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Trump ha fatto rimuovere la bandiera Lgbtq+ dal monumento di Stonewall, il luogo in cui è nato il movimento Lgtbtq+ Il governo ha poi spiegato che le uniche bandiere consentite nei pubblici monumenti sono quelle che «esprimono la posizione ufficiale» del governo.
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Gioventù tolkeniana

I riferimenti culturali della nuova destra al potere sono cambiati o dietro c'è sempre il vecchio Msi?

27 Novembre 2022

Agli appassionati di coincidenze non sarà sfuggito un bell’incrocio politico e cinematografico, in questi giorni confusi e neri. Che la vittoria di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia alle elezioni politiche – la prima in Europa di un partito di destra, senza il prefisso “centro” davanti, oppure possiamo chiamarlo direttamente postfascista – è arrivata pochi giorni dopo l’uscita dell’ultimo capitolo della saga de Il Signore degli Anelli, mitologia di culto per quella parte di destra italiana. Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale di area postfascista pure lui, ex dirigente del Fronte della Gioventù, ha dichiarato a urne ancora calde a Repubblica: «È una vittoria della generazione Tolkien». Andando indietro nel tempo c’è un’altra coincidenza sempre legata a Tolkien e sempre legata a Meloni. È il 1977: quell’anno, a gennaio a Roma Nord, nasce proprio Giorgia Meloni; alcuni mesi dopo, a Montesarchio, affascinante borghetto medievale campano, si tiene il primo Campo Hobbit, il festival della “giovane destra” nato come una versione missina dei raduni comunitaristi giovanili di sinistra, tipo il “Festival del proletariato giovanile” organizzato al Parco Lambro dalla rivista Re Nudo.

Ha detto, sempre Buttafuoco, che Meloni non c’entra niente con «l’Italia post o neofascista che rispunta dalle “fogne”»: perché lei, dice, viene da Azione Giovani, l’evoluzione post-Fiuggi del Fronte della Gioventù, e nel Movimento Sociale non ci ha mai militato se non per pochissimi anni molto giovanili. Ma in Fratelli d’Italia c’è ancora un pezzo di quella storia, e non è una storia risolta in un verso oppure in un altro. Faccio però un viaggio all’indietro negli anni Settanta: i Campi Hobbit furono tre festival organizzati dalla “giovane destra” del Msi dal 1977 al 1979 nel tentativo (si può dire poi: fallito) di modernizzare un apparato politico e ideologico ancora legato a rituali che ad alcuni sembravano stantii già allora: il vittimismo, il nostalgismo, i saluti romani, la paccottiglia da Ventennio. Quell’afflato lì condizionerà poi, in seguito ma solo parzialmente, anche le formazioni giovanili di An e FdI: l’inno di Azione Giovani, il movimento che fu il trampolino politico di Meloni, si chiama “Il domani appartiene a noi”, e venne composto proprio in quegli anni. All’epoca dei Campi, a destra, la corrente più giovane, rautiana, si agitava nelle gabbie imposte da Almirante, e guardava alle esperienze di sinistra come a un modello da imitare, almeno culturalmente. Nel 1974 nasce La voce della fogna, il primo tentativo di giornale underground prodotto dall’ambiente neofascista. Ci giravano intorno Marcello Veneziani, Generoso Simeone, soprattutto Marco Tarchi. Il mito di Tolkien nel mondo neofascista, anzi il mito degli hobbit in particolare, arrivò proprio in quegli anni, anche se fu preso in giro da non pochi camerati, tra cui lo stesso Veneziani, che avvertì del rischio di «relegarsi in un universo magico ma innocuo, in una Nubicuculia per i nostri spiriti desiderosi di sognare, abitata da elfi, hobbit e folletti».

La fascinazione fantasy rimane ancora oggi, se è vero che si chiama Atreju la manifestazione-festa di Azione Giovani che fonda proprio Giorgia Meloni nel 1998, e che da allora si tiene ogni anno, anche con il passaggio di testimone tra An e FdI. Atreju sarebbe il protagonista de La Storia Infinita, eroe impegnato nella lotta contro “il Nulla”. Sul sito dell’evento si dice: «Un giovane impegnato (…) contro un nemico che logora la fantasia della gioventù, ne consuma le energie, la spoglia di valori ed ideali, sino ad appiattirne le esistenze». Lasciando da parte il libro o film che ha segnato tante sere estive su Mediaset, sembra di leggere una frase di Drieu La Rochelle o di Robert Brasillach, filosofi e scrittori (e collaborazionisti) che proprio di quella “nuova destra” nata intorno ai Campi Hobbit furono simboli.

Elenca Marco Tarchi nel libro La rivoluzione impossibile (Vallecchi) le contraddizioni profonde di quel mondo, teso tra voglia di libertà e nostalgie delle più cupe: «Un curioso miscuglio di innovazione e tradizione, aspirazione a crearsi un futuro liberato dall’ipoteca delle nostalgie e richiami a personaggi e miti tutti interni agli anni Venti e Trenta, rozzezze xenofobe e afflati terzomondisti, sperimentazioni compiaciute di contaminazioni con culture di sinistra e inni alla purezza ideologica». E mi sembra che in quasi cinquant’anni questi nodi non si siano mai sciolti: ancora oggi, quando a destra spira un vento anticapitalista, più che legarsi a istanze magari ecologiste e critiche della globalizzazione, riecheggia del motto delle Ss italiane – «Sacrosanta lotta del sangue contro l’oro – del lavoro contro il capitalismo – dello spirito contro la materia».

Certe rozzezze del passato, poi, vengono a galla ancora oggi, perché se Meloni è pure figlia di quella generazione tutta fantasy tra Tolkien e Atreju e che, come dice lei, ha «consegnato il fascismo alla storia», lo stesso non si può dire di certi compagni di viaggio. Sempre in quegli anni Settanta, anche se giovanissimi, La Russa e Gasparri si strinsero invece con i “conservatori” almirantiani, e i tic nostalgici di questi vecchietti non spariscono con l’età, come ha dimostrato il pur timido saluto romano di Romano La Russa pochi giorni prima delle elezioni.

Il manifesto del primo Campo Hobbit, tenuto nel 1977 nel beneventano

Gli stessi vizi che la “Generazione Hobbit” contestava ai vecchi del Movimento Sociale sembrano essersi trasferiti nella “Generazione Tolkien”, stando alla definizione di Buttafuoco. Se dalle pagine de La voce della fogna nel 1977 si dichiarava guerra «ai torcicolli nostalgici, al kitsch, alle utopie coltivate dagli inguaribili estremisti, malati di velleitarismo» (sempre parole di Tarchi), la stessa cosa, proprio identica, si può fare oggi verso gran parte dell’apparato di Fratelli d’Italia: l’ultimo arrivato tra i numerosi “impresentabili” è il responsabile regionale agrigentino Calogero Pisano, che su Facebook inneggiava a Hitler, e che però è stato eletto nel suo collegio e quindi adesso, che fare?

E sembra inesistente ancora, nel 2022, quella strategia di penetrazione culturale “gramsciana” che già negli anni Settanta veniva agitata dai giovani militanti contro chi predicava invece le tattiche militariste del “controllo del territorio”. I tentativi di costruire una popolarità musicale e letteraria sono oggi inesistenti, le poche spinte ecologiste degli anni Settanta sparite pure dalla memoria dei militanti. Si vede: nella distribuzione anagrafica di quel 26 per cento di voti presi da Fratelli d’Italia, il segmento più sottile viene proprio dalla fascia 18-24 anni, mentre quello più spesso è tra i 45 e i 65. Chi il Movimento, insomma, se lo ricorda davvero, e in parte chi ha fatto in tempo a votarlo.

La vittoria di Fratelli d’Italia è la vittoria di una destra identica a sé stessa e solo un poco ripulita nella sua faccia pubblica nel 1992. Il problema forse futuro, per il partito, è che ha vinto Giorgia Meloni, e quasi solo lei. Nei toni, nella presentabilità, nei festeggiamenti pacati, nelle rassicurazioni all’Europa lei è sembrata in queste settimane ben più competente di quasi tutti quelli che la circondano. Dietro di lei, quasi il nulla. Tarchi l’ha chiamata «sindrome di Mosé»: quella per cui il primo leader capace di portare fuori dall’ombra un popolo che si era convinto di non poterne uscire mai – in questo caso quello della destra cosiddetta estrema – diventa allora un inattaccabile dio isolato. Era successo a Fini in An, è il caso di Meloni in FdI. Una domanda a cui è difficile rispondere oggi è: la coerenza è un limite o un valore? Nel 2002, quando aveva 25 anni, Meloni interveniva per la prima volta a un congresso di Alleanza nazionale parlando già di «correggere le devianze», e chiudeva il discorso con una citazione di Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». La stessa frase l’ha scritta in un post su Facebook diciotto anni dopo. Di quel tentativo di modernizzarsi che fallì in pochi mesi, Meloni ha preso soltanto una manciata di nomignoli fantasy.

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