Hype ↓
06:12 sabato 29 novembre 2025
I dazi turistici sono l’ultimo fronte nella guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa Mentre Trump impone agli stranieri una maxi tassa per l'ingresso ai parchi nazionali, il Louvre alza il prezzo del biglietto per gli "extracomunitari".
Papa Leone XIV ha benedetto un rave party in Slovacchia in cui a fare da dj c’era un prete portoghese Il tutto per festeggiare il 75esimo compleanno dell'Arcivescovo Bernard Bober di Kosice.
I distributori indipendenti americani riporteranno al cinema i film che non ha visto nessuno a causa del Covid Titoli molto amati da critici e cinefili – tra cui uno di Sean Baker e uno di Kelly Reichardt – torneranno in sala per riprendersi quello che il Covid ha tolto.
La presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan ha nominato il nuovo governo e ha fatto ministri tutti i membri della sua famiglia In un colpo solo ha sistemato due figlie, un nipote, un genero, un cognato e pure un carissimo amico di famiglia.
Sally Rooney ha detto che i suoi libri potrebbero essere vietati in tutto il Regno Unito a causa del suo sostegno a Palestine Action E potrebbe addirittura essere costretta a ritirare dal commercio i suoi libri attualmente in vendita.
In Francia è scoppiato un nuovo, inquietante caso di “sottomissione chimica” simile a quello di Gisèle Pelicot Un funzionario del ministero della Cultura ha drogato centinaia di donne durante colloqui di lavoro per poi costringerle a urinare in pubblico.
Dopo quasi 10 anni di attesa finalmente possiamo vedere le prime immagini di Dead Man’s Wire, il nuovo film di Gus Van Sant Presentato all'ultima Mostra del cinema di Venezia, è il film che segna il ritorno alla regia di Van Sant dopo una pausa lunga 7 anni.
Un esperimento sulla metro di Milano ha dimostrato che le persone sono più disponibili a cedere il posto agli anziani se nel vagone è presente un uomo vestito da Batman Non è uno scherzo ma una vera ricerca dell'Università Cattolica, le cui conclusioni sono già state ribattezzate "effetto Batman".

Instagram sta finendo

Mematori, influencer, semplici utenti: il nuovo Instagram non piace a nessuno e in molti iniziano a chiedersi se è possibile, e come sarebbe, un mondo senza il social che ha rivoluzionato il nostro modo di fruire internet.

28 Luglio 2022

Un gruppo di creator, e cioè una piccola e variegata compagnia di admin di pagine Instagram di meme, influencer e sex workers, il 23 luglio 2022, si è incatenato sotto la sede di New York di Meta, la compagnia proprietaria di Instagram e Facebook. Protestava contro il cambio di algoritmo dell’applicazione, che penalizza i loro contenuti. Questo è un fatto, una cosa che è successa: e ho cercato di scrivere la frase iniziale senza aggiungerci nessun sarcasmo. Quell’alito di indignazione che sentite montare, quel leggero movimento degli angoli della bocca, quella voglia di sospirare molto a fondo, sono probabilmente frutto della vostra interpretazione, del conservatorismo che, si sa, lievita con il passare degli anni, e del fatto che avete superato i trenta. Non cercate le foto della protesta, in tal caso, che è stata chiamata dai creator stessi – d’altra parte il copywriting è una skill necessaria per il mestiere – Instarrection.

In realtà questa piccola sollevazione contro Instagram – che sembra poi un meme a sua volta – è una cosa un po’ più seria di una scemenza di dodici teenager, ma riguarda un cambiamento profondo che sta accadendo dentro Instagram, il che vale a dire: dentro le nostre vite. Che quello che era un tempo il social network delle foto con amici («In solidarity with my fallen oomf», diceva uno dei cartelli, in cui oomf sta per “one of my friends”, un acronimo nato intorno a Instagram) stia diventando un posto in cui si vedono sempre meno foto e sempre meno amici se ne stanno accorgendo in molti, ce ne stiamo accorgendo tutti. Le proteste contro il “nuovo Instagram” iniziano in realtà nel 2016, quando il feed cronologico viene sostituito da un feed algoritmico, ma la sostanza del gioco, allora, non mutò troppo. L’introduzione delle Story si rivela, qualche mese dopo, un successo per inserzionisti e pubblico. Dell’arrivo dei Reel non ci preoccupammo troppo, perché dovevi andarteli a cercare apposta e nessuno ci andava davvero. Ma erano tutte micce accese, ci siamo accorti poi, e negli ultimi mesi sono deflagrate tutte più o meno insieme: i feed adesso sono bianchi, oppure neri oppure in 9:16 a tutto schermo; i post degli account seguiti sono praticamente scomparsi, sostituiti da un’invasione di Reel di sconosciuti perché “suggeriti” dall’intelligenza artificiale di Instagram, un’intelligenza ancora poco sviluppata, sia detto senza shaming, considerato che nonostante i miei molteplici clic sull’opzione “Nascondi: non è rilevante” continua a suggerirmi Reel di viaggi in Valcamonica, sconosciuti che giocano con filtri a cui reagiscono con faccette patetiche, cani e gatti schiaffeggiati al ritmo di un’insopportabile filastrocca.

Oggi è difficile dire cosa sia Instagram, e questo è un problema per tutti gli utenti, che siano utenti base con poche centinaia o migliaia di follower, creator che lo utilizzano come piattaforma lavorativa o aziende che lo avevano messo al centro del loro modello di business: non è un posto in cui ci guardare foto di cani e di cibo, perché il formato fotografico è diventato una specie di nemico di Meta; allo stesso tempo non è un posto che potrà essere dedicato soltanto ai video creator, perché TikTok funziona incredibilmente meglio e possiede una community che non si sposterà; non è un posto in cui guardare le news in forma di cartolina colorata e qualunquista, perché le pubblicità di strumenti per il fitness rendono impossibile trovare questo tipo di contenuti, e non sarà, tra poco, nemmeno un posto per influencer indignate ma sponsorizzate, perché spiccheranno sempre meno. Adam Mosseri, dal 2018 “capo di Instagram”, ha praticamente tutti contro, come una Giorgia Meloni dei social network capace di unire contro di sé un fronte che va da Fratoianni a Gelmini. Tradotto in termini Instagram, un’opposizione che va dai memer ironicissimi di cui sopra fino a Kylie Jenner e Kim Kardashian, che hanno postato il 26 luglio un’immagine creata dalla 21enne Tatiana Bruening, un quadrato bianco con scritto in nero: «Make Instagram Instagram again (Stop trying to be TikTok I just want to see cute photos of my friends)».

Non succederà: Mosseri, poche ore dopo l’appello delle influencer più famose del mondo ha pubblicato un video (non Reel) in cui racconta cosa è cambiato e cosa cambierà nel social network: vestito con felpa raglan molto American Apparel del 2010, pantaloni della tuta di felpa e occhiali alla Dov Charney, forse per far sentire a casa noi Millennial sperduti incapaci di immaginarci su TikTok, ha detto con molti giri di parole che i video continueranno a essere il centro della piattaforma nei prossimi tempi: un “whatever it takes” per fare la corsa su TikTok come un tempo fu fatto per Snapchat, provare a batterlo e metterlo fuori dal mercato.

Instagram è morto, sentenziano i giornali che si occupano di tecnologia e lifestyle, e il pensiero è lo stesso che attraversa anche le nostre menti, angosciate: molto più di Facebook, Instagram aveva alla fine rappresentato una piattaforma da cui nessuno era escluso, in grado di generare riferimenti culturali o sottoculturali immediatamente appannaggio di chiunque. Come ha scritto Valerio Bassan nella sua newsletter Ellissi, il feed – con il suo scroll infinito e contenuti estremamente familiari, come una continua conversazione amicale – aveva rappresentato una grande rivoluzione nel modo in cui il mondo fruiva internet. Tutto questo ora è a rischio “effetto-Facebook”: ovvero, un esodo – che non corrisponde per forza a una disiscrizione – verso altri lidi, come fu già, più di un decennio fa, per MySpace. Non è una scemenza, o una questione da liquidare con una battuta sul tempo perso davanti allo schermo: che ne dirà, per esempio, chi si è comprato un media che esiste quasi solo su Instagram per oltre 5 milioni di euro? Che faranno gli editori, che (raramente in Italia) hanno creato squadre soltanto per quel canale? Che cosa faranno i creator, gli influencer, i sex worker, i fotografi, i modelli (declinate tutto anche al femminile)? Che faranno i meme? E la moda? Sarà uno scossone economico e culturale allo stesso tempo che farà tremare un bel po’ di palazzi.

Ogni commenti, opinione o articolo, in queste settimane, contiene il ragionamento: come faremo a migrare su TikTok, e imparare a fare video coinvolgenti? È vero: TikTok non sarà probabilmente mai una piattaforma inclusiva come Instagram, perché il media su cui si basa – il video – è molto meno alla portata di tutti rispetto alla fotografia. Un video richiede molto più tempo per poter essere creato e fruito, montato e caricato, in un mondo in cui il tempo – non spezzettato – si configura come una risorsa sempre meno diffusa. Questo spalanca un’ulteriore porta su una domanda con una risposta ancora meno nitida: potrà esistere, nel futuro prossimo, una vita senza social network? Il pubblico orfano di Instagram potrebbe rimanere tale, senza confluire in un altro social network? Dal 2008 in poi questa eventualità è scomparsa dall’orizzonte del possibile, ma non significa che non possa tornare. In uno degli articoli più letti e commentati del New York Magazine nell’ultimo anno il “trend forecaster” Sean Monahan, l’inventore del termine “Normcore” e anticipatore di una serie di tendenze, ha detto: «Mi sembra che la traiettoria degli anni Dieci si sia esaurita. I social media non sono più un posto in cui puoi essere creativo; tutto è stato esplorato». Il concetto di macro-community su un’unica pubblica piazza, forse, potrebbe invecchiare presto: sempre nello stesso articolo, d’altra parte, Monaghan prevedeva il ritorno delle nicchie, dei piccoli gruppi e dell’underground – la più celebre vittima di Instagram, in termini culturali.

Il famoso cartello visto alle manifestazioni pro-choice che dice “I can’t believe I’m still protesting this shit” potrà tornare utile in queste settimane ai creator in rivolta per rivendicare i carousel senza inserzioni pubblicitarie, ma la frammentazione dei social network potrebbe non essere così male.

Articoli Suggeriti
La nuova funzione di geolocalizzazione di X si sta rivelando un serio problema per i politici

Non è facile spiegare come mai i più entusiasti sostenitori di Donald Trump postino dall'India o dalla Nigeria, per esempio.

Un anziano di New York ha pubblicato un annuncio in cui chiedeva di venire a fumare una sigaretta al parco con lui e si sono presentati in 1500

Lo smoke party improvvisato è stato lanciato dall’attore Bob Terry, che aveva anche promesso di offrire una sigaretta a chiunque si fosse presentato.

Leggi anche ↓
La nuova funzione di geolocalizzazione di X si sta rivelando un serio problema per i politici

Non è facile spiegare come mai i più entusiasti sostenitori di Donald Trump postino dall'India o dalla Nigeria, per esempio.

Un anziano di New York ha pubblicato un annuncio in cui chiedeva di venire a fumare una sigaretta al parco con lui e si sono presentati in 1500

Lo smoke party improvvisato è stato lanciato dall’attore Bob Terry, che aveva anche promesso di offrire una sigaretta a chiunque si fosse presentato.

Il guasto di Cloudflare è stato così grave che ha causato anche il guasto di Downdetector, il sito che si occupa di monitorare i guasti su internet

Oltre a X, ChatGPT, Spotify e tanti altri, nel down di Cloudflare è andato di mezzo anche il sito a cui si accede quando tutti gli altri sono inaccessibili.

Diversi grandi hotel sono stati accusati di fare offerte ingannevoli e fuorvianti su Booking

L’authority inglese che si occupa di pubblicità ha scoperto che quelle convenientissime offerte non sono mai davvero così convenienti.

Vangelo e integratori, social pieni e messe vuote: l’ascesa dei preti influencer

Già durante il Conclave abbiamo visto come il cattolicesimo stia diventando un trend. Adesso assistiamo anche al successo del prete influencer, figura chiave nella diffusione del churchcore.

Il Ceo di Google ha detto che nessuna azienda si salverebbe dall’eventuale esplosione della bolla dell’intelligenza artificiale

Sundar Pichai ha detto che la "corsa all'AI" è un tantino irrazionale e che bisogna fare attenzione: se la bolla scoppiasse, nemmeno Google uscirebbe indenne.