A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Il pezzo di ghiacciaio che ha causato le inondazioni in Tibet e Nepal era talmente grosso che quando si è schiantato al suolo ha provocato un terremoto
Una scossa di magnitudo 5.2 aveva fatto pensare a un sisma. Solo dopo si è capito che tutto era iniziato con un pezzo di ghiacciaio precipitato a valle.
Mercoledì 26 agosto, i sismografi al confine tra Nepal e Tibet hanno segnato una scossa di magnitudo di 5.2 e per qualche ora si è pensato si trattasse di un terremoto, con una frana innescata dalla scossa e l’inondazione arrivata di conseguenza. Poi l’US Geological Survey (il Servizio geologico statunitense) ha chiarito che quella scossa era stata causata dall’urto di un pezzo di ghiacciaio contro il fondo della valle. Si chiama crollo glaciale, definizione che indica la disgregazione di un ghiacciaio o di una sua parte. A valle il livello dei fiumi è salito di sette-nove metri in mezz’ora, portandosi via diverse stazioni di monitoraggio idrico. I video girati in zona durante la catastrofe mostrano acqua, fango, detriti e massi che scendono lungo il corso del fiume. Le vittime accertate al confine tra Nepal e Tibet sono almeno 177, i dispersi, al momento, almeno 1300.
BREAKING: At least 380 people missing after flash flood hits near Nepal-Tibet border pic.twitter.com/iCRpXJaBAe
— BNO News Live (@BNODesk) August 26, 2026
La ricostruzione dell’accaduto è ancora preliminare. Simon Cook, glaciologo dell’Università di Dundee, in Scozia, ha detto alla BBC che il suo gruppo ha rilevato il cedimento della parte bassa di un ghiacciaio nepalese vicino alla vetta del Langtang Lirung (una montagna di 7227 metri nel parte nepalese dell’Himalaya), a circa 15 chilometri dal luogo delle inondazioni, e stima che la massa sia scesa verso nord ovest per poi seguire il corso del fiume. Un’analisi del Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato delle Montagne di Katmandu parla di una possibile valanga di ghiaccio e roccia staccatasi ad alta quota, con un grande volume di detriti finito nel Lende Khola, affluente del fiume Bhote Koshi, che ha originato l’ondata improvvisa che ha poi travolto tutto. Cosa abbia fatto cedere il ghiacciaio mercoledì, però, non è ancora chiaro.
Quello che gli scienziati osservano da anni è il contesto. Secondo un’analisi pubblicata dall’ICIMOD all’inizio di quest’anno, i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya stanno perdendo ghiaccio al doppio della velocità del 2000, e insieme al ghiaccio si scalda il permafrost che tiene insieme parte dei versanti. Cook ricorda che episodi simili sono avvenuti negli ultimi anni in India e nello stesso Nepal: nel 2021 il crollo di un ghiacciaio himalayano nella valle di Chamoli, nel nord dell’India, uccise 200 persone, in un impatto che gli scienziati hanno poi stimato equivalente a quello di 15 bombe atomiche. L’anno scorso, la stessa regione nepalese era stata travolta dallo straripamento di un lago in Tibet. Secondo Mohd Farooq Azam, dell’ICIMOD, l’aumento dei pericoli legati alla criosfera sta diventando più evidente che mai e che il ritmo del cambiamento è tale che gli sforzi che vengono fatti per proteggere luoghi e persone si stanno rivelando inutili.
Sebbene gli scienziati siano cauti sul singolo evento, non lo sono sulla serie. Con il riscaldamento del pianeta, arrivano ritiro dei ghiacciai, scioglimento della neve, permafrost che si degrada, e di conseguenza più frane, più colate di detriti, più esondazioni lacustri, più crolli di ghiaccio e più tragedie.