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18:09 lunedì 21 settembre 2026
Olivia Rodrigo ha salvato il brand di una designer palestinese semplicemente indossando uno dei suoi vestiti La founder del brand Nöl Collective, Yasmeen Mjalli, ha definito la richiesta della cantante un vero e proprio «intervento divino».
Per colpa di un errore dell’AI, Stati Uniti e Cina sono andati a tanto così dallo scatenare la Terza guerra mondiale Nella scorsa primavera, un chatbot ha rivelato ai militari Usa che una nave cinese stava trasportando materiali per armi nucleari in Medio Oriente. Non era vero nulla.
Il 24 settembre esce Eternal, un cofanetto di 16 dischi che raccoglie un anno intero di bootleg dei Joy Division E oltre ai 16 dischi: artwork di Peter Saville, scatto di copertina di Wolfgang Tillmans, note di Simon Armitage, foto di Anton Corbijn e Kevin Cummins e una versione restaurata del documentario Joy Division – A Malcolm Whitehead Film.
Bon Iver ha composto un jingle pubblicitario per promuovere il polpettone del ristorante di una sua amica «Meatloaf dippers at Howard’s in Stillwater/Meatloaf dippers can be a whole meal or starter/Meatloaf dippers, oh so light and yummy/Go on and warm your tummy, with dippers».
C’è una scuola in Vermont che insegna ai figli dei ricchi a coltivare i campi, badare al bestiame e pulire casa. Per 40 mila dollari a semestre La Mountain School offre agli studenti del terzo anno la possibilità di passare un semestre a lavorare in fattoria. Un semestre piuttosto costoso, oltre che faticoso.
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.

Gay pride, Tel Aviv

Il video pubblicitario arabeggiante. Tel Aviv sta brandizzando se stessa come una caricatura intrigante? È "pinkwashing"? O una tamarrata?

03 Giugno 2013

Ieri è iniziata la settimana gay di Tel Aviv (titolo esatto: Tel Aviv Pride Week), una serie di eventi LGBT che si celebra, sotto diverse forme, dal lontano 1977 e che ha contribuito, tra le altre cose, alla reputazione della città israeliana come una delle destinazioni più popolari per il turismo LGBT.

Nel 2012 Tel Aviv è stata dichiarata “migliore città gay del mondo” da un sondaggio effettuato da American Airlines e GayCities.com, superando New York e San Francisco, e si stima che lo stesso anno abbiano visitato la città 50 mila turisti omosessuali. Un’immagine che un po’ fa parte del Dna storico di Tel Aviv (non sono molte le città che vantavano una Pride Parade già negli anni Settanta), e in parte è stata coltivata dalle istituzioni. Soprattutto da quando negli ultimi anni il Ministero del Turismo israeliano e la municipalità di Tel Aviv-Jaffa hanno cominciato a investire massicciamente nella promozione dell’immagine di Tel Aviv come città gay-friendly: nel 2010 è stata lanciata una campagna da 340 milioni di shekel (circa 71 milioni di euro) e che è risultata, per dirne una, in pubblicità come questa su testate americane ed europee.

La Tel Aviv Pride Week ha anche un video ufficiale, che mette in scena un tot di Drag Queen e un cammello. È di questo che vorrei parlarvi.

La voce è di Omer Adam, giovanissimo cantante di genere “orientaleggiante” [sul serio, si dice proprio così, muzika mizrahi, “musica orientale”, che a me fa un po’ tanto Edward Said, ma su questo torneremo a breve] che si era fatto conoscere nell’edizione del 2009 dell’equivalente israeliano di “X Factor”, salvo poi essere squalificato perché aveva mentito sull’età. Ma i fusti con cammello al seguito che vedete nel video sono di Arisa, un’agenzia che organizza eventi LGBT a Tel Aviv.

Quel video ha fatto un po’ discutere – ma non per la ragione che pensate.

«È orientalismo, transfobia, pinkwashing, o solo pessimo gusto?», si è chiede su Twitter Uri Horesh, linguista israeliano trapiantato nell’Essex. Mettiamo per il momento da parte il capitolo “transfobia”, che meriterebbe un discorso a parte. E mettiamo per il momento da parte pure il dossier «pessimo gusto», anche perché le immagini si commentano da sé. Concentriamoci quindi sulle questioni “orientalismo” e “pinkwashing”.

Innanzitutto una considerazione, piuttosto scontata ma non si sa mai…: a Tel Aviv non ci sono i cammelli. È una città moderna, cosmopolita e occidentale(occidentalizzata?) come poche altre nel Medio Oriente. I cammelli, i caftani, la musica arabeggiante, i gioielli esotici sono tutti una posa, uno sfottò, un ammiccamento. La cosa, del resto, è assai evidente dall’estetica del video. Resta da chiedersi da dove arrivi questa scelta di volere brandizzare, seppure tra il serio e il faceto, Tel Aviv – o, meglio, la Tel Aviv della settimana gay, un evento inconcepibile nelle altre città mediorientali – come una città “orientale”.

La critica di Uri, che accusava di “Orientalismo” gli organizzatori della campagna, si rifà, intenzionalmente, alla concezione che Edward Said aveva del termine. La fascinazione dell’Oriente in quanto luogo esotico di piacere, terrore, energia intensa e sensualità cui noi non abbiamo accesso nelle nostre vite represse ma civili. In una parola: imperialismo culturale. Oppure: la riduzione a uno stereotipo caricaturale, ad uso dello consumatore occidentale. Se ho ben capito, è questo che Uri rimproverava agli organizzatori della campagna per il gay pride di Tel Aviv, l’avere brandizzato se stessi come una macchietta intrigante.

In giro ho visto anche un’altra lettura, forse più profonda, o forse solo meno ingenerosa, di quel video. «Il sottotesto, forse involontario, è questo: Israele è diventato sempre più mediorientale, e contemporaneamente più distaccato dal Medio Oriente» ha scritto sulla sua bacheca di Facebook la giornalista israelo-canadese Lisa Goldman.

Provo a spiegare. Da quando è nato, lo Stato di Israele ha sempre tentato di coniugare, in dosi e con successo variabili, una doppia identità occidentale e mediorientale. Negli ultimi anni, è stato notato da più parti, la componente non-occidentale pare più rafforzata di prima. Questo vale dal punto di vista sociale e politico: “Ecco Israele, dove l’Occidente è sempre più piccolo”, scriveva qualche tempo fa Jacopo Tondelli, allora direttore de Linkiesta, a proposito dell’avanzare degli estremismi. Ma questo vale anche dal punto di vista culturale. Per dirne una: la musicamizrahi, “orientaleggiante”, ora è decisamente mainstream e ha persino un’aura quasi cool. Dieci, quindici anni fa era considerata una tamarrata pazzesca: nessuno di quelli che conosco, buzzurri a parte, avrebbe mai confessato pubblicamente di ascoltare musica mizrahi.

E tutto questo mentre in realtà Israele è sempre più lontana dal mondo arabo e musulmano, e viceversa. Nei paesi islamici, detto per inciso, gli omosessuali non se la passano molto bene. In Iran, com’è noto, i gay li impiccano. In Egitto li arrestano e torturano.

Il che ci porta al dossier “pinkwashing”.

Negli ultimi anni Israele è stata accusata di utilizzare gli eventi LGBT come un’arma di relazioni pubbliche, per diffondere un’immagine di Israele come democrazia liberale e distogliere l’attenzione dalle violazioni dei diritti civili dei palestinesi. «Israele sta cercando di mandare il messaggio che i diritti degli omosessuali sono un simbolo di modernità, e che quando ci sono quelli ciò significa che l’intera società è avanzata e che (…) l’occupazione [della Cisgiordania] non ha importanza», ha spiegato Sarah Schulman, una delle più ferventi fautrici della teoria del pinkwashing – il termine, avrete capito, viene dalla crasi tra “pink” e “whitewashing”.

Questa teoria, sostengono i suoi oppositori, non sta in piedi… perché se una strategia di pinkwashing c’è, non ha dato alcuni risultato «I media dovrebbero essere così impressionati dalle politiche pro-gay di Israele fino al punto di ignorare la questione palestinese?» ha ribattuto Alan Dershowitz. «Non mi pare che abbia funzionato molto».

Quanto a me, non so se questa cosa del pinkwashing mi ha convinto. Anche perché Israele non è Tel Aviv. A differenza di molte nazioni occidentali (ma non l’Italia…) Israele non ha ancora riconosciuto i matrimoni gay (anche perché non riconosce i matrimoni non religiosi di per sé, argomento complicato su cui forse torneremo). Ma neppure impicca gli omosessuali, come invece fanno alcuni dei suoi vicini.

Tornando alle accuse di Orientalismo e di auto-brandizzazione macchiettistica, trovo che qualcosa del vero ci sia. E, comunque, in barba ai nuovi canoni di coolness, che a Tel Aviv mi dicono essere assai più tolleranti di un tempo, resto dell’opinione che la musica mizrahi che si ascolta in Israele sia una tamarrata pazzesca.

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