L’architettura è sempre stato uno strumento di propaganda: in Albania, Edi Rama lo sta sfruttando al massimo

Il contestato Premier sta trasformando l'Albania edificio dopo edificio: con una serie di archistar straniere, nessun albanese, e leggi molto permissive. Il volume The Albanian Files lo mostra chiaramente.

07 Luglio 2026

Mentre le piazze albanesi si tingono di rosa e si infiammano da oltre un mese in una protesta popolare spontanea e implacabile – una mobilitazione collettiva senza precedenti negli ultimi trent’anni – all’interno delle sedi istituzionali va in scena una narrazione opposta, basata sull’autoglorificazione. Questo paradosso si è materializzato lo scorso 3 giugno a Tirana, durante l’inaugurazione della seconda edizione del festival di architettura Bread and Heart, con la presentazione del volume The Albanian Files (Lars Müller Publishers, a cura di Anneke Abhelakh). Ottocento pagine, 523 progetti di architettura, sessanta studi internazionali coinvolti: i numeri del catalogo raccontano una trasformazione senza precedenti. Milioni di metri quadrati stanno ridefinendo il territorio albanese, da nord a sud. Eppure questa monumentale pubblicazione mostra soltanto la punta dell’iceberg: gli interventi non documentati superano ampiamente quelli raccolti nel volume, delineando una metamorfosi territoriale ancora più estesa.

In una recente intervista al Financial Times, il Primo Ministro Edi Rama ha respinto con sdegno le accuse di essere il “padrino” con controllo assoluto sul Paese, invitando chiunque a portarne le prove. Ebbene, quella prova sembra trovarsi proprio tra le pagine di The Albanian Files. Un volume apparentemente dedicato all’architettura finisce per diventare il manifesto di un modello politico, nel quale il premier emerge come il principale regista della trasformazione urbana dell’Albania. La storia insegna che l’architettura è sempre stata uno degli strumenti privilegiati del potere. Le città non sono soltanto spazio: modellano l’identità e la cultura di un popolo. Il caso albanese aggiorna questo concetto, trasformando l’intero Paese in un laboratorio di sperimentazione affidato alle grandi firme estere. È la stessa curatrice Anneke Abhelakh a riconoscere, fin dalle prime pagine del volume, quanto sia impossibile «separare l’architettura dal potere» nel contesto albanese. Citando The Edifice Complex di Deyan Sudjic, ricorda come gli edifici servano a impressionare, a rappresentare l’ambizione di chi governa e come le decisioni che stanno ridisegnando il Paese siano guidate «innegabilmente dall’opportunismo».

Molte archistar, nessun concorso

L’architettura non diventa soltanto uno strumento di trasformazione urbana, ma le firme delle archistar funzionano come biglietto da visita. Il prestigio culturale dell’architettura contemporanea viene impiegato per costruire il racconto di un’Albania moderna, aperta e dinamica, mentre sul piano interno cresce il conflitto attorno alle modalità con cui quella trasformazione viene realizzata. Tra le pagine di The Albanian Files, la relazione tra potere politico e architettura emerge con chiarezza dalle testimonianze degli stessi progettisti. Molti raccontano di non essere arrivati in Albania attraverso concorsi pubblici, bandi o procedure trasparenti, ma grazie a contatti personali con il Primo Ministro. C’è chi racconta di aver ricevuto un messaggio su Instagram direttamente da Rama, ottenendo poi la commissione di un’opera pubblica da quattro milioni di euro; chi ricorda una telefonata personale di “Edi” dopo un semplice scambio di contatti; perfino un Premio Pritzker descrive la medesima dinamica. La pianificazione urbana sembra così spostarsi dalla dimensione democratica a quella privata, sostituendo gli strumenti della trasparenza amministrativa con rapporti personali. Emblematica è anche la lettera inviata al Premier da un partner dello studio OMA, che, ringraziandolo per le condizioni particolarmente favorevoli offerte ai progettisti internazionali, arrivava provocatoriamente ad auspicare la cancellazione delle future elezioni e una presidenza a vita. Rama ha successivamente liquidato il testo come una semplice provocazione satirica. Tuttavia, nel contesto complessivo delineato dal volume, l’episodio assume un significato sinistro.

La conseguenza più evidente di questo modello “internazionale” è l’esclusione quasi totale degli architetti albanesi. Nei 523 progetti raccolti nel volume non compare alcun autore autoctono. Nella prefazione Rama definisce l’Albania «la più grande scuola di architettura all’aperto», sostenendo che i giovani professionisti locali possano imparare lavorando accanto ai grandi studi stranieri. Ma in architettura, l’apprendimento non può sostituire l’autorialità. Relegare un’intera generazione al ruolo di collaboratori delle archistar, significa privare il Paese della possibilità di elaborare una propria cultura progettuale. Il rischio concreto è quello di trasformare il nostro territorio in un atlante di “città invisibili” e scenografie urbane fatte di pure immagini astratte, scatole formali e suggestioni patinate, inserite nel contesto albanese.

The Albanian Files documenta una precisa geografia degli investimenti, un’espansione quasi interamente orientata verso torri multifunzionali, complessi residenziali di lusso e resort turistici, mentre gli interventi destinati allo spazio pubblico e alle infrastrutture sociali rimangono marginali. Mentre il catalogo celebra complessi residenziali esclusivi e nuovi skyline, l’Albania continua infatti a soffrire di una cronica assenza di programmi di edilizia sociale, di infrastrutture insufficienti e di servizi essenziali ancora inaccessibili in molte aree del Paese. Quartieri privi degli standard urbanistici minimi, territori isolati da collegamenti inadeguati e abitazioni senza servizi fondamentali convivono con la costruzione di nuove perle destinate al mercato immobiliare di lusso. È difficile sostenere che questa rappresenti la priorità di un Paese che presenta ancora profonde fragilità infrastrutturali. In molti casi, inoltre, l’identità dei committenti non viene menzionata dagli studi di architettura, alimentando interrogativi sulla provenienza dei capitali e sulla trasparenza di queste operazioni immobiliari.

Da aree naturali protette a lotti edificabili

A rendere possibile questa trasformazione contribuisce anche una profonda revisione del quadro normativo. La nuova legge sulle Aree Protette (Legge n. 21/2024), oggi contestata dalle proteste popolari, consente al Consiglio dei Ministri di autorizzare interventi turistici all’interno di parchi nazionali e zone costiere precedentemente tutelate. A questa si aggiunge la Legge n. 55/2015 sugli Investimenti Strategici, che introduce procedure accelerate, riduce drasticamente i tempi autorizzativi e consente perfino espropri per pubblica utilità a favore di soggetti privati. È grazie a questo tipo di cambiamenti legislativi che aree come la laguna di Narta o il territorio di Zvërnec possono essere declassate e offerte come lotti edificabili ai grandi capitali internazionali. L’esempio più controverso è il maxi-progetto da miliardi di euro promosso da Jared Kushner e Ivanka Trump, che mirano a edificare resort di lusso e migliaia di unità abitative proprio lungo questi fragili ecosistemi. Non è un caso che il simbolo della massiccia protesta popolare sia diventato proprio il fenicottero, l’animale protetto che popola la laguna e che oggi incarna la resistenza contro l’avanzata della speculazione. Ovunque emerge la stessa identica logica: la valorizzazione immobiliare prevale sistematicamente sulla tutela del paesaggio, della biodiversità e degli interessi della collettività.

Il problema, infatti, non è la qualità dei singoli edifici. Molti dei progetti raccolti nel volume sono firmati da alcuni dei migliori studi del mondo e, considerati isolatamente, possono possedere un indubbio valore architettonico. Ma una città non è la somma di edifici iconici. L’urbanistica rappresenta un dialogo tra paesaggio, servizi, spazi pubblici, ambiente e bisogni collettivi. Quando questo equilibrio viene stravolto, anche la migliore architettura diventa parte del problema. Il celebre slogan “less is more”, in Albania diventa un goffo “more is more”, rischiando di trasformare l’eccellenza architettonica, chiamata dal Premier, in un elegante abito dietro cui si consumano profonde disuguaglianze territoriali.

Un’energia nuova

È in questo contesto che va letta la protesta di queste settimane, una mobilitazione in cui le piazze albanesi non contestano solo i singoli grattacieli o la minaccia agli ecosistemi della laguna di Narta, ma rivendicano il diritto democratico di partecipare alle scelte che trasformano il Paese anziché subirle passivamente. La rivolta dà voce a un malessere più ampio: a fronte di un PIL cresciuto tra il 2013 e il 2024 al 3,1% annuo grazie a edilizia e turismo, le disuguaglianze sono aumentate nettamente dagli anni 2010. La ricchezza resta concentrata nelle mani di pochi, mentre la popolazione affronta stipendi medi bloccati tra i 700 e gli 800 euro e oltre un quinto dei lavoratori percepisce un salario minimo di appena 390 euro. Questa asimmetria economica, unita a una percezione diffusa di corruzione e alle carenze di sanità e giustizia, ha fatto crollare la fiducia nelle istituzioni pubbliche all’11,6% (meno della metà della media balcanica) e ha alimentato un esodo drammatico che negli ultimi quindici anni ha visto fuggire 700.000 persone, con il 74% degli under 30 che dichiara ancora di voler emigrare. Di fronte a questo malessere diffuso, il Premier tende a ricondurre ogni critica a interferenze esterne, sintomo di una classe politica sempre più incapace di confrontarsi con le proprie contraddizioni.

Il 4 luglio scorso, giorno del compleanno di Edi Rama, mentre gli architetti di mezzo mondo celebravano la figura del Premier, le piazze continuavano a riempirsi per chiederne le dimissioni. C’è un profondo paradosso in questa mobilitazione: l’uomo oggi contestato per il suo modello politico è lo stesso che, all’inizio della sua scesa in campo negli anni Novanta, si era imposto sulla scena pubblica come un artista d’avanguardia, un intellettuale anti-sistema e un ministro della Cultura che prometteva di democratizzare lo spazio collettivo contro l’eredità dell’autoritarismo. A distanza di tre decenni, quel progetto di liberazione urbana sembra diventato il suo esatto contrario. Per questo motivo, questa rivolta non è semplicemente politica. È la protesta spontanea di una nuova generazione che si sente tradita ed è stanca di un governo che ha smesso di pensare al benessere dei propri cittadini. Una mobilitazione guidata da giovani che vogliono ripartire da capo e chiedono le dimissioni dell’intera classe politica, scendendo in piazza per denunciare la corruzione sistemica, lo strapotere degli oligarchi e l’ingerenza di investitori che antepongono i propri profitti privati agli interessi della nazione. È il rifiuto radicale di farsi schiacciare da trent’anni di retorica ipercentralizzata; il risveglio di una coscienza collettiva che si oppone al silenzio e non accetta più che la propria terra venga ridotta a una merce di scambio.

Arrivato alla fine di The Albanian Files, mi ritrovo sospeso in un limbo, tra l’interesse per il cambiamento e la preoccupazione per ciò che l’Albania rischia di diventare. Guardo queste pagine e mi chiedo se la terra che ho lasciato trent’anni fa sia la stessa che ritrovo oggi; se mi appartenga ancora o se sia già diventata proprietà di altri. Si avverte un senso diverso, quasi doloroso, nel vedere la trasformazione del proprio Paese d’origine e accorgersi, giorno dopo giorno, di essere stati completamente tagliati fuori dal suo sviluppo. È la frustrazione profonda di assistere a una metamorfosi epocale che sembra non contemplare la nostra presenza. Eppure, le nuove generazioni che stanno scendendo in piazza da oltre un mese mostrano che l’Albania si sta finalmente risvegliando. È un’energia nuova, consapevole e coraggiosa, che rivendica il proprio posto nel futuro. È da qui, da questa ritrovata coscienza collettiva, che l’Albania deve ripartire. Da qui nasce la speranza di poter ricominciare, insieme, a disegnare le nostre città.

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