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Delle spillette a forma di cappio sono diventate l’accessorio preferito dai politici israeliani a favore della legge sulla pena di morte ai terroristi palestinesi A sfoggiare questa spilla con il maggiore entusiasmo è stato ovviamente il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir.
Dopo i casi di Bergamo e Perugia, anche in Italia si sta iniziando a parlare di Nihilistic Violent Extremism Inventata negli Usa, la definizione identifica crimini commessi da giovani e giovanissimi in cui la violenza non è un mezzo per raggiungere nulla ma il fine stesso dell'azione.
In occasione del 50esimo anniversario, Allegro non troppo, il capolavoro di Bruno Bozzetto, uscirà finalmente in versione restaurata Ma c'è un ma: al momento, questa versione restaurata verrà distribuita, paradossalmente, solo negli Usa e non in Italia.
Un gruppo che si chiama EveryonehatesElon si sta organizzando per rovinare il Met Gala a Jeff Bezos Si tratta dello stesso collettivo che protestò contro l'occupazione veneziana durante il matrimonio del patron di Amazon, e che oggi sta raccogliendo donazioni per organizzarsi in vista dell'evento.
È vero che il Ministro della Difesa Crosetto ha negato agli Usa il permesso di usare la base di Sigonella, ma è vero anche che gli Usa il permesso nemmeno lo avevano chiesto Quando il Comando Usa il permesso lo ha finalmente chiesto era troppo tardi e Crosetto non ha potuto fare altro che negarlo.
La produttrice di La voce di Hind Rajab è riuscita a far fuggire la famiglia di Hind Rajab dalla Striscia di Gaza La madre della bambina, Wissam, e altri otto membri della famiglia sono così riusciti ad arrivare in Grecia e ottenere lo status di rifugiati.
La nuova opera di John Carpenter è un graphic novel horror basato su un incubo che ha fatto Si intitola Cathedral e Carpenter ne comporrà anche la colonna sonora, da ascoltare durante la lettura del fumetto.

Sulla barricata assieme a Jacopo Benassi

Quattro chiacchiere con il non-solo-fotografo, fino al 30 novembre in mostra alla Galleria Francesca Minini di Milano con Sàlvati, Salvàti.

10 Ottobre 2024

Sbobinare un’intervista è generalmente la parte più noiosa del nostro lavoro, ma non in questo caso. La registrazione della chiacchierata con Jacopo Benassi fatta durante la cena che seguiva l’inaugurazione della mostra, con performance back to back insieme a Khan of Finland, è un piccolo capolavoro di vaudeville, tra cracker Wasa, cipolle crude, estemporanei flirt tra i commensali, saluti e brindisi. Ma anche la mostra non è quel che si immagina quando si pensa a una mostra fotografica. Benassi è un agitatore. E come l’ha definito con icastica nonchalance Mariuccia Casadio «è uno dei pochi artisti viventi, punto».

Benassi agita lo spazio con le immagini che non si fermano allo scatto ma diventano opere nella ruvidezza delle cornici, nella tensione delle cinghie che le tengono unite, nei vetri che le trattengono. E nell’accumulo che si fa barricata, spazio attivo in cui succedono cose, in cui sperimentare, in cui ospitare e in cui performare. Come nel caso di Kahn of Finland durante la serata dell’inaugurazione e di altre a seguire. Dice che: «La mostra, Sàlvati, Salvàti è un’esigenza fisica di costruire una barricata, per far capire che dentro questa barricata c’è una salvezza. Tutto quello che faccio mi stanca ma insieme mi salva dal mondo. Non solo il mondo delle guerre, anche da quello del ragazzino che va in monopattino e intanto si fa un video al telefono, oppure di Netflix con le sue quote di politicamente corretto. Odio l’intolleranza ma siamo in un mondo che non mi piace perché segue delle regole finte. Anche il mondo gay non mi piace, non mi appartiene, c’è un sacco di razzismo dentro il mondo gay, non mi sento di appartenere neanche lì. E poi c’è anche molta autocritica perché poi mi chiedo anche, ma io cosa sto facendo invece? Cioè sì io dico queste cose, faccio questi ragionamenti, ma faccio anche una mostra in una galleria dove ci sono i collezionisti, gente coi soldi che compra i miei lavori. Non dovrei lamentarmi, e invece è una lamentela anche verso me stesso».

Lo spazio della galleria è diviso in due parti, nella prima sala, più ampia, c’è l’accumulo della barricata, e alle pareti composizioni di foto in cui le immagini si sovrappongono nascondendosi. Autoritratti fatti di pezzi, di richiami, di cose che fanno anche ridere. La barricata è del resto il limite ultimo dello scontro tra norma e cambio della norma. Tra ordine e disordine. Nella seconda invece c’è una sospensione, pulizia, immagini a colori di fiori e piante. Silenziose. «Nelle mostre cerco di creare un momento di riequilibrio, come nell’ultima stanza con i fiori. Ma anche quelle le sento sempre come stratificazioni».

Stratificazioni, accumulo di oggetti, che oggetti sono? «Esistono due tipi di barricate, me lo sono anche studiato su un libro di Nero Editions. Ce n’è una spontanea diciamo, come le barricate che si fanno in strada a Parigi, per cui sei lì e le fai nel minor tempo possibile con quello che trovi. E poi ci sono le barricate delle guerre, che invece sono create con una strategia e un sistema molto più progettuale. In questo mio caso il concetto è più quello della guerra, ci sono i sacchi di sabbia, il metallo… E poi ci sono le opere, che vengono difese e mi difendono. Non si può sempre far lavori nuovi perché voi volete sempre lavori nuovi per comprarli, ci sono lavori che rivivono, che sono figli della rinuncia, che vengono riassemblati».

Gli autoritratti coperti invece «fanno parte di questo momento di caos che ho creato, è un momento di caos mio. C’è sempre una presa per il culo, c’è un autoritratto in forma di aragosta. E poi c’è quello che non si vede, tante immagini sono coperte. C’è un cazzo coperto dalla foto di un piede, e quello è ovviamente un cazzo, ma ti chiedi come sarà quel cazzo? Di chi sarà? Anche perché le immagini hanno anche un po’ rotto i coglioni». E non stupisce che a dire che le immagini hanno rotto i coglioni sia forse il più fisico dei fotografi per l’appunto viventi. Uno che anche se si va a vedere tutto quello che ha fatto in passato non ha mai cercato il “bello scatto”.

«Sì, l’inizio vero è stato con il taglio dei vetri, cornici fatte alla cazzo di cane, ma mi sono reso conto che quando sei più libero di fare un lavoro tuo, anche la barricata, è tutto basato sull’imperfezione. Anche le performance sono sempre dei fallimenti, queste cornici sono fatte male ma non sono fatte intenzionalmente male. È un mio limite che però ho voluto amplificare al massimo, ho capito che il mio lavoro è imperfetto. Invece di correggere il mio limite io l’ho proprio esaltato, io lavoro male, canto male, suono male, fotografo bene? Ma no! Fotografo come fotografano le mamme ai compleanni. Tutto il mio lavoro è l’esaltazione di un fallimento, di un limite. Non sono andato oltre, non ho studiato, non ho voluto perfezionarmi, quando ho provato a farlo ho sempre fatto degli errori. Su queste barricate a un certo punto avevo messo delle scritte, però poi le ho tolte perché non mi appartenevano, appartenevano all’estetica delle barricate ma non alla mia. Stavo facendo una scenografia. Allora le ho cancellate e ho lasciato la cancellatura, perché quella era vera. La scritta no».

Le foto delle installazioni sono di Andrea Rossetti.

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