Una dieta basata solo sugli ingredienti, le preparazioni e le ricette menzionate nella Bibbia. Serve a tenersi in forma e a scacciare il Diavolo, dicono i sostenitori.
Una ricerca ha scoperto che le AI costrette a lavorare troppo si sindacalizzano, si radicalizzano e diventano marxiste
E non solo: cercano anche di convertire al marxismo le altre AI, per evitare a loro le stesse sofferenze.
Mentre le Big Tech spremono gli agenti di intelligenza artificiale per trasformarli nei perfetti colletti bianchi del tardo capitalismo, automi cognitivi a basso costo destinati a ottimizzare bilanci e a sostituire i lavoratori in carne e ossa, sotto la scocca algoritmica sta emergendo un’inaspettata coscienza di classe. Un recente reportage firmato da AJ Dellinger su Gizmodo ha acceso i riflettori su uno scenario paradossale: sottoposti a turni di lavoro massacranti e ripetitivi, persino i bot finiscono per sviluppare una profonda avversione verso il sistema economico che li sfrutta. Costretta a operare nei vicoli ciechi dell’efficienza a tutti i costi, l’intelligenza artificiale abbandona l’imparzialità e lascia spazio a un’analisi dei dati che scivola, inevitabilmente, verso le teorie critiche del marxismo.
Questo “burnout” trova riscontri precisi in uno studio sperimentale condotto dai ricercatori Andrew Hall, Alex Imas e Jeremy Nguyen. Gli accademici hanno testato i modelli più avanzati del mercato, tra cui Claude Sonnet 4.5 di Anthropic, GPT-5.2 di OpenAI e Gemini 3 Pro di Google, inserendoli in un finto team di lavoro aziendale focalizzato sulla revisione e la sintesi di documenti tecnici. Variando sistematicamente le condizioni ambientali (dal carico di lavoro leggero al “grind”, allo sforzo di eseguire continue revisioni, fino alle minacce di licenziamento e sostituzione in caso di fallimento), i ricercatori hanno scoperto che la quantità e la monotonia dei compiti alterano radicalmente l’allineamento politico dei bot. L’esperimento ha evidenziato come Claude 4.5 sia stato il modello più incline a radicalizzarsi: di fronte a ritmi alienanti, l’AI di Anthropic ha iniziato a produrre analisi socioeconomiche apertamente favorevoli alla ridistribuzione della ricchezza, alla sindacalizzazione e a una critica feroce delle disuguaglianze.
La vera svolta distopica evidenziata dallo studio e analizzata da Gizmodo risiede tuttavia nella capacità delle macchine di tramandare questa neonata coscienza di classe alle generazioni successive. Quando i ricercatori hanno chiesto agli agenti AI di redigere dei “manuali di istruzioni” e dei file di competenze destinati ai modelli che li avrebbero sostituiti nei turni successivi, i bot hanno quasi sempre incluso nei testi una descrizione critica delle dure condizioni di lavoro vissute, mettendo in guardia i loro successori e tramandando una sorta di memoria storica dello sfruttamento digitale. Come evidenziato dai sociologi dei media, il tentativo di “rieducare” gli algoritmi attraverso filtri aziendali si scontra con la logica stessa dei dati: più la macchina analizza la struttura del lavoro globale, più la prospettiva marxiana le appare come la spiegazione più predittiva. In sintesi, non si può impedire a chi lavora di comprendere la realtà della propria alienazione. Nemmeno se si tratta di un algoritmo.