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Dopo 25 anni di attesa, il regista di Donnie Darko ha finalmente pronto il sequel, solo che non è un film ma un romanzo epistolare di 800 pagine sui viaggi nel tempo Richard Kelly, regista, sceneggiatore e adesso anche scrittore, ha già detto che questo è solo il primo passo nell'esplorazione dell'universo di Donnie Darko.
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Gian Arturo Ferrari, l’esordiente

Come manager di Mondadori ha fatto la storia dell’editoria italiana, ora ha scritto un libro che racconta un ragazzino che gli assomiglia.

27 Febbraio 2020

Il pezzo è estratto dal numero 42 di Rivista Studio, in edicola dal 21 febbraio

Non c’è niente di più stridente che affibbiare a Gian Arturo Ferrari la qualifica di esordiente. Per quanto si tratta esattamente di questo, un uomo classe ’44 che ha appena pubblicato il suo primo romanzo, Ragazzo italiano, con Feltrinelli, Ferrari in ambito editoriale è tutto meno che un esordiente: è stato l’uomo più temuto e odiato dell’editoria italiana fino a non troppi anni fa, il manager che, negli anni Zero al timone di Mondadori Libri, ha generato gli ultimi grandi exploit commerciali che si ricordino, quando i best seller vendevano ancora milioni di copie, e si facevano Gomorra di Roberto Saviano (2006), o La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano (2008). Non proprio un esordiente insomma ed è questo contrasto tra il candore di un romanzo di formazione appena dato alle stampe e una carriera da manovratore e profondo conoscitore di cose editoriali – inizia con Boringhieri, e passa da Rizzoli tra un incarico in Mondadori e l’altro – che lo rende un personaggio da raccontare. Tutto finisce nel suo sguardo sornione con qualche venatura che lui stesso definisce «da cattivo»: «Per esperienza so che quello che colpisce non è il titolo e nemmeno la copertina, ma l’effetto complessivo e spero che questo libro trasmetta un buon effetto, ma mi pare che ci siamo», dice mostrando la pila di copie appena arrivate del suo libro, su cui campeggia la foto di un bimbetto coi capelli rossi (la reference intramontabile delle Correzioni): «Abbiamo scelto la foto del bambino perché non mi assomigliasse troppo, visto che il libro mi assomiglia parecchio».

È una storia di formazione nell’Italia del Dopoguerra, quella di Ninni, nato e cresciuto nella durezza da piccolo mondo antico della provincia lombarda, mentre Milano si fa motore del primo Boom: «È stata la Milano di quegli anni che ha influenzato il mio modo di vedere la Milano di oggi e non il contrario, quella Milano del libro è una delle tre Milano che ho vissuto, una città povera, reduce da una guerra terribile, che però aveva un’energia, una forza, una voglia che non ha mai più avuto, poi c’è stato un periodo in cui si è gravemente insaccata, già prima delle vicende di Tangentopoli era diventata una città brutta, si era molto imbruttita, come quella che racconta il mio amico Andrea De Carlo, in Due di due, che io ho avuto il piacere di pubblicare, una Milano che il protagonista trova squallida, sporca, e poi ancora c’è questa Milano di oggi che è senz’altro più erede di quella Milano lì, anche se secondo me non ha ancora la stessa capacità di tirar fuori tutto».

Abbiamo scelto la foto del bambino perché non mi assomigliasse troppo, visto che il libro mi assomiglia parecchio

Ed è qui che siamo ora, in una posizione piuttosto centrale “di quella Milano di oggi”, in corso Sempione dentro un punto di riferimento del razionalismo italiano, per quanto discreto e non da tutti conosciuto, Casa Rustici di Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri, in un appartamento sospeso tra due palazzi con un ponte interno, le sedie Wassily di Breuer, il minibar coi Campari, le vetrate, le pareti tappezzate di libri, le sculture classiche («sono riproduzioni fatte dal ministero della Cultura greca, costano cinquanta euro», ci tiene a precisare), le fotografie di Mimmo Jodice da un lato, altre fotografie che mostrano le Vele di Scampia: «No, non sono per Gomorra, sono foto di Tobias Zielony, che ci consigliò la nostra amica Lia Rumma, mi piacciono soprattutto perché in questa prospettiva le Vele ricordano dei libri impilati».

Osservi quest’uomo che ha fatto una grande carriera nel mondo dei libri, che vive in una casa stupenda, e lo immagini finalmente libero di trascorrere giornate di riflessione e meditazione a leggere magari classici nel suo studio illuminato dai raggi del sole, com’è allora che si decide invece di buttarsi nella mischia dei giudizi e delle aspettative un po’ ansiogene di un romanzo? «È colpa della mia amica che poi è diventata la mia agente Rosaria Carpinelli e che prima quando lavorava in Rizzoli era mia nemica, è stata lei a convincermi, io ho sempre saputo di essere un buon raccontatore orale ma non ho mai collegato questa capacità allo scrivere, un po’ è colpa anche di questo aggeggio [prende in mano lo smartphone, nda] che mi ha fatto venire voglia di scrivere, scrivo tutto qui, in qualsiasi momento, a casa, in tram… il telefono mi ha fatto venire la voglia di scrivere, il computer e la macchina da scrivere mi hanno sempre irrigidito invece». E poi con Feltrinelli, dopo una vita passata a Mondadori, perché? «L’unica condizione che ho posto a Rosaria è che non uscisse per Mondadori, mi sarebbe sembrato incestuoso, poi lei ha fatto un’asta come si fa in questi casi, e Feltrinelli è stato l’editore che ha fatto la migliore offerta, ma non l’ho scelta solo per quello, è la casa editrice perfetta per un libro così».

Fotografie di Federico Floriani

Non si sente nemmeno in imbarazzo, il manager che per anni è stato accusato “da sinistra” di aver svenduto la cultura a pubblicare sulla casa editrice simbolo della sinistra italiana: «Io, lo dico anche nel libro, vengo da una tradizione di famiglia socialista, mio nonno era una collaboratore diretto di Camillo Prampolini, e ho sempre avuto una visione progressista, credo sinceramente che oggi sia meglio di ieri, e che domani sarà meglio di oggi, la cosa che più mi colpisce è il cambiamento della qualità umana, i milanesi di oggi, per esempio, sono molto meglio di quelli di ieri, erano gente dura, ci siamo rinciviliti, quelli che Eco chiamava gli apocalittici vanno letti, ma non è così che va il mondo». Detto questo, Feltrinelli è anche «la casa editrice che ha pubblicato due tra i miei libri preferiti in assoluto: Zivago e Il Gattopardo, quest’ultimo lo so a memoria, potrei recitarlo».

A proposito del Gattopardo, gli chiedo del “Grande Romanzo Italiano”, perché del tanto discusso (nella sua assenza) GRI nel Ragazzo italiano qualcosa si trova – l’epica individuale che incontra il carattere nazionale – così come negli altri due libri candidati e candidabili allo Strega di quest’anno, Il colibri di Veronesi e Prima di noi di Giorgio Fontana, e viene in mente che forse alla fine ci siamo veramente arrivati: «Avevo un’amica carissima che si chiamava Carol Janeway, scozzese che aveva studiato a Cambridge, poi si era trasferita a New York, e aveva per marito un editore bravissimo morto negli anni ’90, che si chiamava Erwin Glikes, lei lavorava per Knopf, faceva i diritti stranieri, veniva tutti gli anni in Italia, a gennaio e mi diceva sempre “se non venissi tutti gli anni qui e se non ti conoscessi, a vedere i libri italiani dell’Italia non capirei niente”, ora temo che il mio libro non sia un grande romanzo italiano, ma sicuramente quello che diceva Carol Janeway ce l’avevo in testa, l’idea di raccontare anche cos’è o cos’è stata l’Italia». E dello Strega? Dello Strega ovviamente non si parla mai: «Di questo non parlo, bisogna vedere prima come reagisce il pubblico, come reagisce la critica».

Fu un fenomeno che durò per un numero ristretto di anni, si faceva mettendo una pressione enorme su un singolo titolo, bisognava andare all’assalto, all’arma bianca, il primo con cui facemmo questa cosa fu Saviano

Ferrari è la dimostrazione in carne e ossa di come possano coesistere nella stessa persona cinismo e idealismo, grande conoscenza delle cose del mondo (vendere i libri) e una forma quasi di innocenza (scrivere un libro). Certo, sentirlo parlare di editoria è appassionante molto più che, come vorrebbero alcuni, scandaloso. La sua è la storia di una generazione che ha cambiato le regole: «La legge non scritta di una delle grandi scuole editoriali italiane, quella di Einaudi, era che chi sceglieva i libri non doveva sapere niente di economia, di soldi, perché questo ne avrebbe condizionato le scelte, idea totalmente rivoluzionata dalla mia generazione, siamo stati i primi a capire sia di contenuto che di economia, mentre oggi le cose sono cambiate ancora e prevale una tendenza che a me non piace, gli aspetti finanziari hanno preso il sopravvento su quelli economici… come tutti penso che la generazione sia il meglio», dice ridacchiando, «ma penso che siamo stati davvero una generazione importante, la prima che ha fatto entrare l’Italia nella comunità internazionale degli editori, eravamo un gruppo di persone che si conoscevano e avevano rapporti continui, americani, francesi, italiani, inglesi».

Insomma il grande venditore di libri, come in un contrappasso dantesco, ma coscientemente, e volontariamente, si sottopone al giudizio altrui, l’ultimo editore ad aver venduto romanzi in milioni copie (Gomorra, La solitudine dei numeri primi, Dan Brown) che cerca un pubblico per quello che ha scritto: «In quegli anni capimmo come si faceva a vendere un libro in quella dimensione lì, eravamo gli unici ad averlo capito, quindi questa cosa ebbe un impatto molto forte, ma fu un fenomeno che durò per un numero ristretto di anni, si faceva mettendo una pressione enorme su un singolo titolo, bisognava andare all’assalto, all’arma bianca, il primo con cui facemmo questa cosa fu Saviano, dopo lo iniziarono a fare tutti, e quindi non ebbe più un effetto così sconvolgente». Come andrà a finire si vedrà, intanto Ferrari dal suo attico razionalista illuminato dal sole freddo di febbraio se la ride con la sua espressione da cattivo, che però mostra anche una passione per questo lavoro che s’incontra poche volte nella vita.

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