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Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.

Rileggere Federigo Tozzi, l’ultimo snobbato della letteratura italiana

La nuova edizione dei Giovani è l'occasione per riscoprire uno scrittore che non è mai stato di moda e un genere letterario, il racconto, ancora molto sottovalutato in Italia.

08 Novembre 2023

La riedizione di Giovani di Federigo Tozzi per Quodlibet conferma una delle poche certezze della nostra letteratura, ovvero che la forma migliore in cui questa si manifesta, a dispetto delle quantità di autofiction e romanzi di formazione, è la forma breve. Lo abbiamo imparato da Italo Calvino, le cui lezioni americane ci sono state propinate in ogni modo durante la celebrazione del centenario: sui social è stato un continuo e nostalgico postare le sue profezie sulla frenesia dei tempi futuri, sull’importanza della memoria, buona abitudine sarebbe ricordare poesie a mente, (vallo a proporre a una classe di tredicenni…). E mentre per quest’ultimo si sono mobilitati tutti, dai musei nazionali all’anonimo bibliotecario di periferia, mostre e rassegne a profusione, Tozzi rinfocola ormai un prestigioso e variegato canone: quello dei marginali. Se per il corrispondente femminile, molto più colpevolmente corposo, esiste una speranza, come le entusiaste riscoperte di autrici purtroppo dimenticate (Ramondino, Cialente, Lonzi) mai citate in nessuna antologia o libro di testo – intanto esiste un podcast dal titolo Mis(S)conosciute che si pone l’obiettivo di tirar fuori dal dimenticatoio le scrittrici del nostro secondo Novecento – per alcuni uomini di inizio secolo, sepolti dalla mortale istituzionalizzazione, non c’è molto da fare.

Chiunque al liceo abbia studiato dal Luperini – il più grande esperto e presidente del Comitato scientifico per l’edizione nazionale dell’opera omnia di Tozzi – ricorderà i moderni concetti di straniamento, allegoria vuota – declinabili un po’ a caso – o si limiterà a riconoscere nell’autore di Ricordi di un impiegato la fine del Verismo, quella soglia tra i due secoli, Tozzi come autore da ripassare brevemente, tanto il prof non lo chiede mai. Sarà la concorrenza di temi – il difficile rapporto con il padre in Con gli occhi chiusi diventerà poi dominio kafkiano, Lettera al padre è di sicuro titolo più vincente – la frammentarietà dell’opera, le ambientazioni troppo provinciali, sta di fatto che Tozzi viene dimenticato colpevolmente troppo spesso.

Non ha avuto, del resto, grandi divulgatori. Nessuno scrittore lo ha preso a modello, pochissimi epigoni. I racconti poi in Italia non si leggono. Siamo tutti d’accordo nel dire che sono la forma migliore, adatta ai nostri tempi distratti, che errore innaturale ignorarli, e alla fine nessuno li legge comunque. A parte rare eccezioni: come il successo editoriale di Raymond Carver, che tanti danni ha fatto agli aspiranti scrittori, soprattutto italiani, degli anni Duemila. Ci siamo improvvisati tutti epigoni di uno stile secco, ellittico, ma ne sono venute fuori narrazioni poco autentiche, scrittori in posa. Ma non è che era meglio leggere Tozzi? Del resto, i racconti di questi due autori hanno molto in comune: al di là della massiccia presenza di alcolizzati, comune è lo straniamento a cui sottopongono il lettore. E le improvvise epifanie, che spesso si esprimono nell’apparizione improvvisa di animali. Il pavone che casca dal nulla sul cofano della macchina di Fran e Jack, il suo terrifico verso che per anni gli ricorderà il momento forse più intenso della loro vita matrimoniale nel racconto “Penne” non è così diverso dallo sguardo perso di un gatto, di una vipera che appare all’improvviso su un sentiero nelle prose brevi di Bestie, animali pronti a spezzare qualsiasi catena di senso umano. Ma questo tentativo di paragonare i racconti di Tozzi a Carver, che farebbe storcere il naso anche al più entusiasta comparatista, è in fondo una prova patetica di rendere mainstream un autore che forse si trova a suo agio solo nella marginalità.

Anche le antologie scolastiche lo snobbano. Quelle delle scuole medie, meno istituzionalizzate e più aperte alle metodologie americane, prediligono ancora tra gli italiani di inizio Novecento Pirandello e Svevo, a volte Gozzano. Forse perché tra gli scrittori europei che si confrontano con il male del secolo Tozzi è il più respingente, cinico, molto più kafkiano di Kafka, verrebbe da dire. Non gli interessa tracciare il malessere del suo tempo in labirinti angoscianti che il lettore può sadicamente decifrare come qualcosa lontano da sé, nessuna teoria della vita da schematizzare, ma preferisce raccontare i cocci di una realtà che ormai gli sfugge e il cui senso non interessa più a nessuno, nemmeno all’autore. A volte infila dal nulla, spesso a fine racconto, un dettaglio che mette il lettore in allarme, lo disorienta (è con l’ultima riga che nel racconto “La matta” ci svela che la povera fruttivendola maltrattata da tutti un tempo “era stata sposa”). Ma il racconto più angosciante e senza dubbio più bello di questa raccolta postuma è “Il morto in forno”. Storia di un barrocciaio che perde ogni bene, podere incluso, per via del troppo vino e si ritrova a dormire in un forno di notte, quando è spento ma ancora caldo. Una sorella che abita lontano viene a sapere della disgrazia, lo crede morto e dal nulla si mette in viaggio per cercare sue notizie. Arrivata al paese la gente si mette alla ricerca di Cecco, ma non si trova. Sta per farsi notte, la sorella ha paura di stare da sola, deve rientrare. A quel punto Cecco si sveglia e sbuca dal forno.

«Cecco c’è stata tua sorella». Egli al ricordarsi della sorella aveva un poco impallidito e basta. «Ora non c’è più è andata via con un calesse». Egli allora disse: «Perché non me l’avete detto prima?» «O dov’eri?» «Ho dormito da stamani dietro le case del paese». «Dite vero! O Madonna benedetta. Sicché siete stati a due passi di distanza e non vi siete visti?». Cecco, ubriaco dopo una serata in osteria, torna a dormire nel forno e non si accorge che è ancora troppo caldo. Muore soffocato dai fumi quella stessa notte. Sembra una sceneggiatura perfetta per un film dei fratelli d’Innocenzo. Ma Tozzi è respingente anche per il cinema. Pochissime le trasposizioni cinematografiche, a parte quella di Archibugi del 1994 che in ogni caso non piacque agli studiosi, si arrivò a parlare per il suo Con gli occhi chiusi come di un caso di “infilmabilità”.

Al di là dell’accademia, e nonostante un Meridiano, Tozzi non è mai stato di moda, come Carver, e difficilmente lo sarà. Chissà che questa nuova edizione, nell’elegante veste grafica della collana Storie di Quodlibet, donerà all’opera di Tozzi un’altra possibilità, sicuramente più esteticamente accettabile dei vecchi tascabili in circolazione, pronta a comparire in feed Instagram sorvegliatissimi e giusti, copie di Tozzi inquadrate su copriletti di lino, pronte per essere di nuovo amate da un pubblico nuovo, forse più interessato allo struggimento che allo straniamento, pronto a farsi devastare dai dolori dei giovani “malati di petto” che abitano questi racconti.

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