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Non è il momento giusto per vedere Inside
Nonostante il talento di Bo Burnham sia indubbio, il suo spettacolo su Netflix è una riflessione su cose che abbiamo appena vissuto, e che da troppo poco tempo stiamo provando a dimenticare.
C’è stato un tempo durante ma soprattutto dopo (possiamo dire “dopo”?) la pandemia, che tutto sembrava parlarci e ricordarci quanto abbiamo passato nell’ultimo anno. Uno strano, tremendo e pedante bias arrivato come un’epidemia cognitiva parallela che ha intaccato i nostri discorsi, riportandoci sempre là, “stai per dirmi un’altra volta che il 2020 ti ha cambiato?”, anche quando discutevamo di un film, di un vestito, una foto, un profumo, una serie, un libro che era “perfetto per rappresentare questo momento”, ma non lo era. E ora, che a oltre un anno di distanza è arrivato un prodotto perfetto veramente per raccontare quel periodo – un viaggio nel centro nevralgico della mente di un comico in quarantena – a causa del modo in cui abbiamo permesso alla pandemia di diventare tanto pervasiva persino nelle nostre chiacchiere, anche un talento come quello di Bo Burnham ottiene un effetto sfibrante. Perché il suo Inside, performance artistica, musicale, profonda e comica arrivata da poco su Netflix, avremmo dovuto vederlo l’anno scorso (magari al posto di quel brutto mokumentary che ironizzava sul 2020), quando abbiamo addirittura pensato fosse opportuno avere già il Grande romanzo sulla pandemia. Quando volevamo qualcuno che ci capisse, considerando che in quella profusione di Zoom, dirette, FaceTime e chiamate avevamo già qualcuno che ci ascoltasse. Quando, soprattutto, c’eravamo ancora dentro, mentre adesso che siamo fuori da poco e che della pandemia ci siamo stufati non solo di lamentarcene ma anche di riderne, vorremmo solo essere lasciati tranquilli e in pace a dimenticarcene.
Girato autonomamente alla sua tastiera, proprio come nei video che lo hanno portato alla fama (su YouTube, a 16 anni, nel 2006), in Inside Robert Pickering Burnham, “Bo”, parla/canta di tutto: una raccolta di un’ora e mezza di canzoni (belle e orecchiabilissime, come quella neo soul “All Eyes On Me”), monologhi e meta filmati dell’attore, sceneggiatore, compositore e comico che dirige sé stesso in uno spettacolo che è un insieme di riflessioni nate in un anno trascorso in una piccola stanza col condizionatore sullo sfondo, creando uno show per tenere a bada la propria depressione. Funziona, finora è l’unica opera d’arte sulla quarantena che valga la pena guardare visto che cattura l’universalità delle nostre vite digitali che hanno superato di gran lunga quelle reali. Ma tra la madre che non sa usare FaceTime, il compleanno da solo, i tentativi di sexting, ridursi a parlare con gli oggetti, poi il desiderio di restare ancora in casa, i capelli che crescono perché non ci sono i parrucchieri, volevamo davvero qualcuno che ci raccontasse di nuovo, proprio adesso, com’è stato vivere in lockdown?
Magari è invidia. Perché anche se Burnham prova a generalizzare, Burnham non è come noi. Burnham ha sofferto, e mentre soffriva ha condensato in un progetto completamente realizzato in solitudine una moltitudine di idee, commenti ed esaurimenti nervosi (il Millennial che è produttivo anche quando è ripiegato su sé stesso non è un Millennial) e noi mentre soffrivamo non riuscivamo a fare altro che non fosse alzarci e andare in cucina o in bagno, e pesava tutto talmente tanto che pure quelle erano cose che dovevamo convincerci a fare.
Nonostante la critica sia stata concorde sul fatto che Inside sia un esperimento riuscito – si è pur sempre concentrata sull’indubbia bravura dell’attore – guardare lo show e ricordarci come si stava quando si stava dentro proprio alle soglie di un’uscita che vogliamo credere sia definitiva, è estenuante allo stesso modo in cui lo è stato fino a pochi mesi fa cercare un articolo che non avesse nel titolo “ai tempi del Coronavirus”, o spiegare ai nostri genitori che se tenevano l’orecchio sulla fotocamera era molto probabile non ci vedessero nelle videochiamate, e ai nostri amici che non ce ne fregava un cazzo di fare aperitivo su Zoom ma che comunque apprezzavamo il gesto, non ce l’avevamo con loro. E infatti i momenti più belli di Inside sono quelli fuori dalla pandemia, come i commenti sociali sui profili Instagram delle donne bianche, su Jeff Bezos, sull’alienazione della cultura di Internet, o sulla pretesa dei brand di offrirci contenuti attraverso i propri testimonial mentre snocciolano una banalità dopo l’altra, magari in bianco e nero (indimenticabile lo spot di Brad Pitt per Chanel n 5, «It’s not a journey. Every journey ends», chissà cosa voleva dire).
Per tutto il resto è chiaro che Burnham abbia inventato un genere almeno dal 2009 con le sue canzoni-commento, e che speriamo non ci provino altri considerando che probabilmente lui è l’unico a saperlo fare propinandoci un musical sul lockdown senza farci desiderare di toglierci la vita. Ma ora non ci interessa, che pesantezza, non è il momento, forse lo è stato prima o forse non lo è ancora, e abbiamo solo bisogno che qualcuno ci conceda il tempo necessario per scordarcene e metabolizzare come per quel Grande romanzo sulla pandemia che altre persone scriveranno e non saremo noi, anche se allora probabilmente sceglieremo comunque un’altra opera di narrativa.
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