La letteratura di provincia sta conquistando il mondo

I casi letterari di oggi vengono dall’Italia, dal Giappone, dalla Turchia, dall’India. È sempre più centrale il ruolo delle letterature non anglofone nel mercato letterario mondiale, e anche nel canone. Cosa sta succedendo, e come è cominciato?

03 Settembre 2026

Abituati a essere i fanalini di coda di quasi tutte le classifiche e i ranking di welfare e benessere e crescita economica, l’estate del 2024 è stata piacevolmente sorprendente per gli italiani. Nel giro di nemmeno un mese, il tennista Jannik Sinner è diventato il primo italiano a posizionarsi al numero 1 nel ranking ATP del tennis maschile, e la scrittrice Elena Ferrante è stata nominata al primo posto nell’interminabile lista dei 100 migliori libri del secolo secondo il New York Times, con il libro L’amica geniale. Se nello sport, tuttavia, l’Italia è abituata a primeggiare (attraverso il calcio, la pallavolo, i motori, l’atletica leggera, gli sport invernali), nel campo culturale la nostra sudditanza nei confronti di Paesi più, diciamo, strutturati è stata sempre molto maggiore. Anche per questo lo stupore per Ferrante è stato, se confrontato e messo su una speciale bilancia, ben più pesante di quello per la rapida ascesa di Sinner.

Eppure la presenza di una scrittrice italiana – e quindi europea – in quella classifica è da considerarsi il sintomo di un qualcosa di molto più ampio che, da diversi anni a questa parte, sta accadendo nel mondo del romanzo: una democratizzazione via via maggiore di Paesi e di lingue che, per decenni, sono stati alla periferia dell’impero, essendo l’impero, in questo caso, nient’altro che la lingua inglese e il canone anglo-americano. Possiamo fare una prova esperienziale: vi sarà successo, guardando i tavoli di titoli di letteratura contemporanea in una libreria indipendente o di catena, di accorgervi che il numero delle autrici e degli autori di lingua inglese non è massiccio, in percentuale, come lo sarebbe stato diversi decenni fa. Ve ne sarete accorti, probabilmente, anche leggendo gli inserti culturali dei giornali, o i libri più chiacchierati su Instagram e TikTok. Vi sarà accaduto anche osservando le traiettorie felici dei cosiddetti casi letterari: in ordine di tempo, penso a Lázár di Nelio Biedermann, 22enne esordiente svizzero già chiacchieratissimo e profilato dal New York Times; a Le perfezioni di Vincenzo Latronico, finalista all’International Booker Prize 2025, longlisted al National Book Award e ormai secondo autore più venduto nella storia di Fitzcarraldo, in Inghilterra, dopo il Nobel Olga Tokarczuk; a Cronorifugio di Georgi Gospodinov, Premio Strega Europeo 2021; a La ragazza del convenience store di Sayaka Murata, nel 2016; a I vagabondi, di Olga Tokarczuk, uscito nel 2017 in inglese

L’International Booker Prize, il premio più desiderato

Molti di questi romanzi, e tanti altri che non ho qui citato, hanno qualcosa in comune: sono passati dall’International Booker Prize, ovvero il premio letterario più importante del mondo per la letteratura in traduzione, e sempre di più uno dei premi più importanti del mondo in generale. L’International Booker Prize viene assegnato ogni anno nel mese di maggio al miglior romanzo “in traduzione”, cioè in una lingua non inglese ma uscito sul mercato di lingua inglese, e premia ugualmente chi il libro l’ha scritto e chi l’ha tradotto. Equivalente è anche la suddivisione del cachet. L’International Booker Prize per come lo conosciamo oggi nasce nel 2016, quando il vecchio International Prize accorpò il Foreign Fiction Prize dell’Independent. Se prima l’International Prize premiava autori di qualsiasi lingua, incluso l’inglese, per la loro attività letteraria in senso ampio (e infatti era stato vinto da Philip Roth, Alice Munro, Chinua Achebe), il nuovo premio nato nel 2016 premia singole opere scritte da autori non anglofoni, ma tradotte in inglese. La prima versione di questo nuovo premio è stata vinta da Han Kang con La vegetariana, l’ultima, nel 2026, da Yang Shuang-zi con Taiwan Travelogue.

Come scrivevo, il cachet (50mila sterline) viene diviso equamente tra chi ha scritto e chi ha tradotto il libro, e anche il premio è condiviso. Esiste una sola traduttrice che è stata candidata 5 volte in 10 anni: Sophie Hughes. Sulla fortuna del Booker, in crescita di anno in anno, dice: «Un premio come l’International Booker Prize, che ha una forte presenza online e allo stesso tempo il peso e il prestigio del nome “Booker Prize”, è il contenitore perfetto intorno a cui far ruotare le conversazioni». Poi: «Ha un suo glamour, ma è anche gestito molto sul serio, visto che, per esempio, tutti i giurati devono leggere tutti i libri». Per spiegare il successo dell’International Booker Prize – e in un certo senso più esteso della letteratura di Paesi non anglofoni – vale la pena parlare del marketing che, dal 2022, il team digital e social del Booker ha messo in pratica: i libri selezionati nella shortlist, ogni anno, diventano protagonisti di campagne curate in ogni dettaglio e targettizzate su un pubblico giovane e social-friendly. Un estratto di ogni finalista viene letto, in formato Reel, da un nome di rilievo dello spettacolo e della cultura: in questi anni è toccato a Dua Lipa, Stormzy, Jarvis Cocker, e i video sono stati prodotti con la collaborazione di Mubi.

Nel 2025, il libro di literary fiction più venduto dalla libreria “cult” newyorkese McNally Jackson è stato Martyr! di Kaveh Akbar, uno scrittore nato a Teheran ma la cui lingua di scrittura è l’inglese. Ma al secondo posto in classifica c’è il libro Io che non ho mai conosciuto gli uomini, della belga Jacqueline Harpman, e tra i primi dieci c’è anche Butter, della giapponese Asako Yusuki, Perfection, del’italiano Vincenzo Latronico, e On the Calculation of Volume (Book I), della danese Solvej Balle. Se ho citato una catena di librerie ancora di lingua inglese non è un caso: c’è un paradosso, in questo successo sempre più consolidato della letteratura di Paesi che per decenni sono stati alla periferia del mercato editoriale, e lo racconta bene Latronico stesso, spiegando il successo di Perfection, arrivato infatti anni dopo l’uscita originale, quella italiana: «L’inglese resta il luogo dove si forma il canone: il mio libro ci è entrato non per sé stesso, ma solo dopo che è stato tradotto e ben ricevuto. Lo stesso è valso, per esempio, per Han Kang o Benjamin Labatut». La lingua inglese, insomma, come giudice di cosa è meritevole di stare in classifica e cosa no.

Fitzcarraldo, l’editore “cool”

In questo senso, uno dei progetti editoriali che ha più contribuito a rendere estremamente popolare, e anche in un certo modo “cool”, la letteratura in traduzione, è quello di Fitzcarraldo. Editore britannico che si è costruito una reputazione di culto in soli dodici anni di attività, è nato dall’idea di Jacques Testard proprio per pubblicare autrici e autori non inglesi in un mercato che, quando è nato, era tra i più conservatori e autarchici del mondo. Ho incontrato Testard al festival fiorentino Testo, a febbraio 2026, e abbiamo parlato proprio della letteratura in traduzione, della sua crescita, e della crescita, consequenziale, di Fitzcarraldo. Ha detto: «Questa idea che tradurre libri sia in qualche modo commercialmente rischioso è una follia. Perché i grandi editori spendono cifre come centomila sterline per un debutto anglofono, ma con quelle stesse cifre si potrebbe comprare un autore di caratura mondiale in traduzione. Molto meno, anzi: diecimila, ventimila sterline, più il costo della traduzione. Ma ovviamente le cose sono cambiate negli ultimi anni: penso ad autori come Sebald, Bolaño, Ferrante, Knausgard».

Un’altra opinione che arriva dal mondo editoriale è quella di Emanuela Anechoum, che oltre a essere una scrittrice italiana tradotta in diversi Paesi (il suo esordio Tangerinn, pubblicato nel febbraio 2024 per Edizioni E/O, è uscito in Inghilterra e Stati Uniti all’inizio del 2026, e in Germania, Francia, Brasile) lavora come Foreign Rights Manager proprio per E/O. Anche lei vede il fenomeno, naturalmente, e lo spiega anche con motivazioni di mercato: «Ormai è diventato molto difficile acquisire titoli anglofoni: i prezzi dei singoli titoli sono aumentati moltissimo, e in questa situazione rivolgersi ad altri mercati aiuta. Costa meno, e ci sono titoli che hanno comunque intuizioni universali». E poi, dice, l’Europa aiuta la sua letteratura: «Ci sono dei bandi e aiuti europei sulla traduzione: l’Unione ha un bando che si chiama Europa Creativa per rafforzare le traduzioni di lingue meno popolari, tra virgolette. Noi (Edizioni E/O, nda) abbiamo tradotto un esordio dalla Repubblica Ceca, uno dalla Serbia, uno dalla Svezia, uno dal francese ma ambientato in Corsica. Ci sono, insomma, anche incentivi».

Finora abbiamo attraversato certe logiche di mercato, il funzionamento dei premi internazionali e le scelte di pubblicazione e traduzione degli editori indipendenti; ma di cosa parlano, poi, questi libri? Non è possibile tracciare un canone universale, ma credo che si possano vedere certe tendenze. La letteratura è come una pianta lenta, molto lenta a crescere: cioè che le autrici e gli autori sperimentano e vivono, si svilupperanno in narrazioni robuste dopo anni, talvolta decenni. Mi sembra che diversi romanzi – tutti casi poi internazionali – che hanno la forza letteraria dei classici futuri mostrino, per esempio, l’internazionalizzazione di una classe media per cui vivere a New York, Berlino, Torino o Bangkok non fa troppa differenza. È innegabile che questo sia un tratto della contemporaneità emerso con forza negli ultimi vent’anni – la globalizzazione del mercato del lavoro – ed è altrettanto innegabile che sia il racconto di un certo privilegio. Ma quando, d’altronde, il romanzo non è stato esattamente questo? La letteratura delle classi subalterne è (purtroppo) ancora un segmento molto piccolo  nelle librerie e sul mercato. Ad ogni modo, qualche titolo che segue questo filone, oltre al già citato Perfection: Gli antropologi di Ayşegül Savaş, scrittrice turca che utilizza la lingua inglese per scrivere; Nella carne di David Szalay, scrittore canadese con cittadinanza ungherese, dotato di una spiccata sensibilità europea; Vita sommersa di Tara Menon, nata in India e cresciuta a Singapore; ma non sarebbe fuori luogo inserire in questa lista anche l’opera di Sally Rooney, autrice sì anglofona, ma irlandese, e quindi in una posizione politica e industriale di minoranza rispetto al mercato principale.

Naturalmente, ci sono cento altri mondi oltre a questo. Claudia Durastanti, arrivata alla fama anche lei internazionale con La straniera, tradotto in oltre 20 Paesi, mi dice che sta notando «un’attenzione al Mediterraneo non da cartolina: basta vedere il lavoro di Foundry Editions che spazia da Anna Pazos a Karim Kattan. Un’attenzione a un Mediterraneo più laterale e politico, che affianca un maggiore slancio verso le lingue arabe». È un’affermazione che dialoga con un’altra cosa che mi aveva detto ancora Jacques Testard di Fitzcarraldo soltanto alcuni mesi prima, nello spiegare l’evoluzione futura dell’editore: «Nei primi anni il catalogo era molto eurocentrico. Un punto di svolta è stato quando abbiamo iniziato a pubblicare Adania Shibli, con il libro Minor Detail (Un dettaglio minore in italiano, uscito per La nave di Teseo, il più importante romanzo della scrittrice palestinese, nda)». Ha continuato: «Quella è stata forse la prima volta, quando abbiamo comprato Minor Detail, in cui abbiamo pensato: non c’è ragione per non guardare al di fuori dell’Europa e continuare a espanderci».

Infine, una nota di speranza per un mondo in cui la letteratura appare sempre meno centrale nelle diete culturali delle masse, e specialmente dei giovani: un sondaggio NielsenIQ BookData commissionato nel 2026 dalla Booker Prize Foundation ci mostra come il lettore tipo della letteratura in traduzione sia, almeno nel Regno Unito, giovane, o almeno: intorno ai 35 anni. Aprire il canone, spalancare le porte alle periferie, sembra – con poca sorpresa, va detto – essere una decisione che paga.