Il contestato Premier sta trasformando l'Albania edificio dopo edificio: con una serie di archistar straniere, nessun albanese, e leggi molto permissive. Il volume The Albanian Files lo mostra chiaramente.
I membri del nuovo governo di Gaza non possono entrare a Gaza perché Netanyahu glielo vieta
Sono 13 palestinesi riuniti nel Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza che da gennaio sono bloccati al Cairo su ordine del Primo ministro israeliano.
Dopo vent’anni di controllo, Hamas ha annunciato l’intenzione di cedere la guida politica della Striscia di Gaza a un’amministrazione provvisoria sostenuta dagli Stati Uniti. Tuttavia, questa potenziale transizione si scontra con il fatto che i tredici membri del Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG) (composto da tecnici palestinesi) che dovrebbero subentrare, sono bloccati al Cairo dallo scorso gennaio perché il governo di Benjamin Netanyahu ha vietato loro l’ingresso nel nella Striscia.
Il passo indietro di Hamas è stato formalizzato con le dimissioni di Mohammed al-Farra, capo dell’amministrazione che governa la Striscia. Come spiegato dal portavoce Hazem Qassem, l’obiettivo è «eliminare qualsiasi pretesto per l’occupazione» e sbloccare un processo di pace ormai impantanato, che sta bloccando l’arrivo degli aiuti umanitari e ostacolando la ricostruzione, peggiorando la già insostenibile situazione di 2,1 milioni di sopravvissuti. Nonostante questa iniziativa, Hamas non si è espressa sulla questione del disarmo: l’organizzazione si rifiuta di deporre le armi, almeno finché l’esercito israeliano manterrà il controllo diretto su oltre il 60 per cento della Striscia e continuerà a violare i termini del fragile cessate il fuoco.
Come scrive il Guardian, secondo gli analisti, la manovra di Hamas è quasi esclusivamente simbolica e serve a contrastare il controverso piano israelo-statunitense noto come “Nuova Rafah” o “città umanitaria”. Questa proposta, appoggiata dall’amministrazione Trump, vorrebbe limitare il governo dell’NCAG e gli aiuti ai villaggi circondati dall’esercito israeliano, un’idea che persino l’ex Primo ministro israeliano Ehud Olmert ha definito senza mezzi termini un «campo di concentramento». La risposta della comunità internazionale è stata finora gelida: il Consiglio di Pace, la cosiddetta “Onu privata” supervisionata dagli USA e guidata dall’inviato Nickolay Mladenov, già ampiamente criticato per non aver mai condannato i crimini israeliani, ha «preso atto» dell’annuncio, ribadendo però che ogni progresso è subordinato al disarmo totale di Hamas e all’adesione al principio di «un’unica autorità, un’unica forza armata».
Una pretesa che ignora i continui attacchi aerei israeliani e l’assenza totale di un vero orizzonte politico per i palestinesi. La prospettiva di un’effettiva transizione appare dunque ancora lontana. Ad allungare questa attesa c’è anche la complessa situazione politica che Netanyahu deve affrontare in Israele: a ottobre si vota e un nuovo mandato come Primo ministro è tutt’altro che scontato.