1983 usciva in Giappone il primo numero di un manga diventato poi famoso e famigerato, che ha influenzato generazioni di fumettisti e che ha ancora oggi un fandom fedelissimo.

13 Settembre 2023

In pieno agosto, per la prima volta dopo tanti anni, mi capita di trascorrere tre giorni a casa da solo. Poche persone che camminano sui marciapiedi all’ombra, i negozi chiusi, i parcheggi liberi; le risposte automatiche inserite nelle email. Il desiderio di una lettura d’evasione. Ma non di un prodotto nuovo, perché a emergere, in quei giorni di risacca, è l’impulso di tornare su qualcosa che in adolescenza mi ha fatto felice, da un lato per provare ancora quella sensazione di genuino intrattenimento, di spreco del tempo, come una specie di coccola, dall’altro lato per capire quanto io sia cambiato. Così, dal ripiano più alto dell’armadio, sfilo una scatola di cartone: dentro è contenuta la saga di Kenshiro. L’edizione è del 1997, pubblicata da Star Comics, e mantiene il formato manga; tuttavia il primato in Italia spetta a Granata Press, che lo traduce nel 1990 adottando il sistema di lettura occidentale. Comunque, a ben guardare, sono entrambe in ritardo, giacché Ken il guerriero (il titolo originale è Hokuto no Ken) in Giappone sbanca fin dall’esordio nel 1983. A proposito: proprio oggi, 13 settembre, il capolavoro scritto da Buronson e disegnato da Tetsuo Hara compie quarant’anni.

Come molti fan nati tra la fine degli anni Settanta e i primi degli Ottanta, alla versione cartacea ci sono arrivato dopo la serie animata, lunghissima, che andava in onda dal 1987 su reti televisive locali, e che spesso i genitori vedevano di cattivo occhio. I duelli erano violenti, carichi di sangue, perciò mi toccava guardare le puntate di nascosto, a frammenti, e soltanto grazie alla lettura dei manga, una decina d’anni più tardi, ho potuto capire e apprezzare la storia nella sua interezza. Che, in sostanza, si riassume così: in un mondo devastato dalla guerra nucleare, i sopravvissuti precipitano in una sorta di grado zero della civiltà, rubano e uccidono per niente, finché un giorno, dal deserto, spunta un ragazzo con sette cicatrici sul petto, Kenshiro per l’appunto, esponente della Sacra Scuola di Hokuto, che sconfigge un nemico dopo l’altro nel tentativo di ritrovare l’amata Julia e di restaurare la pace.

Per stessa ammissione dei creatori, il personaggio s’ispira a Bruce Lee, in particolare nelle movenze fluide e al contempo guizzanti, però dimostra da subito di possedere uno stile tremendo, basato sulla conoscenza degli tsubo, dei punti di pressione che una volta attivati fanno esplodere il corpo dall’interno. Il suono che precede lo scoppio della carne, un suono che non riesco a descrivere, credo sia fra le più cruente rappresentazioni del dolore di cui abbia fatto esperienza. Anche ora che ho la stessa età della serie continua a farmi impressione, così come m’impressiona il kiai, l’urlo con cui i contendenti liberano la loro energia trasformando la voce in un’arma letale quanto i colpi.

Lungo i 27 volumi di cui si compone la saga sono rari i sorrisi di Kenshiro, forse perché quasi tutte le persone cui tiene muoiono in fretta, o forse perché, come sostiene Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta, «L’eroe guerriero giapponese sa da sempre che per quante battaglie possa vincere e per quanti riconoscimenti possa ricevere, il destino ultimo che lo attende è un destino tragico». Di conseguenza Kenshiro avanza di episodio in episodio presagendo di scomparire da un momento all’altro. È un giovane senza futuro. Eppure vive come se fosse animato da una costante purezza d’intenti, da un bisogno d’assoluto che gli consente di non adeguarsi ai tempi che corrono. Si sottopone a sacrifici immensi, promette, non si arrende mai. Infatti è amato dai deboli e odiato dagli aspiranti dominatori di turno.

Ecco, la questione sta proprio qui: dal mio punto di vista non è Kenshiro l’elemento di spicco, dato che la sua evoluzione resta abbastanza prevedibile, bensì sono i personaggi che lo accompagnano: dai fratelli maggiori Raoul e Toki, in concorrenza per essere l’unico erede di Hokuto, a Rei, Souther, Juza, Fudo e Shu. Ognuno di loro – la scelta è basata sul gusto personale, quindi rivedibile – meriterebbe un approfondimento. Certo è che tutti diventano figure memorabili a causa del tipo di percorso umano, teso fra malvagità e benevolenza: passano dal dilaniare i propri avversari a intenerirsi per il sorriso di un bambino – o viceversa.

A muovere i piani di riparazione o di vendetta di solito è il trauma provocato dall’abbandono (una madre mai conosciuta, un’amata o una sorella rapita, un maestro tradito) o dalla crudeltà gratuita. Questo trauma genera nei personaggi un’ira bestiale, nel senso di “bestia” inteso da Seneca, che vede nell’ira la più funesta delle emozioni. Oltre al ki, l’emanazione tangibile dello spirito combattivo, manifestata sotto forma di bolle o raggi luminescenti, l’altro strumento utile a testimoniare quanto l’ira sia decisiva sono gli abiti. I combattimenti importanti, quelli fra teste di serie, vengono annunciati dallo strappo delle vesti causato da repentine crescite muscolari. A quel punto il mondo di Ken il guerriero inizia a bruciare, e il dilagare della violenza, riesaminato con gli occhi di me adolescente – mi duole ammetterlo – è catartico. Genera un processo d’immedesimazione tale da risarcire gli scompensi provocati da alcune situazioni difficili da gestire nella vita reale, come il rapporto con l’autorità, con l’ambizione personale, con la frustrazione. Quando Rei esegue la Tecnica dell’uccello d’acqua di Nanto, di fatto rivedo me stesso quattordicenne impegnato a rivendicare, ad affannarsi per trovare un posto nel mondo. Esattamente quanto capita all’acerbo Kenshiro; che durante le sfide viene ferito, in qualche caso massacrato, ciononostante si rialza sempre e affronta avversari ben più temibili, la cui ingenuità consiste nel sottovalutare la sua ostinazione, la sua resistenza al dolore.

Gli autori si dimostrano geniali poiché tale attitudine stoica, di derivazione occidentale, si sposa con l’attitudine zen che consente all’eroe di accogliere la tristezza per trasformarla in una risorsa che svuota la mente, annulla l’ego, e pertanto propizia i colpi migliori, quelli definitivi, nei quali amore e violenza coesistono. Mi rendo conto che tutto ciò possa suonare patetico, però lo svolgersi della trama innesca delle autentiche giravolte psicologiche, i nemici diventano amici, gli infami si pentono e dimostrano un’insospettabile grandezza interiore, inducendoci a patire con loro. Penso alla scena in cui lo spietato Raoul, ossessionato ad “afferrare il cielo”, colpisce a morte il fratello Toki, potenzialmente più titolato ma eroso dalla malattia, per poi accarezzargli la guancia e mostrargli i kimono che indossavano da piccoli. Da una vignetta all’altra due energumeni sterminatori tornano innocenti, piangono, si amano sapendo di lasciarsi per sempre.

Insomma, alla fine della saga, a tratti offensiva ed efferata, la lettura d’evasione si trasforma in un intimo strumento di scavo: quante contraddizioni contiene ogni gesto compiuto mentre svolgiamo il nostro dovere, mentre cerchiamo di garantire il benessere a noi stessi e ai nostri cari? In che modo esercitiamo il bene e il male? Secondo quali parametri la nostra vita può dirsi riuscita?

Articoli Suggeriti
Leggi anche ↓
Dal 20 marzo torneranno al cinema, in versione restaurata, i film di Béla Tarr

Si comincia con Perdizione, poi Le armonie di Werckmeister, Sátántangó e Il cavallo di Torino. E a seguire verranno tutti gli altri.

In Non scrivere di me Veronica Raimo mostra quanto, nella vita reale, il confine tra amore e violenza possa essere ancora pericolosamente sfumato

Una ragazza con velleità intellettuali si innamora di uno più cool di lei, che la vuole ma in fondo non così tanto, e perde la testa: inizia così il nuovo romanzo di Veronica Raimo, una storia d'amore, dolore e sorellanza.

Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato

È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.

In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera

Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.

A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo

«Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.

Il “No to War and Free Palestine” di Javier Bardem è diventato il momento più rivisto e commentato di questi Oscar

L'attore è salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per presentare il premio al Miglior film internazionale. Ma prima ha voluto lanciare un messaggio.