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Sandra Hüller potrebbe stabilire un record che si credeva impossibile: essere candidata all’Oscar 4 volte, per 4 film diversi, nello stesso anno L'attrice potrebbe ricevere una nomination per tutti i film che ha fatto nel 2026: Fatherland, Rose, Project Hail Mary e Digger.
Il politico più popolare in India in questo momento è uno scarafaggio leader del Partito degli Scarafaggi Tutto è iniziato un po' per presa in giro un po' per protesta, ma in nemmeno una settimana il Cockroach Janta Party ha superato su Instagram il Bharatiya Janata Party del Premier Modi.
Una ricerca ha dimostrato che le civiltà non crollano per le catastrofi ma perché iniziano a consumare troppo, che è proprio quello che sta succedendo alla nostra civiltà I ricercatori hanno precisato anche che i futuri in cui ci salviamo non sono impossibili, ma «richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi».
Non poteva che essere Michael Bay il regista del film sull’operazione Epic Fury di Trump in Iran Per l'occasione, il regista ha rimesso assieme la squadra con cui girò 13 Hours, altro notevole esempio di moderno film di propaganda.
SS26, il nuovo singolo di Charli XCX, non è né rock né dance: è moda E anche apocalisse: «Yeah we’re walking on a runway that goes straight to hell», canta Charli nel secondo singolo estratto dal suo nuovo album.
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che da ora in poi il diritto allo sciopero è protetto dal diritto internazionale In particolare, è tutelato dal trattato sulla libertà di associazione del 1948 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, firmato da 158 Paesi.
Nel mondo ci sono così pochi ingegneri e ricercatori AI che le aziende di Big Tech li stanno pagando come le superstar dello sport Secondo le stime ce ne sono solo un centinaio in tutto il mondo. E in Silicon Valley sono disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarseli.

Perché il Vietnam ha ignorato la vittoria agli Oscar di Ke Huy Quan

16 Marzo 2023

Nel breve discorso fatto dopo aver vinto l’Oscar per il Miglior attore non protagonista, Ke Huy Quan ha raccontato di aver «passato un anno in un centro di accoglienza per rifugiati e poi, in qualche modo, sono arrivato qui, sul più importante palcoscenico di Hollywood. Non riesco a credere che tutto questo stia succedendo proprio a me. È il sogno americano». Quan, infatti, è nato in Vietnam, Paese che ha lasciato quando era piccolissimo assieme a sua madre, nata a Hong Kong, e a suo padre, nato nella Cina continentale, per raggiungere la California (dopo aver passato, appunto, un anno in un campo profughi di Hong Kong). Nonostante Quan sia il primo attore di origine vietnamita a vincere il premio Oscar, la sua vittoria è stata quasi completamente ignorata dai media del Vietnam (al contrario di quanto successo in Malesia, Paese d’origine di Michelle Yeoh, anche lei fresca vincitrice dell’Oscar, dove l’entusiasmo per il successo dell’attrice ha convinto la popolazione che il governo avesse dichiarato un giorno di festa nazionale in suo onore, una convinzione che ha costretto il Primo ministro malese a smentire tutto e a ricordare ai suoi concittadini di andare a lavoro come al solito).

Come raccontano Jonathan Head e Tran Vo su Bbc, il motivo di questa “indifferenza” nei confronti dell’attore sta proprio nella sua biografia. Quan è nato nel 1971 a Ho Chi Minh City (all’epoca ancora Saigon), figlio di una famiglia di commercianti di discreto successo e di origini cinesi, come detto. Alla fine degli anni Settanta, i Quan abbandonarono il Vietnam e si trasferirono in California, parte di quello che viene ricordato come l’esodo dei “boat people” (viet kieu) vietnamiti: del milione e mezzo di persone che abbandonarono il Paese in quegli anni, la maggior parte erano di origine cinese. Tra questi, anche Ke Huy Quan e i genitori. Secondo l’Unhcr, tra le 200 e le 400 mila persone che presero il mare in quegli anni partendo dal Vietnam morirono per mano dei pirati. Un capitolo della storia recente del Paese che il Partito comunista preferisce non ricordare.

L’esodo dei viet kieu avvenne anche a causa delle tensioni tra Vietnam e Cina di quegli anni. Dopo una lunga collaborazione tra i due Paesi – la Cina sostenne economicamente e militarmente il Vietnam nei conflitti contro i francesi prima e gli americani poi – nel 1975 i rapporti si deteriorano in seguito alla decisione del Vietnam di schierarsi dalla parte dell’Urss durante la crisi sino-sovietica. Le tensioni interne che seguirono costrinsero i moltissimi vietnamiti di origine cinese – già sotto pressione da parte del governo comunista in quanto principali esponenti del commercio e dell’imprenditoria nel Vietnam del sud – alla fuga. L’aggressione cinese del 1979 aggravò ulteriormente la situazione, accelerando una migrazione di massa che durerà per oltre un decennio. Il sentimento anti-cinese, in Vietnam, esiste ancora oggi: l’immensa influenza economica della Cina è vista come una minaccia per la sovranità della piccola Repubblica Socialista, e le dispute attorno ad alcune isole contese nel Mar Cinese Meridionale hanno contribuito, in questi anni, a peggiorare i rapporti tra le due nazioni. È per questo che i media vietnamiti – per la maggior parte di proprietà dello Stato e controllati dal Partito – hanno evitato di raccontare la vittoria di Ke Huy Quan agli Academy Award: perché farlo significa raccontare anche un capitolo della storia del Vietnam che in questo momento nessuno nel governo vuole raccontare.

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