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Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

Gay pride, Tel Aviv

Il video pubblicitario arabeggiante. Tel Aviv sta brandizzando se stessa come una caricatura intrigante? È "pinkwashing"? O una tamarrata?

03 Giugno 2013

Ieri è iniziata la settimana gay di Tel Aviv (titolo esatto: Tel Aviv Pride Week), una serie di eventi LGBT che si celebra, sotto diverse forme, dal lontano 1977 e che ha contribuito, tra le altre cose, alla reputazione della città israeliana come una delle destinazioni più popolari per il turismo LGBT.

Nel 2012 Tel Aviv è stata dichiarata “migliore città gay del mondo” da un sondaggio effettuato da American Airlines e GayCities.com, superando New York e San Francisco, e si stima che lo stesso anno abbiano visitato la città 50 mila turisti omosessuali. Un’immagine che un po’ fa parte del Dna storico di Tel Aviv (non sono molte le città che vantavano una Pride Parade già negli anni Settanta), e in parte è stata coltivata dalle istituzioni. Soprattutto da quando negli ultimi anni il Ministero del Turismo israeliano e la municipalità di Tel Aviv-Jaffa hanno cominciato a investire massicciamente nella promozione dell’immagine di Tel Aviv come città gay-friendly: nel 2010 è stata lanciata una campagna da 340 milioni di shekel (circa 71 milioni di euro) e che è risultata, per dirne una, in pubblicità come questa su testate americane ed europee.

La Tel Aviv Pride Week ha anche un video ufficiale, che mette in scena un tot di Drag Queen e un cammello. È di questo che vorrei parlarvi.

La voce è di Omer Adam, giovanissimo cantante di genere “orientaleggiante” [sul serio, si dice proprio così, muzika mizrahi, “musica orientale”, che a me fa un po’ tanto Edward Said, ma su questo torneremo a breve] che si era fatto conoscere nell’edizione del 2009 dell’equivalente israeliano di “X Factor”, salvo poi essere squalificato perché aveva mentito sull’età. Ma i fusti con cammello al seguito che vedete nel video sono di Arisa, un’agenzia che organizza eventi LGBT a Tel Aviv.

Quel video ha fatto un po’ discutere – ma non per la ragione che pensate.

«È orientalismo, transfobia, pinkwashing, o solo pessimo gusto?», si è chiede su Twitter Uri Horesh, linguista israeliano trapiantato nell’Essex. Mettiamo per il momento da parte il capitolo “transfobia”, che meriterebbe un discorso a parte. E mettiamo per il momento da parte pure il dossier «pessimo gusto», anche perché le immagini si commentano da sé. Concentriamoci quindi sulle questioni “orientalismo” e “pinkwashing”.

Innanzitutto una considerazione, piuttosto scontata ma non si sa mai…: a Tel Aviv non ci sono i cammelli. È una città moderna, cosmopolita e occidentale(occidentalizzata?) come poche altre nel Medio Oriente. I cammelli, i caftani, la musica arabeggiante, i gioielli esotici sono tutti una posa, uno sfottò, un ammiccamento. La cosa, del resto, è assai evidente dall’estetica del video. Resta da chiedersi da dove arrivi questa scelta di volere brandizzare, seppure tra il serio e il faceto, Tel Aviv – o, meglio, la Tel Aviv della settimana gay, un evento inconcepibile nelle altre città mediorientali – come una città “orientale”.

La critica di Uri, che accusava di “Orientalismo” gli organizzatori della campagna, si rifà, intenzionalmente, alla concezione che Edward Said aveva del termine. La fascinazione dell’Oriente in quanto luogo esotico di piacere, terrore, energia intensa e sensualità cui noi non abbiamo accesso nelle nostre vite represse ma civili. In una parola: imperialismo culturale. Oppure: la riduzione a uno stereotipo caricaturale, ad uso dello consumatore occidentale. Se ho ben capito, è questo che Uri rimproverava agli organizzatori della campagna per il gay pride di Tel Aviv, l’avere brandizzato se stessi come una macchietta intrigante.

In giro ho visto anche un’altra lettura, forse più profonda, o forse solo meno ingenerosa, di quel video. «Il sottotesto, forse involontario, è questo: Israele è diventato sempre più mediorientale, e contemporaneamente più distaccato dal Medio Oriente» ha scritto sulla sua bacheca di Facebook la giornalista israelo-canadese Lisa Goldman.

Provo a spiegare. Da quando è nato, lo Stato di Israele ha sempre tentato di coniugare, in dosi e con successo variabili, una doppia identità occidentale e mediorientale. Negli ultimi anni, è stato notato da più parti, la componente non-occidentale pare più rafforzata di prima. Questo vale dal punto di vista sociale e politico: “Ecco Israele, dove l’Occidente è sempre più piccolo”, scriveva qualche tempo fa Jacopo Tondelli, allora direttore de Linkiesta, a proposito dell’avanzare degli estremismi. Ma questo vale anche dal punto di vista culturale. Per dirne una: la musicamizrahi, “orientaleggiante”, ora è decisamente mainstream e ha persino un’aura quasi cool. Dieci, quindici anni fa era considerata una tamarrata pazzesca: nessuno di quelli che conosco, buzzurri a parte, avrebbe mai confessato pubblicamente di ascoltare musica mizrahi.

E tutto questo mentre in realtà Israele è sempre più lontana dal mondo arabo e musulmano, e viceversa. Nei paesi islamici, detto per inciso, gli omosessuali non se la passano molto bene. In Iran, com’è noto, i gay li impiccano. In Egitto li arrestano e torturano.

Il che ci porta al dossier “pinkwashing”.

Negli ultimi anni Israele è stata accusata di utilizzare gli eventi LGBT come un’arma di relazioni pubbliche, per diffondere un’immagine di Israele come democrazia liberale e distogliere l’attenzione dalle violazioni dei diritti civili dei palestinesi. «Israele sta cercando di mandare il messaggio che i diritti degli omosessuali sono un simbolo di modernità, e che quando ci sono quelli ciò significa che l’intera società è avanzata e che (…) l’occupazione [della Cisgiordania] non ha importanza», ha spiegato Sarah Schulman, una delle più ferventi fautrici della teoria del pinkwashing – il termine, avrete capito, viene dalla crasi tra “pink” e “whitewashing”.

Questa teoria, sostengono i suoi oppositori, non sta in piedi… perché se una strategia di pinkwashing c’è, non ha dato alcuni risultato «I media dovrebbero essere così impressionati dalle politiche pro-gay di Israele fino al punto di ignorare la questione palestinese?» ha ribattuto Alan Dershowitz. «Non mi pare che abbia funzionato molto».

Quanto a me, non so se questa cosa del pinkwashing mi ha convinto. Anche perché Israele non è Tel Aviv. A differenza di molte nazioni occidentali (ma non l’Italia…) Israele non ha ancora riconosciuto i matrimoni gay (anche perché non riconosce i matrimoni non religiosi di per sé, argomento complicato su cui forse torneremo). Ma neppure impicca gli omosessuali, come invece fanno alcuni dei suoi vicini.

Tornando alle accuse di Orientalismo e di auto-brandizzazione macchiettistica, trovo che qualcosa del vero ci sia. E, comunque, in barba ai nuovi canoni di coolness, che a Tel Aviv mi dicono essere assai più tolleranti di un tempo, resto dell’opinione che la musica mizrahi che si ascolta in Israele sia una tamarrata pazzesca.

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