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Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
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Go Ask Alice, storia di uno dei più grandi inganni della letteratura americana

Per cinquant'anni venduto come il "diario di una giovane tossicodipendente", il libro in realtà è il frutto della fantasia, dell'ambizione e della spregiudicatezza di una donna della middle class religiosa, Beatrice Sparks.

di Studio
01 Giugno 2023

Nel 1971 negli Stati Uniti usciva Go Ask Alice, il diario di una ragazzina di 15 anni che raccontava la spirale discendente che la sua vita aveva preso dopo aver provato gli psichedelici. Con un linguaggio che aveva sconvolto i lettori dell’epoca – «Nuovo giorno, nuovo pompino», «Oggi ho venduto dieci dosi di Lsd a un bambino delle elementari che non avrà avuto nemmeno nove anni» – il diario era una raccolta di episodi uno più deprimente dell’altro: la ragazza protagonista diventava immediatamente eroinomane, poi senza tetto, infine prostituta. Finale: morte per overdose. Per tantissimi giovani americani quel libro divenne una sorta di rito di passaggio verso l’età adulta. Per i loro genitori, un sunto di tutti gli orrori  pronti a portarsi via i loro figli e le loro figlie. Per i politici americani, uno dei testi sacri con i quali giustificare la War on Drugs. Tutto si basava sul fatto che il libro raccontava una storia vera. Chissà cosa avrebbero pensato, figli e figlie, genitori, politici, se avessero saputo che Go Ask Alice era tutto frutto dell’immaginazione di una casalinga, mormona dello Utah: Beatrice Sparks. Un caso che per certi versi ricorda quello di James Frey e del suo memoir sulla disintossicazione, In un milione di piccoli pezzi (se non ve lo ricordate, ne parlavamo qui).

A raccontare la vera storia dietro la “vera storia” di Alice è stato il giornalista e conduttore radiofonico Rick Emerson. Gli ci sono voluti sette anni di ricerche per scoprire la verità dietro uno dei libri che aveva segnato la sua gioventù: lui, come tantissimi coetanei, infatti, aveva letto Go Ask Alice alle scuole superiori e ne era rimasto sconvolto. Nel 2015, però, aveva notato un dettaglio del libro che gli era sempre sfuggito prima: i diritti d’autore dello stesso appartenevano a una donna di nome Beatrice Sparks, una misteriosa «Ucla-trained therapist». Indagando, Emerson ha scoperto che Go Ask Alice è una storia completamente inventata, prova soltanto dell’ambizione e della spregiudicatezza di Sparks. La donna, infatti, aveva avuto l’idea per il libro dopo aver scoperto la storia della ventenne Diane Linkletter, che era morta dopo aver assunto Lsd ed essersi buttata dalla finestra del suo appartamento losanegelino. Il caso rimase al centro della cronaca americana per settimane: il Presidente Nixon invitò il padre di Diane, Art (conduttore televisivo e radiofonico), alla Casa Bianca, per ribadire che la War on Drugs era necessaria a proteggere la gioventù americana. Sparks, che in passato aveva lavorato come ghost writer per una casa editrice che Linkletter padre aveva gestito per un breve periodo, contattò subito Art per proporgli il suo libro: la storia di una ragazzina che diventava tossicodipendente dopo aver provato l’Lsd e alla fine moriva. Linkletter la mise in contatto con una casa editrice di sua conoscenza, Prentice Hall, che acconsentì con entusiasmo alla pubblicazione. Da quel giorno a oggi, Go Ask Alice  il titolo lo scelse un editor di Prentice Hall dopo aver ascoltato “White Rabbit” dei Jefferson Airplane – è sempre rimasto disponibile nelle librerie americane e ha venduto cinque milioni di copie solo negli Usa.

Di tutta questa fama, di tutto questo riconoscimento, Sparks non sapeva che farsene. Il suo nome non compariva da nessuna parte nel libro. Provò, Sparks, a scrivere un altro libro, un memoir sulla sua vita da terapista, intitolato Voices. Andò malissimo. Poi ricevette una telefonata da parte di Marcella Barrett, madre di Alden, ragazzo che nel 1971 si era suicidato dopo una lunghissima e profondissima depressione. Marcella aveva letto di Sparks la terapista in un articolo su un quotidiano locale – le due donne abitavano in città non molto distanti – e aveva deciso di farle leggere il diario che il figlio aveva lasciato, nel tentativo di capire perché avesse deciso di suicidarsi. Quando Sparks lesse il diario di Alden, seppe immediatamente cosa fare: chiamare il suo editore – che nel frattempo era diventato Times Books – per proporre la sua nuova idea per un libro. Nel 1978 uscì Jay’s Journal, «lo sconvolgente diario di un 16enne perso nel mondo della stregoneria», si leggeva nel sottotitolo. E, questa volta a caratteri grandi, «Edited by BEATRICE SPARKS, who brought you Go Ask Alice». Marcella Barrett scoprì quel giorno cosa aveva fatto Sparks del diario di suo figlio: aveva tenuto le parti in cui raccontava la depressione e aggiunto pezzi, del tutto inventati, in cui descriveva orge, riti di magia nera e sacrifici di gattini. Jay’s Journal, ovviamente, fu un altro grandissimo successo. Perché tutti, ancora un volta, credettero fosse una storia vera.

Emerson ha scoperto che si trattava di una storia inventata consultando gli archivi personali di Sparks alla Brigham Young University. Lì erano conservate copie del diario di Alden Barrett, sopra alle quali Sparks aveva scritto a mano le sue aggiunte di fantasia. Vedendo quei fogli, Emerson si è subito chiesto se la stessa cosa non fosse successa anche con l’altro grande successo della carriera letteraria di Sparks, Go Ask Alice. Indagando ancora, ha scoperto che nel 1970 la donna aveva incontrato, in un ospedale psichiatrico dello Utah presso il quale faceva volontariato, una ragazza – che lui chiama Brenda per proteggerne la privacy – depressa, tossicodipendente e con tendenze suicide. Brenda – che ha detto a Emerson di non aver mai tenuto un diario, un’affermazione che a tanti ha fatto tornare in mente la risposta che Sparks dava a tutti quelli che le chiedevano di consultare l’originale del diario che aveva poi trasformato in Go Ask Alice: «Non ce l’ho, l’ho distrutto» – aveva raccontato a Sparks storie incredibili di sesso, violenza, dipendenza e depressione. Storie molto simili a quelle raccontate in Go Ask Alice, da cui nel 1973 è stato tratto anche un film con Jamie Smith Jackson nei panni della protagonista.

Prima della sua morte, avvenuta nel 2012, Sparks ha pubblicato altri sei “diari”. Tra questi, i più noti: It Happened to Nancy (1994), storia di un’adolescente che scopre di aver contratto l’Aids dopo essere stata violentata. Almost Lost, del 1996, autobiografia del 15enne senza tetto Sammy. Finding Katie, del 2005, su una terapista laureata a Ucla che adotta un bambino traumatizzato, prono alla menzogna patologica. Nel 2021, nove anni dopo la morte di Sparks, Simon and Schuster, che nel ’98 avevano acquisito i diritti di Go Ask Alice, ne hanno pubblicato una nuova edizione per festeggiarne i 50 anni.Il libro viene ancora venduto all’interno della collana Anonymous Diaries. In Italia è stato pubblicato con il titolo Alice: i giorni della droga.

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