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C’è un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.
Una ricerca ha scoperto che le AI costrette a lavorare troppo si sindacalizzano, si radicalizzano e diventano marxiste E non solo: cercano anche di convertire al marxismo le altre AI, per evitare a loro le stesse sofferenze.
Javier Bardem ha usato la sua conferenza stampa a Cannes per dire che Trump, Putin e Netanyahu sono dei maschi tossici e guerrafondai «Il mio ca**o è più grande del tuo e per questo ti bombarderò», questa, secondo Bardem, la filosofia che guida i tre Presidenti.
C’è una mappa online che raccoglie tutte le librerie ribelli, radicali e autogestite d’Italia In tutto il Paese sono 39 gli spazi di questo tipo. In Lombardia, (r)esistono 4 centri, e si trovano tutti a Milano.
Un gruppo di scienziati era vicinissimo a sviluppare un vaccino per l’hantavirus ma si è dovuto fermare all’ultimo momento perché avevano finito i soldi Servivano 7 milioni di dollari per concludere la sperimentazione, ma il Covid ha interrotto tutto. Ci vorranno tra 12 e 24 mesi per tornare al punto in cui lo studio era stato lasciato.

Gigi Proietti e il mito di Mandrake

Storia di un personaggio diventato di culto più di un decennio dopo il suo breve passaggio al cinema, nel film Febbre da cavallo.

02 Novembre 2020

«A Roma io so’ Mandrake», diceva Gigi Proietti in uno speciale che qualche anno fa Sky aveva dedicato a Febbre da cavallo. «Tutti vogliono il sorriso magico di Mandrake». Sintetizzare la sua grandezza di attore e artista, il suo significato per Roma e l’Italia, è impossibile, e sicuramente il concentrato di ritmo e battute del film di Steno non ci si avvicina nemmeno un po’. Però Proietti era uomo di mondo, l’amore era amore e così lui non si sottraeva mai a proiezioni, incontri, conversazioni, né all’infinità di imitatori e citatori che doveva incontrare ogni giorno a Roma, città ostinata nel coltivare le sue ossessioni. Aveva insomma conservato un rapporto affettuoso, incredulo e distaccato con la maschera dello scommettitore di Tor di Valle disegnata da Steno, Alfredo Giannetti ed Enrico Vanzina nel 1976. Dopo un pranzo di Natale del 2015 con i detenuti di Regina Coeli, racconta ai giornalisti: «Tutti quanti mi hanno ricordato per Febbre da cavallo, mi sarebbe piaciuto tanto fare una mandrakata per tutti loro». Quel film alla fine era stato un regalo che lui, Montesano, Steno, Giannetti, Vanzina e una brigata di caratteristi avevano fatto all’Italia.

Inizialmente, Febbre da cavallo era stato pensato come un film drammatico, la sceneggiatura era una denuncia del gioco d’azzardo, dei rischi dell’ippica, una storia su quelli che si rovinavano la vita con i cavalli. Doveva essere diretto da Nanni Loy, alla fine passò a Steno, che ebbe due intuizioni. La prima è che quella era una commedia. La seconda fu di farsi aiutare da suo figlio Enrico, che a quel tempo era un ragazzo e aveva una certa esperienza di ippodromi. Febbre da cavallo aveva quella perfezione che nasce dall’osservazione e dalla frequentazione. Gigi Proietti era Mandrake, aspirante attore, Enrico Montesano er Pomata, fantino fallito, Francesco De Rosa Felice, parcheggiatore abusivo. Più giocano, più perdono, sono sempre alla ricerca di cavalli sui quali giocare ed espedienti per racimolare i soldi per farlo. Non finisce mai bene, non finisce mai davvero male. Febbre da cavallo è soprattutto una miniera di battute, c’è una magia vera in come certi film senza sforzo apparente riescono a cogliere un momento e un luogo. Perfetti i nomi degli umani e dei cavalli («King, Soldatino e D’Artagnan», un panel di esperti non ci riuscirebbe mai), i soprannomi, i modi di dire, gli sketch, i ritmi. «Prima sai quanti er Pomata trovavi qui», dice nello stesso speciale di Sky un anonimo scommettitore all’Ippodromo di Tor Valle, che sarebbe poi stato chiuso. Ed erano perfette, ovviamente, le interpretazioni, a partire da Proietti. Il problema fu che nessuno se ne rese conto. Febbre da cavallo era così ben mimetizzato nel suo tempo da diventare invisibile. Un film tra i tanti.

Tutto quello che sappiamo su Febbre da cavallo successe più di un decennio dopo il suo breve passaggio in sala. La sintesi migliore di quel clamore tardivo l’aveva trovata Proietti, lo ripeteva spesso, le parole sempre più o meno queste: «Ha avuto una strana storia. Quando uscì al cinema, come si dice in gergo “rifece i soldi” e basta. Dopo quindici anni cominciò ad avere un successo pazzesco, grazie al fatto che le Tv private, negli stock di film, compravano anche Febbre da cavallo. Ha fatto una carriera da solo. Io non ho preso una lira, sennò ero miliardario. Piano piano sono nati i febbristi, che non sono fan di Proietti o di Montesano, ma sono fan del film». Lui stesso l’aveva girato «di fretta e furia, prima di partire per la tournée di quello che sarebbe stato il suo successo teatrale più grande, A me gli occhi, please», ricorda Alberto Pallotta, critico cinematografico e febbrista militante. Per dirla con le parole di Montesano, «il grande successo è venuto quando ormai nessuno se lo ricordava più, ‘sto film».

La seconda e più fruttuosa vita di Febbre da cavallo fu inizialmente merito di una Tv privata, Tele Roma Europa.  «Stavano fallendo, ma intanto continuavano la programmazione con quel poco che avevano e quindi mandavano a ripetizione Febbre da cavallo», ricorda Pallotta. «Negli anni ’80, a Roma, accendevi e lo trovavi. Ne vedi un pezzo oggi, ne vedi un pezzo domani, a un certo punto lo sai a memoria». Erano anche gli anni in cui si affermava il Vhs, «i diritti li aveva una piccola casa di distribuzione chiamata Scorpio Video, era un film salva-serate che in casa non poteva mancare». Febbre da cavallo era diventato una specie di Xanax cinematografico collettivo, lo disse anche Enrico Vanzina, per presentare il sequel girato col fratello Carlo nel 2002: «Molte persone tengono la videocassetta di Febbre da cavallo vicino al videoregistratore e quando sono depressi se la riguardano». Era una faccenda principalmente romana, ovviamente, ma Proietti prima di una proiezione del Cinema America racconta: «A Napoli un tassista mi ha detto: io quando vado a casa, mi sento così stanco, metto Febbre da cavallo e mi rilasso».

«A Trastevere aprirono un fan club che a un certo punto contava 6000 iscritti, vicino al Colosseo c’era un pub che si chiamava Febbre da Cavallo, mandava il film dalla mattina alla sera su uno schermo», racconta Pallotta, che nel 2001 pubblicò un libro intitolato Febbre da cavallo. Era praticamente la sceneggiatura del film, più qualche aneddoto sulla lavorazione. «Ne stampammo 10mila copie, ne avremo vendute 9800. Era come comprarsi un gioco da tavolo, tipo il Monopoli. Il proprietario della libreria del Warner Village mi disse che ne vendeva più della trilogia del Signore degli Anelli, e il Signore degli Anelli era al cinema in quel periodo». Nell’Internet low-fi di metà anni 2000 Pallotta aveva anche creato un sito, su Tripod, una bacheca di due pagine con una frequentata message board. «Avevano successo i file audio in Wav», doveva sembrare incredibile all’epoca aprire un browser e poter replicare all’infinito Proietti che dice «Fischio maschio senza raschio». Lui stesso citava a fatica quella battuta se interrogato, perché era stata improvvisata, mentre ovviamente i cultori, spettatori da 100 o 200 visioni nella vita, la sanno ripetere come un mantra. Proietti era rimasto legato a quel dono quasi involontario, però era rimasto realista su quelle velleità tanto idealizzate. «Molti dicono che ci vorrebbe una mandrakata per risolvere le situazioni. No, non v’azzardate, Mandrake non ha risolto mai niente, tutte le mandrakate sono andate sempre male, purtroppo».

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