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09:07 martedì 21 aprile 2026
Sono stati ritrovati i Piss Poems di Sufjan Stevens, il blocchetto in cui da giovane il cantautore scriveva una poesia ogni volta che gli scappava la pipì A lungo si è pensato non esistessero affatto o fossero andati perduti. Ora un ex collega universitario di Stevens ha rivelato di averli conservati per anni.
Nel programma della Scala di quest’anno c’è anche il cineconcerto di di Fellini E per i prossimi tre anni i cineconcerti saranno stabilmente parte degli spettacoli del Teatro: nel 2027 ci sarà Tempi Moderni di Chaplin e nel 2028 un concerto dedicato ai film di Ennio Morricone.
L’AI sta facendo perdere il lavoro a così tante persone che si inizia a parlare di mega layoff, cioè di mega licenziamenti A quanto pare sta diventando un vero e proprio "trend" tra le aziende, tanto che molte licenziano anche se non sono in difficoltà economiche.
È stato annunciato un altro sequel di Top Gun e ovviamente anche stavolta il protagonista sarà Tom Cruise Del film si sa ancora pochissimo, ma l'unica conferma che importa davvero c'è già: Maverick non va in pensione, nemmeno a 63 anni.
Secondo il Financial Times la crisi abitativa di Milano ormai è più grave anche di quella di Londra I prezzi delle case in città sono aumentati del 57 per cento nell’ultimo decennio, mentre gli affitti sono saliti di oltre il 70 per cento.
Gli Strokes hanno usato il palco del Coachella per denunciare tutti i crimini che gli Usa hanno commesso nel mondo dagli anni ’50 a oggi Lo hanno fatto con un video in cui mostravano i colpi di Stato in Cile, Bolivia, Congo (solo per citarne alcuni) e poi i bombardamenti su Gaza e Iran.
Il biopic su Kate Moss è in realtà la storia del ritratto che Lucien Freud fece a Kate Moss S'intitola Moss & Freud e racconta la tormentata realizzazione del celebre ritratto Naked Portrait.
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.

Il nuovo libro di David Leavitt è una satira cattivissima sui liberal ossessionati da Trump

Nel Decoro, alcuni newyorkesi riflettono sulla presidenza di The Donald, dimostrando di non aver capito niente.

25 Settembre 2020

Qualche giorno fa è girata molto la confessione di un tale che, su Medium, raccontava di aver messo suo padre davanti a una scelta: o votare Trump o continuare a vedere suo figlio e i suoi nipoti. L’imposizione, che brilla per incapacità di comprensione del prossimo visto che poche cose rinsaldano nelle proprie convinzioni come certi diktat, mi ha incuriosito più del dovuto perché avevo letto una vicenda analoga nell’invenzione di un romanzo, Il decoro di David Leavitt, già uscito in Italia, ma che negli Stati Uniti verrà pubblicato a ridosso delle elezioni di novembre. Non è la prima volta che la finzione anticipa la realtà, chiaro, e non è esemplare in questo senso, lo è semmai di come certi tic siano prevedibili come negli esperimenti di Pavlov.

Il romanzo si apre subito dopo il voto del 2016: Trump ha vinto, a sorpresa, e un gruppo di newyorchesi preoccupati, confusi, spaventati e infuriati vuole chiedere a Siri come ucciderlo, non capisce cosa sia accaduto e, soprattutto, non sa spiegarsi, e non vuole spiegarsi il perché (a margine, anche il terrore di essere spiati da Siri la dice lunga sul senso di comprensione del mondo).

Il decoro del titolo è quello che il loro Paese avrebbe perso col nuovo presidente, ma anche un decoro reale visto che la protagonista, Eva, terrorizzata dalla vittoria di Trump, è convinta di essere nella stessa situazione degli ebrei in Francia nel 1940 e vuole trovare un riparo finché è in tempo. E, perciò, compra una villa a Venezia. Ma ha bisogno del suo architetto e decoratore di fiducia per allestirla visto che lui è l’unico che può realizzarla a sua immagine e somiglianza. In realtà lui, Jake, non è del tutto disposto di accettare l’offerta (a un certo punto le suggerisce di rivolgersi a Roberto Peregalli), e il marito di Eva, Bruce, non è convinto di acquistare l’abitazione e, nel frattempo, “tradisce” la moglie portando i loro cani a spasso con quello dell’unico trumpiano dichiarato della zona (a Manhattan, Trump prese meno del 10%). Tanto che, poi, i cani, chissà, forse suscettibili anche loro al trumpismo, cominceranno a fare la pipì sui mobili e a mettere in discussione il decoro domestico.

È un romanzo pieno di dialoghi divertenti (come dice anche Rachel Cusk nella quarta di copertina che non cito integralmente giusto per non sembrare Alain Elkann), in cui si parla moltissimo, ci si descrive tantissimo, si espongono continuamente le proprie idee e le proprie analisi, ma in cui i personaggi finiscono per dire qualcosa di vero o di realmente personale solo per sbaglio. Conversazioni in cui tutto è arredamento, dove anche la politica e l’ideologia sono pose e alla moda, e in cui tutto ciò che si avvicina alla verità capita per caso, per disvelamento e capacità di interpretazione della facciata. I protagonisti leggono la verità nascosta dietro le parole degli altri, sempre più superficiali quanto più si credono profonde, e anche il lettore legge la satira e la realtà dentro quello che si nasconde nelle conversazioni, spesso nient’altro che gare a chi è più arguto, sequenze di battute o epigrammi da premiare col like su un social anche quando il social ad ascoltare non c’è.

Certo, si dirà che la satira del mondo liberal, dei radical chic, della gauche caviar o della sinistra Ztl secondo l’ultima metamorfosi, è ormai tanto trita da apparire abusata, eppure non solo continua a essere precisa e confermata praticamente a ogni tornata elettorale, ma soprattutto si arricchisce sempre di nuove manie al punto da meritare, anche lei, una continua manutenzione. C’è, per esempio, la nuova spasmodica attenzione al dormire che ha appena soppiantato quella dell’alimentazione, c’è la passione per un certo tipo di libri (feroci i commenti su Sheila Heiti, Franzen e Safran-Foer che Leavitt attribuisce a uno dei personaggi), o l’attenzione puritana a non ferire gli altri che si ferma solo all’apparenza senza mai mettere in discussione la struttura e senza mai interessarsi davvero alle emozioni del prossimo. Ci si arroga perfino il diritto di stabilire che gli altri soffrano e perché soffrano, ma senza chiedere. Quando la domestica honduregna si fa beccare dalla padrona di casa ad ascoltare Trump, verrà rimproverata perché non si rende conto che Trump vuole costruire un muro e rimandare indietro quelli come lei. Ma senza alcun interesse per provare a capire perché quelli come lei sono ammaliati da Trump.

Ho una teoria approssimativa secondo la quale per non rimanerci male per il risultato di un’elezione bisogna trovare un gruppo di persone che meritano di perdere, anche se votano come te. Diversi dei newyorchesi del libro sono perfetti per questo esperimento, meriterebbero senza dubbio altri quattro anni di Trump. (Anche perché non sembrano particolarmente toccati dal fascismo di cui parlano, anzi, qualcuno riesce pure a monetizzarlo). Una volta, si diceva con un’espressione che adesso suona stridente, che a certi politici serve “un vaccino”. Che dopo essere stati governati da un certo politico la gente avrebbe capito. L’impressione, però, è che il discorso, adesso, dovrebbe essere invertito perché è a molti di quelli che non l’hanno votato che non sono bastati neanche quattro anni per capire cosa sia successo e perché.

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