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Come salvare il nostro tempo e quindi noi stessi

Intervista a Jenny Odell, autrice di Come non fare niente e Salvare il tempo, due libri in cui ha messo in discussione uno dei più pervicaci miti moderni: l’efficienza non ci salverà, la felicità non è ottimizzazione.

10 Gennaio 2024

Suo malgrado, Jenny Odell passa una buona parte del suo tempo a spiegare agli altri quello che non è. Ha scritto due libri in quattro anni, entrambi diventati due casi editoriali negli Stati Uniti: il primo si intitola Come non fare niente (in Italia è uscito nel 2021, per Hoepli) e il secondo Saving Time (che uscirà in Italia l’11 gennaio per NR Edizioni, con il titolo di Salvare il tempo). L’hanno chiamata per questo workaholic, proprio lei che dell’affrancamento dai tempi stretti del lavoro ha fatto una filosofia personale. Sia in Come non fare niente che in Salvare il tempo – che definisce come lo stesso libro diviso in due parti – ha cercato di spiegare che l’efficienza si è trasformata da soluzione di problemi a causa di malessere generale e che a furia di ottimizzare ci stiamo dimenticando di vivere. Ha spiegato quindi come provare a salvare il proprio tempo e quindi se stessi, e gli scettici hanno ridotto i suoi libri a self help book. «A me piace pensarli come libri d’aiuto e basta», mi dice, all’inizio della nostra conversazione. 

In Come non fare niente spieghi che riappropriarsi del tempo significa riappropriarsi dei luoghi e riassumi tutto in una parola: placefulness. Cosa intendi?
Il concetto di placefulness è una delle prime cose alle quali ho pensato quando ho iniziato a scrivere Come non fare niente. Mi sono resa conto che per come avevo vissuto fino a quel momento il mio lavoro, avrei potuto farlo alla stessa maniera ovunque. O meglio: mi sono resa conto che il modo in cui avevo vissuto fino a quel momento il mio lavoro aveva reso irrilevante il luogo in cui lo facevo. Mi viene più facile spiegartelo con un’immagine che con le parole: hai presente la sensazione che hai quando ti trovi all’aeroporto ad aspettare un volo? Quell’impressione di essere in un luogo che potrebbe trovarsi ovunque. Ecco, il modo in cui viviamo il tempo – sia esso il tempo del lavoro o il tempo libero – somiglia sempre più al modo in cui viviamo il tempo in aeroporto: facciamo tutti le stesse cose, in qualsiasi posto, in qualunque momento. Quando ho cominciato a provare su me stessa le teorie che poi ho esposto in Come non fare niente, mi sono resa conto che per riappropriarci del tempo dobbiamo riappropriarci dei luoghi: di quello che c’è al di fuori dei nostri schermi, delle nostre case, di noi. 

Mi stai dicendo che passare più tempo all’aria aperta, diciamo così, basta ad avere più tempo in generale?
Sono fermamente convinta che i luoghi in cui viviamo ci spieghino, ci insegnino delle cose. È una forma di apprendimento/insegnamento diversa dalle altre. Ti faccio un esempio: per me la lettura è un’attività estremamente legata al tempo. Voglio leggere molto, quindi devo leggere velocemente. Voglio leggere molto, quindi raramente posso tornare su un libro che ho già letto perché non ne ho il tempo. I luoghi mi hanno insegnato che per conoscerli davvero è necessario un altro atteggiamento: bisogna tornare e ritornare nello stesso posto, rifare la stessa strada, ripetere lo stesso percorso. Bisogna prendersi il tempo necessario a tutto questo. Nei libri che ho scritto ho cercato di spiegare questa consapevolezza che ho acquisito. Ultimamente penso spesso al fatto che per scrivere i miei libri ho avuto bisogno di passare molto tempo all’aperto. Non è un caso: stavo cercando di far capire agli altri quello che questi luoghi hanno fatto capire a me. 

Tra l’altro, da questo punto di vista la California è un luogo stranissimo. Lo scrivi anche nei tuoi libri, quanto straniante possa essere l’affiancamento della natura quasi incontaminata, coi suoi tempi “ciclici”, e della Silicon Valley, il tempio dell’accelerazione e ottimizzazione. Tu nelle sedi delle aziende di Big Tech ci sei stata. Che impressioni ne hai tratto?
Ti dico la verità: la cosa più frustrante non è assistere alle liturgie di questo culto del lavorare tanto e sempre di più e sempre più velocemente. La cosa che ho trovato più avvilente è stato vedere come nel campus di Meta – e do quindi per scontato nelle sedi di tutte le aziende della Silicon Valley e di tutte le grandi corporation del mondo – ci fossero spazi dedicati alla meditazione. E sono spazi progettati e realizzati bene, ma quando mi ci sono ritrovata dentro mi sono resa conto che in realtà sono solo un altro dei luoghi in cui i lavoratori fanno riunioni. Hanno anche un nome, queste riunioni: walking meeting. È una forma estrema di appropriazione: prendono un concetto-pratica come la meditazione, utile nel benessere personale, nella scoperta di sé, nella costruzione dell’equilibrio psicofisico, e lo trasformano nell’ennesimo metodo per aumentare la produttività. Si torna al discorso che facevamo prima, al legame stretto tra luoghi e tempo, tra il modo di pensare gli uni e quindi di intendere l’altro. Nella Silicon Valley hanno capito che uno dei modi per non interrompere mai il tempo del lavoro è cambiare il significato, il senso, lo scopo di certi luoghi. E quindi, uno spazio disegnato come un luogo di meditazione diventa semplicemente un altro tipo di sala riunioni. È un’operazione di risignificazione alla quale è difficilissimo sfuggire, ormai. 

Credi che la Gen Z sia la generazione che cambierà definitivamente il modo di intendere il tempo, di dividerlo tra lavoro e tutto il resto?
Da un punto di vista ideologico, credo di sì. La pandemia ci ha costretto a mettere in discussione un modello socioeconomico che fino a quel momento pareva ineludibile: non c’è motivo di continuare a fare le cose come le abbiamo fatte finora se un’alternativa non solo abbiamo visto che esiste ma l’abbiamo anche praticata per due anni interi. Mai come in questa epoca ci sono state così poche persone attratte da quel modo di intendere il tempo del lavoro e il tempo libero che, sembra incredibile dirlo, abbiamo messo a punto e mantenuto senza sostanziali cambiamenti dagli anni Cinquanta a oggi. Nessuno, non solo nella Gen Z ma soprattutto nella Gen Z, vuole più dedicare una parte così grossa del proprio tempo al lavoro. Ma il momento in cui si acquisisce questa consapevolezza è anche quello in cui si scopre un dilemma: per accrescere la quota del tempo libero, c’è bisogno di una sicurezza, di una stabilità economica che le giovani generazioni non si sognano neanche. È quasi doloroso ammetterlo, ma quella contro la mercificazione del tempo – che altro non è che mercificazione della persona – è una battaglia che pochissimi possono permettersi, in senso economico, di combattere. E da qui uno dei paradossi di questo mondo: sempre meno persone credono nel comandamento semi-religioso “il tempo è denaro” ma sempre più persone sono costrette a vivere all’interno di un sistema fondato su questo comandamento. 

A proposito di questo tempo speso a fare cose alle quali non riusciamo ad attribuire un vero e proprio significato, tu scrivi della dicotomia tra fungible e nonfungible time. Cosa significa?
Il nonfungible time è la normale percezione del tempo di un essere umano, è il tempo per come dovrebbe essere: ogni momento è diverso dal precedente e dal successivo. Poi c’è il suo contrario, il fungible time. Anche in questo caso, mi viene più facile usare un’immagine che delle parole. Sei mai stato pendolare? Hai presente quella sensazione che provi mentre sei in macchina o in autobus o in metropolitana o in treno, lungo il tragitto che fai tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro? Quella sensazione di non essere da nessuna parte e di non star facendo niente data dal fatto che ogni momento è identico al precedente e al successivo. Ecco, quello è il fungible time. Con la cui insensatezza si spiega la ritrosia ad accettare il cosiddetto ritorno in ufficio: perché devo sacrificare ore della mia vita per mantenere un non meglio spiegato né spiegabile office spirit?

Quanta colpa hanno, secondo te, social media e tecnologia in generale nel nostro malsano rapporto con il tempo?
È difficile aggiungere qualcosa di nuovo al discorso sui social media. Credo sia oramai un fatto universalmente riconosciuto che questi strumenti siano riusciti a introdursi anche nei luoghi più privati e protetti della vita di tutti noi: il sonno, il sesso, la malattia. E ci hanno trasformato tutti quanti in delle microaziende la cui vita può essere statisticamente misurata ed esposta in grafici. Nonostante questo, io non mi definisco anti-tecnologia. Va fatta una distinzione tra tecnologia e tecnologia: tra quelle che usano il design e i meccanismi dell’economia dell’attenzione per allontanarci dalla realtà, separarci dai luoghi in cui ci troviamo e appropriarsi così del nostro tempo, e quelle che invece arricchiscono la nostra esperienza del mondo aggiungendo a essa delle informazioni nuove. Io senza l’app che durante le escursioni mi permette di riconoscere il canto degli uccelli non potrei vivere, per esempio [ride, nda].

Il tuo libro è stato spesso definito come una cosa a metà tra il saggio filosofico e il self help book. Immagino tu non abbia nessun problema con la prima definizione, ma della seconda, invece, cosa ne pensi?
Ho un rapporto complicato con il genere self help. Non considero né Come non fare nienteSalvare il tempo dei self help book, sia chiaro. Ma credo sia interessante che vi siano accostati così spesso. Ovviamente il fatto che così tante persone siano alla ricerca di libri che aiutino, chiamiamoli così, non vuol dire che i self help book siano davvero d’aiuto. Non c’è necessariamente corrispondenza tra l’importanza della domanda e l’efficacia dell’offerta, in questo mercato. Io fino a non molto tempo fa avevo un’opinione estremamente negativa di questi libri di auto aiuto: li consideravo libri mediocri per persone mediocri. Poi mi sono resa conto che in realtà i self help book altro non sono che un’altra prova dei problemi che abbiamo con il tempo. Sono la prova che non abbiamo – o non pensiamo di avere – nemmeno quello di dedicarci alla risoluzione dei nostri problemi, cosa che spesso richiede un percorso lungo e complicato, e che invece per “guarire” abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica esattamente cosa fare, quando farlo, come farlo. E si ritorna alla mercificazione del tempo: anche lo star meglio – o semplicemente l’essere migliori – diventa una prestazione, un compito da completare nel minor tempo possibile e con la massimo efficienza immaginabile. Ma c’è anche un’altra ragione per la quale non mi piacciono i self help book: perché tendenzialmente dicono alle persone che il problema sono loro. È un approccio iperindividualistico, performativo e, devo dire, estremamente americano che si riassume in quella odiosissima frase “tutti abbiamo le stesse 24 ore a disposizione”. 

Che altro non è che una forma di colpevolizzazione.
Esatto. È la ragione per la quale all’inizio di Salvare il tempo, nella prefazione, ho scritto che il mio non è un libro che contenga soluzioni al problema del tempo. Più in generale, contesto anche questa idea del libro come di un prodotto, di un recipiente il cui contenuto viene scaricato nella mente del lettore in modo da renderlo un essere umano più efficiente e performante. So che tante persone compreranno e leggeranno il mio libro perché sentono di non vivere il tempo come dovrebbero. Ma quello che ho cercato di spiegare, sia in Come non fare niente che in Salvare il tempo, è che la risposta non sta nel perseguimento dell’efficienza. Se soffriamo è invece perché percepiamo che la maggior parte del nostro tempo è perso nell’insignificante, disperso in attività che nulla hanno a che vedere con l’esperienza umana.

Com’è il tuo rapporto col lavoro? Hai scritto due libri in quattro anni, significa averci dedicato un bel po’ di tempo e con un certo metodo.
È vero, è tanto. Ma rileggendo diari e appunti degli ultimi anni mi sono resa conto che Salvare il tempo viene in gran parte da quello che non ero ancora pronta a spiegare in Come non fare niente. Li vedo quasi come un libro unico. O come lo stesso libro diviso in due parti. Per quanto riguarda il mio rapporto con il lavoro, ti dirò, sarebbe più corretto parlare del mio rapporto con il tempo. So di essere una privilegiata, ma il mio percorso professionale e intellettuale mi ha portata un punto in cui non misuro più le cose: quante parole ho scritto in un’ora, quante cose ho fatto in un intervallo di tempo, capisci? Ogni tanto ovviamente le vecchie abitudini ritornano e ricado nei vizi di un tempo. Ma ormai valuto quello che faccio in base a un mio personale concetto di rilevanza: quanto ritengo importante quello che ho fatto, fosse anche l’unica cosa che ho fatto in un’intera giornata.

E quindi qual è il tuo consiglio per una persona che vorrebbe cambiare anche lei il suo modo di intendere e vivere il tempo?
Non ho dei veri e propri consigli da dare. Posso raccontarti però un aneddoto risalente all’inizio di questa mia ricerca. Da sempre tengo un diario. Tra le pagine che rileggo più spesso ce n’è una in cui scrivevo «Oggi non ho fatto niente se non leggere un libro». Quel libro era The Human Organization of Time di Allen C. Bluedorn, uno dei saggi più importanti che siano mai stati scritti. Mi ha cambiato la vita e ha dato il via a tutta la mia riflessione sulla questione del tempo. Mesi dopo, sono tornata su quella pagina del mio diario e l’ho aggiornata: «È stata una delle cose più importanti che abbia fatto nella mia vita», ho scritto.

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