Regista queer finalmente con grandi budget, la sua carriera è segnata da una gavetta sperimentale ed entusiasmante e dal coraggio di rompere le convenzioni dei generi. Ne abbiamo parlato insieme.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale
La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.
Dolly Parton è scomparsa ieri all’età di 80 anni. Se pensiamo a lei ricordiamo lo stile appariscente e luccicante, le parrucche cotonate, le canzoni country (“Jolene” su tutte), il carisma, l’intelligenza, e la nota filantropia che l’ha portata, nel corso degli anni, a distribuire trecento milioni di libri a bambine e bambini di tutto il mondo con la sua Imagination Library, un progetto nato in omaggio al padre cresciuto nell’analfabetismo, ma anche a elargire donazioni alla ricerca pediatrica e alla ricerca per i vaccini durante la pandemia. Ma c’è qualcosa in più: Dolly Parton è stata, a tutti gli effetti, una delle più agguerrite e coerenti sindacaliste nella storia dell’industria musicale americana. Prima di diventare una superstar e un’imprenditrice culturale, Parton è stata “una lavoratrice della musica”, citando la definizione di Tino Gagliardi, presidente internazionale dell’American Federation of Musicians (AFM).
Nata in una famiglia povera nella contea di Sevier, in Tennessee, quarta di dodici figli, Parton ha conosciuto da subito la sofferenza provocata dalla precarietà. Come cantava in “9 to 5”, canzone scritta per l’omonimo film del 1980 in cui debuttò come attrice, «lavorare dalle 9 alle 5, che modo di guadagnarsi da vivere. Tirare avanti a stento, è tutto un prendere senza mai dare. Usano soltanto la tua mente senza mai darti il merito, c’è da diventarci matti se glielo permetti». Parton ha dedicato la sua vita alla scrittura e alla musica ma anche alla lotta contro l’instabilità dell’industria musicale, blindando e contrattualizzando i diritti di chiunque lavorasse al suo fianco.
Questo feroce bisogno di autonomia e profonda giustizia è tradotto nell’emblematico no ad Elvis Presley per il brano “I Will Always Love You”. Dolly infatti si rifiutò di cedere il 50% dei diritti d’autore preteso dal manager di Elvis e mantenne così il controllo totale della propria canzone, incassando decenni dopo il 100% delle royalties quando la versione di Whitney Houston per The Bodyguard scalò le classifiche mondiali.
Per oltre cinquantotto anni, Dolly Parton è stata inoltre una tesserata del Local 257 dell’American Federation of Musicians (AFM), il sindacato dei musicisti professionisti statunitensi e canadesi e come rimarcato dagli stessi, Parton e il suo team si sono distinti nell’industria per il deposito sistematico di contratti sindacali per ogni ingaggio, sessione d’incisione e tour mondiale. Parton è stata la prima artista e la prima artista donna a pretendere che la dignità del lavoro venisse prima di qualsiasi logica di risparmio della produzione e a scardinare dall’interno le barriere patriarcali di un settore ultra-conservatore, imponendo un modello di leadership basato sulla solidarietà e sul rispetto.