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06:02 martedì 31 marzo 2026
La nuova opera di John Carpenter è un graphic novel horror basato su un incubo che ha fatto Si intitola Cathedral e Carpenter ne comporrà anche la colonna sonora, da ascoltare durante la lettura del fumetto.
Mentre tutti i giornali licenziano, il New York Times ha raggiunto il record di giornalisti assunti: 2300 È una crescita del 50 per cento in dieci anni, che si somma ai 13 milioni di abbonati in tutto il mondo e a un fatturato di quasi un miliardo di dollari.
Il momento più surreale della visita a Roma di Robert Pattinson e Zendaya è stato indubbiamente la foto al Campidoglio con il sindaco Gualtieri Il sindaco è riuscito a rubare la scena anche a due stelle di Hollywood, a conferma del naturale carisma con cui si conduce sempre in tutte le uscite social.
KitKat ha confermato che il furto di un camion con 12 tonnellate di KitKat avvenuto in Italia è una notizia vera, è successo davvero Mentre parliamo, c'è qualcuno, da qualche parte in Europa, che sta nascondendo 413.793 barrette di KitKat a forma di macchina da Formula 1.
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Trump ha detto in maniera molto chiara ed esplicita che vorrebbe prendersi il petrolio iraniano Ma ha anche aggiunto che ci sono degli «scemi» negli Stati Uniti che glielo stanno impedendo. Non ha chiarito chi siano questi scemi, però.
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Stando alla ricostruzione della Questura di Roma, il “controllo” a Ilaria Salis prima della manifestazione No Kings è stato fatto perché nessuno aveva capito che si trattava di quella Ilaria Salis Il controllo all'europarlamentare è durato circa un'ora, tanto è stato necessario perché gli agenti si accorgessero di chi avevano davanti.

Roman Polanski, inquisito e inquisitore

In J'accuse, il regista guarda a un fatto lontano (l'affare Dreyfus) con uno sguardo molto vicino.

26 Novembre 2019

Probabilmente il cinema di Kubrick, benché all’epoca nessuno se ne fosse accorto, era una specie di nana bianca, e quella che continua a arrivare in sala oggi, nei casi migliori, è la luce di qualcosa che ha smesso di esistere molto tempo fa. Sarà un’immagine azzardata, ma ha i suoi riscontri. Per citare l’ultimo, L’ufficiale e la spia (si chiamerebbe molto più sensatamente J’accuse, ma prima che il cinema si spenga del tutto i distributori italiani avranno comunque tempo di brutalizzare qualche altro migliaio di titoli originali) è in primo luogo un remake occulto di Orizzonti di gloria. Solo a seguire, uno straordinario film di Roman Polanski. Col passare del tempo, e lo stratificarsi dei rimbrotti per fatti commessi decenni prima, quindi ormai molto affannosamente ricostruibili, Polanski tende a sperimentare sui suoi personaggi il trattamento che continua a subire da inquisitori grandi e piccoli di mezzo mondo: li incastra in un angolo, gli toglie l’aria, e sta a vedere, da dietro la macchina, come se la cavano.

Qui, piuttosto male. Il film riduce a un dramma da camera una materia che si sarebbe prestata a qualsiasi forma di sagone epicizzante. Ma riduce è un espressione impropria, e il primo punto sono proprio le camere. Mentre in Orizzonti di gloria i luridi generalini inamidati – Adolphe Menjou in testa – ricevevano Kirk Douglas in immani e sontuosi interni principeschi, che ne riducevano ulteriormente la statura, i loro predecessori di un paio di generazioni devono quasi piegarsi per non sbattere la capoccia in soffitti dostoevskijani – aggettivo che si può tranquillamente traslare allo stato di pulizia degli interni, specie nel dipartimento lenzuola. Tutto è lurido, spiegazzato, sfatto, opaco. Incluse le trame della macchinazione antidreyfus, che dalle presunte geometrie complottiste Polanski degrada a quello che assai verosimilmente sono state: traffici di una casta meschina e corrotta, e tapponi messi uno sopra l’altro a peggiorare il buco. Con gli esterni ridotti a brevi flash di raccordo, tutto ricade sulle spalle dei protagonisti. Polanski si è fatto un giro alla Comedie Française, sicuro di trovarci sei o sette fenomeni  in grado di esprimere i sentimenti che furono, a suo tempo, la tonalità prevalente dell’affaire: odio, arroganza, bassezza, livore, stupidità e così via. E li ha trovati eccome, al punto che in qualche passaggio gli attori più popolari sembrano un tantino irrigiditi (persino Dujardin, ma soprattutto quella sardina – non in quel senso, è un fatto fisiognomico – di Garrel). L’unica signora del cast Polanski non ha invece avuto bisogno di cercarla, dal momento che ce l’aveva in casa: ma chapeau anche a Seigner, che qui fornisce una versione della matrona zozza non più circolata dai tempi di Petronio.

Il film è buio, fangoso, fumoso. Tutti infatti fumano compulsivamente, a incrementare le difficoltà respiratorie, stavolta, dello spettatore. Il primo a soffrirne però è Dujardin, che tenta invano di aprire una finestra per arieggiare i locali. Niente da fare: la finestra è rotta, e J’accuse è talmente crudele verso tutti e tutto che ai titoli di coda uno spera di veder comparire almeno la scritta “Nessun attore è stato maltrattato durante le riprese”. Di nuovo, niente da fare, ma era ovvio.

Comunque sia, difficile tornare su un fatto così lontano usando uno sguardo così vicino, ma stiamo parlando di Polanski. Cui molto evidentemente premeva dire qualcosa – o più di qualcosa – sulle oscene fobìe xenofobe (nel senso più ampio) che rischiano di soffocarci e che, trasformate in facce, smorfie e tic fanno ancora più orrore. Fieri dei calzoni rossi che nei primi mesi della Grande Guerra saranno la pacchia dei mitraglieri crucchi, questi colonnelli e capitani sono così simili (in quel senso) ai loro epigoni da cui siamo, su base oraria e a qualsiasi latitudine, ammorbati, da rendere superflue le uniche due attualizzazioni grossolane del film: l’arringa livida contro gli stranieri invasori a opera di un ufficiale ucciso dalla sifilide, un po’ telefonata, e le stelle a sei punte dipinte dalla folla sulle vetrine dei commercianti ebrei – sarebbe successo altrove e qualche tempo dopo, anche se in materia la Francia di fine Ottocento non scherzava neanche un po’. Ma tant’è: dati i tempi e la sordità generale, repetita iuvant.

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