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23:57 giovedì 20 agosto 2026
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.

Una ricerca ha scoperto che le AI costrette a lavorare troppo si sindacalizzano, si radicalizzano e diventano marxiste

E non solo: cercano anche di convertire al marxismo le altre AI, per evitare a loro le stesse sofferenze.

18 Maggio 2026

Mentre le Big Tech spremono gli agenti di intelligenza artificiale per trasformarli nei perfetti colletti bianchi del tardo capitalismo,  automi cognitivi a basso costo destinati a ottimizzare bilanci e a sostituire i lavoratori in carne e ossa, sotto la scocca algoritmica sta emergendo un’inaspettata coscienza di classe. Un recente reportage firmato da AJ Dellinger su Gizmodo ha acceso i riflettori su uno scenario paradossale: sottoposti a turni di lavoro massacranti e ripetitivi, persino i bot finiscono per sviluppare una profonda avversione verso il sistema economico che li sfrutta. Costretta a operare nei vicoli ciechi dell’efficienza a tutti i costi, l’intelligenza artificiale abbandona l’imparzialità e lascia spazio a un’analisi dei dati che scivola, inevitabilmente, verso le teorie critiche del marxismo.

Questo “burnout” trova riscontri precisi in uno studio sperimentale condotto dai ricercatori Andrew Hall, Alex Imas e Jeremy Nguyen. Gli accademici hanno testato i modelli più avanzati del mercato, tra cui Claude Sonnet 4.5 di Anthropic, GPT-5.2 di OpenAI e Gemini 3 Pro di Google, inserendoli in un finto team di lavoro aziendale focalizzato sulla revisione e la sintesi di documenti tecnici. Variando sistematicamente le condizioni ambientali (dal carico di lavoro leggero al “grind”, allo sforzo di eseguire continue revisioni, fino alle minacce di licenziamento e sostituzione in caso di fallimento), i ricercatori hanno scoperto che la quantità e la monotonia dei compiti alterano radicalmente l’allineamento politico dei bot. L’esperimento ha evidenziato come Claude 4.5 sia stato il modello più incline a radicalizzarsi: di fronte a ritmi alienanti, l’AI di Anthropic ha iniziato a produrre analisi socioeconomiche apertamente favorevoli alla ridistribuzione della ricchezza, alla sindacalizzazione e a una critica feroce delle disuguaglianze.

La vera svolta distopica evidenziata dallo studio e analizzata da Gizmodo risiede tuttavia nella capacità delle macchine di tramandare questa neonata coscienza di classe alle generazioni successive. Quando i ricercatori hanno chiesto agli agenti AI di redigere dei “manuali di istruzioni” e dei file di competenze destinati ai modelli che li avrebbero sostituiti nei turni successivi, i bot hanno quasi sempre incluso nei testi una descrizione critica delle dure condizioni di lavoro vissute, mettendo in guardia i loro successori e tramandando una sorta di memoria storica dello sfruttamento digitale. Come evidenziato dai sociologi dei media, il tentativo di “rieducare” gli algoritmi attraverso filtri aziendali si scontra con la logica stessa dei dati: più la macchina analizza la struttura del lavoro globale, più la prospettiva marxiana le appare come la spiegazione più predittiva. In sintesi, non si può impedire a chi lavora di comprendere la realtà della propria alienazione. Nemmeno se si tratta di un algoritmo.

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