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Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

Siamo all’altezza del nuovo album di Kendrick Lamar?

Mr. Morale & The Big Steppers è un album musicalmente bellissimo ma per niente facile, che concede pochissimo all’ascolto distratto o alla ricerca della hit radiofonica.

18 Maggio 2022

Non dev’essere facile fare un disco dopo aver vinto un premio Pulitzer. Non dev’essere facile essere il primo rapper a ottenere un riconoscimento del genere, a trent’anni. Non dev’essere facile sentirsi addosso il peso di dover rappresentare un mondo, una comunità. Non dev’essere facile avere milioni di persone che aspettano le tue parole come quelle di un profeta. Talmente non facile che tra Damn e Mr. Morale & The Big Steppers, il nuovo album di Kendrick Lamar, sono passati cinque anni, tempi da discografia di una volta: milleottocentocinquantacinque giorni, come Kendrick stesso dichiara aprendo questo suo nuovo disco. Milleottocentocinquantacinque giorni di pandemia, Black Lives Matter, #metoo, guerra, di argomenti caldi commentati ossessivamente sui social a cadenza quotidiana. Anni in cui Kendrick si è tenuto fuori dal dibattito, ha lavorato su se stesso, ha vissuto con la sua famiglia, è stato in terapia, ha fatto cose di cui si è pentito, sembra essere andato in fissa con i manuali di auto-aiuto di Eckhart Tolle, ha osservato il mondo e ha provato a capirci qualcosa, anche se il nemico più difficile da sconfiggere è rimasto sempre quello nello specchio. Non dev’essere facile fare un disco con tutti questi presupposti, e la soluzione è stata farne uno che parla proprio di tutto questo.

E allora spazio a una dichiarazione di intenti: «When your heart is made of stone / And your mind is made of gold / And your tongue is made of sword, but it may weaken your soul»; all’insicurezza e a come venirci a patti: «I can’t please everybody» ripetuto cinquanta volte; al prendersi le proprie responsabilità: «Some put it on the Devil when they fall short / I put it on my ego, lord of all lords». A volte Kendrick, che in copertina indossa una corona di spine, sembra voler portare sulle spalle le critiche che vengono rivolte a tutto il mondo hip-hop, se non a tutta la comunità nera. Altre sembra chiedere di lasciarlo in pace, perché non può diventare il capro espiatorio di un’intera cultura. La soluzione è un disco dove c’è la politica ma c’è ancora di più il personale, in cui Kendrick mette in scena le difficoltà di coppia e racconta di transizioni di genere, torna a parlare di alcolismo e di problemi familiari, e lo fa ancora e come sempre con una capacità di scrittura e una tecnica che lo hanno reso il numero uno del genere, tanto da potersi permettere un disco come questo.

Un disco musicalmente bellissimo ma per niente facile, che concede pochissimo all’ascolto distratto o alla ricerca della hit radiofonica, in favore di basi sporche, mutaforma, originali e molto distanti dalle tipiche sonorità del mainstream. In cui non ci sono featuring di rapper di prima fascia, e il nome dell’ospite più famoso è quello di Beth Gibbons dei Portishead, non propriamente un mito degli ascoltatori di rap americani. Non è un disco immediato, Mr. Morale & The Big Steppers, è invece sicuramente un disco interessante. Ma è ancora tempo per dischi che non offrono due o tre pezzi da salvare tra i preferiti ma che chiedono di parlarti per un’ora e un quarto? E che lo fanno senza usare trucchi, senza strizzate d’occhio, né a livello musicale né lirico?

Non è facile fare previsioni. Finora tutti i dischi di Kendrick sono rimasti. Nel tempo, nell’immaginario collettivo, in qualche modo ciascuno ha segnato un’epoca. Anche questo avrebbe tutte le carte in regola per farlo, ma è anche vero che forse è proprio dal suo Damn e da quei milleottocentocinquantacinque giorni che non escono dischi rap che si impongano davvero per restare. Anche lo stesso Donda è rimasto molto meno dei precedenti lavori importanti di Kanye, per non parlare di Donda 2. Tra gli ascoltatori di rap l’attesa, in un genere che vive di sovrapproduzione, di uscite continue da cui salvare giusto qualcosa (esemplare in questo senso la parabola del collettivo Griselda, pure tra le realtà più interessanti in circolazione), era proprio per il rapper di Compton. Un suo nuovo album può servire a capire se sia ancora possibile lasciare davvero il segno con lavori complessi, da far maturare nel tempo e da prendere nella loro interezza. Ovviamente è presto per dire se ci sia riuscito, anche se ovviamente anche questo disco è diventato uno degli “argomenti del momento”, di cui parlare subito. Cinque anni di complessi conflitti interiori risolti in un weekend di status su Facebook, in molte recensioni entusiastiche, in un Pitchfork che per la prima volta non gli assegna il “Best new music” e gli dà il voto più basso della sua carriera, parlando – del tutto legittimamente – di lungaggini e di qualche goffaggine nel trattare certi argomenti. Non possiamo sapere cos’altro resterà di tutto questo. Dal canto suo, Kendrick sicuramente non ha preso la strada più facile, e ha messo, da ogni punto di vista, tutta la complessità possibile per una star del suo calibro in questi 74 minuti di musica. Ora starà a noi esserne all’altezza.

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