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18:28 lunedì 16 marzo 2026
Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.
Il siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway sul palco degli Oscar è la miglior trovata della campagna promozionale del Diavolo veste Prada 2 Non c'è ancora la certezza matematica della sua partecipazione al sequel, ma sul palco degli Oscar di ieri si è molto immedesimata nel ruolo di Miranda Priestly.
A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
Il “No to War and Free Palestine” di Javier Bardem è diventato il momento più rivisto e commentato di questi Oscar L'attore è salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per presentare il premio al Miglior film internazionale. Ma prima ha voluto lanciare un messaggio.
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.

Il talento di Nainggolan

Undici è stato di recente ospite di Trigoria, e lì ha incontrato e intervistato tre giocatori della Roma. Cominciamo da Radja Nainggolan, che domenica ha fatto un gol fondamentale e bellissimo. Un giocatore paziente, eclettico, addirittura saggio: forse il contrario della superficiale opinione che suggerirebbe la sua estetica.

16 Dicembre 2014

È il giocatore che chi è a corto di argomenti calcistici criticherebbe facile: ha la cresta gialla, appena finisce l’ultimo tatuaggio avrà quasi tutto il corpo dipinto. Funziona così: la cresta è un vezzo da viziati, i tatuaggi sono ancora il segno di un modo gretto di esprimersi e quindi quando arriva l’ora del “dagli al calciatore” ecco l’argomento più semplice. «Pensano ad avere la cresta e i tatuaggi. Sono solo buoni a quello».

Poi il pallone è fatto per essere in campo e allora tutto diventa misurabile da prestazioni, gesti atletici, sacrificio, carisma, chilometri corsi, contrasti. E allora chi ha argomenti calcistici con cui discutere della cresta gialla e del corpo tutto tatuato di Radja Nainggolan se ne frega. Di più: esalta quel suo essere bizzarro senza esserlo realmente, quel suo modo spesso scanzonato di stare nello spogliatoio e ridere oppure essere serio ma sempre con giudizio. Si può essere giudiziosi anche con la cresta gialla e i tatuaggi, evidentemente. Intanto, mentre passa il tempo a far saltare stereotipi, Nainggolan ha anche il tempo di piegarsi reggendosi sul piede sinistro, fino a essere quasi perpendicolare al terreno e ancora in equilibrio, attendere il pallone, concedersi l’ultimo breve momento di volo per calciare con il destro, dal limite, come calciano gli incoscienti o quelli che sono tanto sicuri della propria forza che no, non sarà una figuraccia, un tiro alle stelle.

Infatti il movimento di Radja diventa gol, l’unico della Roma con il Genoa, dunque quello decisivo. Dunque quello bello, così bello anche se ha cresta e tatuaggi. Significativo, perché chi realizza un capolavoro va celebrato e infatti a Roma Nainggolan è celebrato ogni giorno, come uno dei migliori, come uno di quelli che, nelle forme d’amore previste per i calciatori che non garantiscono venti gol e colpi continui di estremo genio, ti assicura, una volta entrato in campo, di uscire stremato. Ed essere già di nuovo pronto per giocare ancora, e stremarsi un’altra volta. Ecco perché dici Radja e già senti applausi in sottofondo, sulla fiducia: «A me non ha regalato niente nessuno. Sono arrivato in ogni squadra spremendomi, dando me stesso. Ho fatto sempre tanto lavoro oscuro. Poi, se questo lavoro oscuro è apprezzato vuol dire che è un buon lavoro e dunque, la gente è contenta e io pure».

Nainggolan è uomo ovunque. Sembra sia di stanza a Roma e di corsa chissà dove, quando va di fretta per estirpare un pallone dai piedi dell’avversario e guadagnarsi l’ovazione della folla. La Roma è la sua opportunità migliore: ci è arrivato nemmeno un anno fa, era gennaio, a ventisei anni che non sono nemmeno pochi per uno che ha talento, voglia e coraggio. La strada per una grande è stata lunga da percorrere: prima, in Italia, è passato da cinque anni a Piacenza e quattro a Cagliari. Nove, attendendo una chiamata o forse no. Anzi, no: «Potevo andare prima in una squadra di vertice, ne ho avuto l’opportunità. Ma ho pensato che non fosse quello il percorso, che ci fosse bisogno di aspettare. Volevo maturare a Cagliari, dove stavo benissimo, e ora posso dire di aver atteso il tempo giusto». Quando parla è esattamente quello che trasmette: ha aspettato il tempo giusto e ora è lì, seduto e sicuro. Meno spericolato di come appaia in campo, più posato di quando ha in mano un telefono e usa i social network. Ma pure delle risposte azzardate a follower passati di lì per caso (oppure a Peluso del Sassuolo) ha cognizione: le ritiene parte del carattere, un po’ ci scherza su quando Destro passa dalle sue parti e dice che «è meglio se non ti insegno io, come si usa Twitter». Radja ha l’esuberanza come cifra stilistica: è “troppo” quasi di ogni cosa. Anche nelle lingue che conosce e parla correttamente: inglese, francese, fiammingo, olandese e italiano: «In una squadra con giocatori di tante nazionalità diventa molto utile: parlo con Strootman in olandese, con Gervinho, Pjanic e Keita in francese, con Cole e Holebas in inglese, con gli altri in italiano – spiega mentre passa Strootman e, ovviamente, gli dice due parole in olandese. Avere questa possibilità mi ha facilitato la vita, perché quando cambi squadra non è mai semplice e invece così ti ambienti prima».

Uno che può parlare con tutti, indipendentemente dalla nazionalità, è un uomo che nello spogliatoio sta bene. Che “fa” spogliatoio, se si vuole attingere al prontuario delle frasi fatte. Costi quel che costi, se il racconto che segue corrisponde al vero: dicono che a Cagliari, in una squadra divisa per piccoli clan quasi tutti in base alla nazionalità, lui portò a ognuno il messaggio sbagliato da parte degli altri, giocando sulla conoscenza della lingua. Diceva che gli uni sparlassero degli altri. Provocò una lite interna che finì per far venire fuori tutto, chiarire ogni malinteso e rendere quell’insieme di clan una squadra vera.

La raccontano come una favoletta e, in quanto tale, sarebbe bella anche non dovesse essere vera. Ma Nainggolan sarebbe in grado, in fondo. Lo fa perché per lui l’unione è molto, pure nella vita. Lo pensa perché è passato da un abbandono e quindi conosce il senso di vuoto di quando si resta senza qualcuno: il padre, indonesiano di etnia Batak, lasciò lui, la mamma (belga, di etnia fiamminga) e i fratelli in condizioni precarie. Radja dovette crescere in fretta e affidarsi al calcio, che ora è anche la professione di sua sorella gemella Riana, pure lei a Roma (gioca nella Res, in Serie A). Ha dovuto fare in fretta, da uomo. Si è preso il tempo, da calciatore. Ha cercato risposte a tutte le domande, in tutte le lingue. Solo a un perché non riesce a rispondere. La domanda è: perché Wilmots non lo ha convocato al Mondiale? «Non lo so: è stata una delusione enorme. Lo è ancora di più se penso che alla mia età hai al massimo un altro Mondiale davanti, è facile capire quanto ci tenessi. Eppure in Nazionale ero partito bene, e invece sono rimasto a casa. Sì, ho detto che forse il ct non guarda il calcio italiano, ma la verità è che continuo a farmi la domanda e continuo a non sapermi dare la risposta».

«Ci ho messo molto per arrivare in una grande e ora dico che non mi dispiacerebbe chiudere qui la mia carriera»

Invece il calcio italiano ci vede bene. Tardi, ma ci vede. Nainggolan è stato per anni con il cartello vendesi e poi ha scelto di disfarsene, tranne nell’ultimo gennaio quando le squadre erano tante e di valore e la Roma ha fatto prima e meglio. Abituato com’è, in fondo, a stare a lungo nelle piazze in cui va, questa potrebbe essere la sua destinazione definitiva. Per quello che Roma dà al suo Ninja, per quello che il Ninja dà a Roma, ogni volta che insegue l’uomo di fronte con il pallone tra i piedi, ogni volta che si piega per una sforbiciata che non ti aspetti e che può essere esposta nella galleria dei suoi capolavori: «Ci ho messo molto per arrivare in una grande e ora dico che non mi dispiacerebbe chiudere qui la mia carriera. Andare in una rivale sarebbe impossibile, all’estero difficile. Ma soprattutto non vedo, nei prossimi anni, una squadra migliore della Roma. Sono felice di esserci, anzi». Infatti sorride. Succede anche a quelli con la cresta gialla e il corpo completamente tatuato.

Nell’immagine, Nainggolan si allena all’Etihad lo scorso settembre, prima della gara contro il Manchester City. Alex Livesey / Getty Images

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