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Jennifer Egan, all’opposto dell’autofiction

Conversazione con la scrittrice in occasione dell'uscita di La casa di marzapane, la continuazione del romanzo vincitore del Pulitzer Il tempo è un bastardo, scritta nel corso di 12 anni.

25 Maggio 2022

Leggere i libri di Jennifer Egan è come scrollare i post sui social lasciandosi trasportare dai clic sui vari tag. Come nel suo celebre Il tempo è un bastardo, anche la narrazione di La casa di marzapane (uscito il 17 maggio per Mondadori) procede schizofrenicamente avanti e indietro nel tempo (si va dal 1965 al 2032) e ogni capitolo si sviluppa a partire dal punto di vista di un personaggio diverso che magari nel capitolo prima – se non nel libro prima – faceva solo una piccola comparsa. Nella Casa di marzapane i social esistono, c’è questa tecnologia che si chiama Mandala che funziona esattamente come Facebook, consente alle persone di ritrovare chi hanno perso. A crearla è stato Bix, che ora, anni dopo, è perseguitato da un blocco della creatività e dalla frustrazione che sì, possiamo riconnetterci con persone che non sentiamo da secoli, ma non con i nostri stessi ricordi. Scopriamo che riesce a inventare una tecnologia che si chiama “Riprendersi l’inconscio” che ti permette di custodire i tuoi ricordi in un database e, se vuoi, di condividerli con gli altri. Puoi scegliere di rivivere il giorno del tuo matrimonio, il giorno in cui hai compiuto tre anni e di cui non ricordi nulla, quello in cui tuo padre ti ha lasciato e non hai mai capito perché, puoi restituire il passato a una persona malata di Alzheimer.

La casa di marzapane non è necessariamente un seguito di Il tempo è un bastardo, per cui nel 2011 Egan ha vinto il Premio Pulitzer, ma in un certo senso lo accompagna, riprende le fila di alcune domande sul futuro delle nostre vite digitali che aveva lasciato sospese, cercando di rispondere con gli strumenti che quando il primo libro era uscito ancora non esistevano. In che modo cambia la nostra percezione del tempo e dello spazio online? Che cosa ci facciamo se abbiamo accesso a più informazioni su noi stessi e sul mondo? La versione più autentica è quella che ricordiamo noi o quella che custodiscono gli altri? Sembra che ultimamente ci chiediamo in maniera ossessiva quale sia il libro che meglio riesce a fotografare le nostre vite immerse nei social, e ci ritroviamo a tirare fuori interpretazioni calzanti a tutti i costi. È un dubbio che assale anche Egan, al quale lei ha risposto regalandoci il romanzo perfetto per mettere a tacere qualsiasi dibattito. La incontro a qualche giorno dall’uscita del romanzo, a Torino, nella sala riunioni di un hotel a vetrate splendenti poco fuori il contesto del Salone del libro, dove ha appena presentato La casa di marzapane in una sala pienissima di persone che agitavano gambe e braccia per lo scompenso emotivo di trovarsi a pochi metri dalla «più grande scrittrice vivente», come l’ha definita Teresa Ciabatti affianco a lei.

Spesso gli scrittori ci raccontano che arriva un momento in cui capiscono che bisogna abbandonare quello che stanno scrivendo, che va bene così, non c’è nient’altro che possono aggiungere. Cosa ti fa credere invece il contrario, che una storia che hai pubblicato, come Il tempo è un bastardo, non si sia esaurita?
Posso fare un esempio. Nel Tempo è un bastardo assistiamo alla morte di Rob, che muore annegato. È una scena a cui accenno solo, sapevo nel momento in cui la scrivevo che aveva bisogno di più spiegazioni, ma poiché l’ho scritta verso la fine, ho lasciato che aleggiasse in aria. Alla fine mi sono trovata a domandarmi, cosa pensano le persone che erano lì quando annega? Alcuni eventi e le loro ripercussioni mi hanno incuriosita, e anche alcuni personaggi che sembravano opachi ma comunque intriganti. Come Lulu, la vediamo nel primo libro che è una bambina un po’ strana, e poi diventa un’adulta brillante. Non abbiamo una vera percezione di lei, e credo sia un invito a scoprire di più. Volevo vedere com’erano le cose da un’altra prospettiva, così ho iniziato a lavorare al suo capitolo quando ero in tour per il primo libro nel 2010, ed è come se non avessi mai effettivamente lasciato quel mondo. Poi l’ho messo da parte per scrivere Manhattan Beach. Non ho mai pensato “accidenti, potevo metterle nel libro”, perché ero sicura che non avrebbero funzionato, ma forse in un altro sì. È come se avessi lasciato aperte molte domande, così come ne ho lasciate in questo nuovo, ma non credo che ogni storia abbia necessariamente qualcosa di inesauribile.

Mi sembra che aspettare sia stato produttivo per la rilevanza e la percezione di alcuni temi, come se il mondo si stesse allineando a quello di cui stavo scrivendo

Ti capita spesso di iniziare a scrivere qualcosa e poi di metterlo da parte?
Mi capita di iniziare a scrivere a mano alcune cose – di questo libro anni fa avevo iniziato a scrivere 200 pagine, poi le ho lasciate. Quando le ho riprese, cioè quando quella storia mi sembrava rilevante, ho iniziato a batterle al computer, e molto di quello che avevo scritto mi sembrava non valere niente, mentre un’altra metà mi sembrava interessante e ho continuato a lavorarci su per scoprire in che direzione la storia mi dicesse di andare. Ho una specie di lista, quando inizio a scrivere un libro, di tecniche che voglio sperimentare. Come, per esempio, scrivere un capitolo usando la prima persona plurale. Però non riuscivo mai a trovare la storia giusta per raccontarlo, è difficile scrivere usando il “noi”, doveva essere essenziale. L’ho trovata nel capitolo sulle figlie di Lou che accedono ai ricordi del padre. In generale procedo per tentativi ed errori, che poi diventano intere pagine di materiale. Quando rileggo qualcosa e mi sento sollevata, allora vuol dire che la tengo.

Hai detto che ci hai messo dieci anni a scrivere La casa di marzapane. Considerando che descrivi un tempo presente, e che è stato un momento caratterizzato da grandi cambiamenti, politici, sociali, una pandemia, mi chiedevo se questo stato di evoluzione avesse influito sulla tua scrittura.
Ho iniziato a scrivere il libro negli anni dell’amministrazione Obama, e quando ho ripreso a metterci mano era il 2016 e Trump era appena stato eletto, e in un certo senso mi sembrava come se il materiale fosse ancora più rilevante in quel momento. Ad esempio nel capitolo su Lulu la spia, percepiamo la presenza di un governo maligno che la controlla e che lei ha subìto una specie di lavaggio del cervello. L’idea di un governo maligno che ti controlla mi è apparsa più facile da sviluppare negli anni di Trump. Come se l’America in cui avessi riaperto il manoscritto fosse più caotica e pazza di prima, e mi è sembrato giusto. Poi la pandemia ci è entrata perfettamente. Avevo già iniziato a ipotizzare che fosse successo un evento storicamente dirompente ma non ben definito, e l’avevo lasciato lì soprannominandolo “la rottura”. Poi quando l’ho ripreso mi son detta, bene, non ho più bisogno di una rottura, eccola qui davanti, e sono riuscita a chiamarla col suo nome: mi sembra che aspettare sia stato produttivo per la rilevanza e la percezione di alcuni temi, come se il mondo si stesse allineando a quello di cui stavo scrivendo.

Parli di chiamare le cose col proprio nome, eppure ci sono alcune cose che soprannomini in maniera diversa dal loro equivalente reale, come il social network che crea Bix che sembra funzionare esattamente come Facebook ma si chiama Mandala. È come se avessi scritto una science-fiction del presente, abitato dai social media e dai suoi effetti maligni? Un po’ come hanno fatto di recente anche Dave Eggers e Patricia Lockwood: è una direzione della tua fiction?
Però non direi che La casa di marzapane sia un libro distopico, o almeno non lo metterei nella stessa categoria catastrofica di Eggers per esempio, o di Orwell: nessuno ci costringe a impiantarci degli schermi in casa, ma siamo noi a invitarli. In realtà la parte della tecnologia non mi interessa così tanto, è solo un modo per creare quel tipo di narrazione a cui ero interessata. E poi credo che il mio libro sia pieno di speranza. Il fatto che abbia cambiato il nome semplicemente ha a che fare con una valutazione che faccio sempre quando scrivo: cosa guadagno e cosa perdo? Penso che se scrivessi di Facebook dovrei assumermi molte responsabilità, perché è una cosa reale con persone reali, che sono aspetti che non mi interessano per il mio lavoro di fiction, considerando che non scrivo mai di me né delle persone che conosco.

Non scrivi mai di cose che conosci?
Sono esattamente l’opposto di un’autrice di autofiction. Per me scrivere è divertente perché significa scoprire qualcosa che non esiste ancora. Mi piace essere trasportata in luoghi che non conosco. Il mio metodo si basa sull’improvvisazione, inizio senza un piano, ma solo con uno spazio e un tempo e mi faccio guidare da quello che scrivo. Voglio essere sorpresa da quello che succede, e voglio la libertà di inventarmi le cose, per questo mi chiedo sempre che cos’è che non ho ancora mai fatto. In questo libro per esempio erano i vari punti di vista.

Sono esattamente l’opposto di un’autrice di autofiction. Per me scrivere è divertente perché significa scoprire qualcosa che non esiste ancora. Mi piace essere trasportata in luoghi che non conosco.

Ed è anche per questo che questo non è un libro sul tempo, o comunque non come lo era Il tempo è un bastardo.
Esatto, il primo libro era sul tempo come soggetto, e non solo come ingrediente essenziale della fiction – anche perché credo che tutta la fiction parli del tempo che passa. A un certo punto un personaggio dice che il tempo è noioso perché ne abbiamo scritto e detto fin troppo: mi stavo prendendo gioco di me stessa e mi serviva per mettere in chiaro che questo libro non sarebbe stato di nuovo su questo.

Dici che è un libro sull’esplorazione dello spazio? Penso ai vari punti di vista, all’idea di rivivere i ricordi degli altri, che magari hanno vissuto gli stessi avvenimenti ma da luoghi differenti.
Decisamente sì, e credo sia stato influenzato molto dalla pandemia: eravamo sempre nello stesso spazio e sempre sullo stesso schermo, quindi anche un motivo per cui mi è stato molto difficile esplorarlo. Credo che sia la dimensione che la tecnologia influenza più di tutte. Stavamo avendo la stessa esperienza spaziale di internet, eppure quello che fa internet è farci entrare nelle vite delle persone in un modo che cambia la nostra prospettiva. Abbiamo accesso alle vite degli amici degli amici degli amici, ed entriamo nel punto di vista di qualcuno che crea quella selezione e versione della loro esperienza.

È da una riflessione simile che restituisci un’immagine positiva di questa tecnologia. Non è stata pensata per fare del male, bensì per curare malattie (come l’Alzheimer), per risolvere casi irrisolti.
È anche per questo che prima dicevo che non è un libro distopico. Credo davvero che non possiamo controllare quello che succede a quello che creiamo una volta che è là fuori nel mondo, che sia un libro o che sia una tecnologia. Spesso è solo una bella illusione. Bix ha inventato i social media, ha fatto in modo che persone che si erano perse di vista da decenni potessero ritrovarsi. Eppure è ossessionato dal fatto di non poter entrare in contatto coi suoi stessi ricordi, di non ricordare esattamente cosa sia successo il giorno in cui Rob è morto. È qualcosa che tormenta anche me, non ricordiamo ore intere nonostante per noi siano state significative, ma solo piccole schegge di quelle ore. Spesso, per esempio, ripenso a quando mi ero persa a Parigi alle 6 di mattina e ho incontrato un uomo che stava andando a lavoro che mi ha offerto una baguette e mi ha indicato la strada: eppure non mi ricordo niente di lui. È da questo paradosso che Bix sviluppa “Riprendersi l’inconscio”.

A un certo punto dici che questa tecnologia è come la scrittura, che cosa intendi?
Dicevamo, l’idea al centro del libro è proprio il modo in cui guardiamo allo spazio, e come questo abbia a che fare con la nostra prospettiva, la nostra distanza. Ogni capitolo ha un punto di vista diverso, una riflessione profonda sulla moltitudine di mondi che vengono rappresentati quando le persone stanno assieme, che siamo degli spazi infiniti e percepiamo le stesse cose in modi diversi. Ognuno ha la sua storia complicata e funzioniamo nelle nostre maniere complicate. Per esempio, non dicendo alcune cose, tagliamo e selezioniamo le parti migliori da dire. Che è esattamente la stessa cosa che succede quando si scrive. Ho un libro tra le mani eppure sto usando uno strano meccanismo digitale per giustificare il mio intrufolarmi nelle menti delle persone, che è una cosa che la fiction ha sempre fatto. E alla fine ho deciso di far dare un calcio a questa specie di cubo in cui è custodita la memoria delle persone dal personaggio che fa lo scrittore.

È qualcosa a cui allude il titolo?
Il titolo è arrivato dopo, lo avevo già citato qualche volta nella storia. Ci ho pensato quando le due donne vogliono salvare l’industria della musica dall’egemonia di Napster e si immaginano di farlo mettendo dei cartelloni in autostrada che dicono «Non fidarti della casa di marzapane», che in quel momento sta per la musica gratuita che offre la piattaforma. Ho una passione per le cose ridicole, specialmente quando hanno anche senso: è il luogo della fiction che preferisco, scrivere qualcosa di assurdo che finisce per essere incredibilmente logico. Come il personaggio di Alfred, che a caso si mette a urlare in mezzo alla strada per vedere le reazioni autentiche delle persone, o come lo scrittore che dà un calcio alla tecnologia.

Il tempo è un bastardo aveva quel capitolo strutturato come un Powerpoint, in questo libro invece ce n’è uno che è uno scambio di mail e un altro di tweet: come decidi a quali forme si prestano le tue storie?
Fa parte del mio stile di scrittura, prima menzionavo la mia lista di cose da scrivere prima di morire. Oltre alla prima persona plurale, c’era un capitolo epistolare di mail, uno in cui si susseguivano i tweet, un altro di flusso di coscienza in caps lock. Aspetto un tempo e uno spazio che si prestino come portale per un mondo che funzionerebbe meglio se usassi una di queste strutture. Ci provo e capisco che funziona se ho la sensazione di porte che si aprono, di totale libertà. Ci sono alcune cose che volevo fare in questo libro che non sono riuscita a fare, e personaggi a cui ho accennato che vorrei esplorare, ma se ci sarà un altro libro dovrà essere radicalmente diverso dai primi due. Penso ci vorrà un po’, infatti credo che questa attesa di dodici anni tra i due libri sia stata necessaria.

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