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Oltre al nuovo disco i Gorillaz hanno fatto uscire un film d’animazione che si può vedere gratis su YouTube Il film si intitola The Mountain, The Moon Cave and The Sad God ed esce nello stesso giorno del loro nuovo disco, The Mountain.
Ai Cèsar, il più importante premio cinematografico francese, il pubblico ha subissato di fischi il video tributo a Brigitte Bardot Pochi applausi, moltissimi fischi e anche un grido, che si è sentito distintamente durante la diretta: «Razzista!».
Una racconto distopico in cui l’AI distrugge l’economia mondiale pubblicato su un blog ha causato una perdita di 200 miliardi sul mercato azionario Secondo alcuni si è trattato di una coincidenza. Secondo altri, il racconto ha mandato nel panico gli investitori e stravolto i mercati per un giorno intero.
Mastro Lindo è andato in pensione dopo 68 anni di onorata carriera nell’industria delle pulizie La multinazionale P&G ha deciso di ritirare il logo e ha dato l'annuncio con una conferenza stampa tenuta dallo stesso Mastro Lindo su Instagram.
Paramount è riuscita a prendersi Warner, ma adesso dovrà pagare quasi tre miliardi di penale a Netflix Che si vanno ad aggiungere ai 77 che spenderà per completare l'acquisizione. Che comunque potrebbe non completarsi, se l'Antitrust non darà il via libera. E in questo caso, Paramount dovrà pagare altri 7 miliardi di multa.
Il ministro della Difesa pakistano ha dichiarato guerra all’Afghanistan con un post su X Per il diritto internazionale, ovviamente, non si può dichiarare guerra a un Paese via social, ma a Khawaja Mohammad Asif sembra non importare.
Non si è capito se è stato Morgan a non voler duettare con Chiello o Chiello a non voler duettare con Morgan nella serata delle cover di Sanremo Morgan ha detto che è stato lui a decidere di non esibirsi con Chiello, Chiello ha detto che la scelta di fare da solo è tutta sua.
I prezzi dei club di Berlino sono aumentati così tanto che è stato necessario inventarsi il termine technoinflazione Tutto è partito dal Berghain, ovviamente, che negli ultimi tre anni ha aumentato il costo del biglietto del 20 per cento. E tutti gli altri hanno seguito.

Gay pride, Tel Aviv

Il video pubblicitario arabeggiante. Tel Aviv sta brandizzando se stessa come una caricatura intrigante? È "pinkwashing"? O una tamarrata?

03 Giugno 2013

Ieri è iniziata la settimana gay di Tel Aviv (titolo esatto: Tel Aviv Pride Week), una serie di eventi LGBT che si celebra, sotto diverse forme, dal lontano 1977 e che ha contribuito, tra le altre cose, alla reputazione della città israeliana come una delle destinazioni più popolari per il turismo LGBT.

Nel 2012 Tel Aviv è stata dichiarata “migliore città gay del mondo” da un sondaggio effettuato da American Airlines e GayCities.com, superando New York e San Francisco, e si stima che lo stesso anno abbiano visitato la città 50 mila turisti omosessuali. Un’immagine che un po’ fa parte del Dna storico di Tel Aviv (non sono molte le città che vantavano una Pride Parade già negli anni Settanta), e in parte è stata coltivata dalle istituzioni. Soprattutto da quando negli ultimi anni il Ministero del Turismo israeliano e la municipalità di Tel Aviv-Jaffa hanno cominciato a investire massicciamente nella promozione dell’immagine di Tel Aviv come città gay-friendly: nel 2010 è stata lanciata una campagna da 340 milioni di shekel (circa 71 milioni di euro) e che è risultata, per dirne una, in pubblicità come questa su testate americane ed europee.

La Tel Aviv Pride Week ha anche un video ufficiale, che mette in scena un tot di Drag Queen e un cammello. È di questo che vorrei parlarvi.

La voce è di Omer Adam, giovanissimo cantante di genere “orientaleggiante” [sul serio, si dice proprio così, muzika mizrahi, “musica orientale”, che a me fa un po’ tanto Edward Said, ma su questo torneremo a breve] che si era fatto conoscere nell’edizione del 2009 dell’equivalente israeliano di “X Factor”, salvo poi essere squalificato perché aveva mentito sull’età. Ma i fusti con cammello al seguito che vedete nel video sono di Arisa, un’agenzia che organizza eventi LGBT a Tel Aviv.

Quel video ha fatto un po’ discutere – ma non per la ragione che pensate.

«È orientalismo, transfobia, pinkwashing, o solo pessimo gusto?», si è chiede su Twitter Uri Horesh, linguista israeliano trapiantato nell’Essex. Mettiamo per il momento da parte il capitolo “transfobia”, che meriterebbe un discorso a parte. E mettiamo per il momento da parte pure il dossier «pessimo gusto», anche perché le immagini si commentano da sé. Concentriamoci quindi sulle questioni “orientalismo” e “pinkwashing”.

Innanzitutto una considerazione, piuttosto scontata ma non si sa mai…: a Tel Aviv non ci sono i cammelli. È una città moderna, cosmopolita e occidentale(occidentalizzata?) come poche altre nel Medio Oriente. I cammelli, i caftani, la musica arabeggiante, i gioielli esotici sono tutti una posa, uno sfottò, un ammiccamento. La cosa, del resto, è assai evidente dall’estetica del video. Resta da chiedersi da dove arrivi questa scelta di volere brandizzare, seppure tra il serio e il faceto, Tel Aviv – o, meglio, la Tel Aviv della settimana gay, un evento inconcepibile nelle altre città mediorientali – come una città “orientale”.

La critica di Uri, che accusava di “Orientalismo” gli organizzatori della campagna, si rifà, intenzionalmente, alla concezione che Edward Said aveva del termine. La fascinazione dell’Oriente in quanto luogo esotico di piacere, terrore, energia intensa e sensualità cui noi non abbiamo accesso nelle nostre vite represse ma civili. In una parola: imperialismo culturale. Oppure: la riduzione a uno stereotipo caricaturale, ad uso dello consumatore occidentale. Se ho ben capito, è questo che Uri rimproverava agli organizzatori della campagna per il gay pride di Tel Aviv, l’avere brandizzato se stessi come una macchietta intrigante.

In giro ho visto anche un’altra lettura, forse più profonda, o forse solo meno ingenerosa, di quel video. «Il sottotesto, forse involontario, è questo: Israele è diventato sempre più mediorientale, e contemporaneamente più distaccato dal Medio Oriente» ha scritto sulla sua bacheca di Facebook la giornalista israelo-canadese Lisa Goldman.

Provo a spiegare. Da quando è nato, lo Stato di Israele ha sempre tentato di coniugare, in dosi e con successo variabili, una doppia identità occidentale e mediorientale. Negli ultimi anni, è stato notato da più parti, la componente non-occidentale pare più rafforzata di prima. Questo vale dal punto di vista sociale e politico: “Ecco Israele, dove l’Occidente è sempre più piccolo”, scriveva qualche tempo fa Jacopo Tondelli, allora direttore de Linkiesta, a proposito dell’avanzare degli estremismi. Ma questo vale anche dal punto di vista culturale. Per dirne una: la musicamizrahi, “orientaleggiante”, ora è decisamente mainstream e ha persino un’aura quasi cool. Dieci, quindici anni fa era considerata una tamarrata pazzesca: nessuno di quelli che conosco, buzzurri a parte, avrebbe mai confessato pubblicamente di ascoltare musica mizrahi.

E tutto questo mentre in realtà Israele è sempre più lontana dal mondo arabo e musulmano, e viceversa. Nei paesi islamici, detto per inciso, gli omosessuali non se la passano molto bene. In Iran, com’è noto, i gay li impiccano. In Egitto li arrestano e torturano.

Il che ci porta al dossier “pinkwashing”.

Negli ultimi anni Israele è stata accusata di utilizzare gli eventi LGBT come un’arma di relazioni pubbliche, per diffondere un’immagine di Israele come democrazia liberale e distogliere l’attenzione dalle violazioni dei diritti civili dei palestinesi. «Israele sta cercando di mandare il messaggio che i diritti degli omosessuali sono un simbolo di modernità, e che quando ci sono quelli ciò significa che l’intera società è avanzata e che (…) l’occupazione [della Cisgiordania] non ha importanza», ha spiegato Sarah Schulman, una delle più ferventi fautrici della teoria del pinkwashing – il termine, avrete capito, viene dalla crasi tra “pink” e “whitewashing”.

Questa teoria, sostengono i suoi oppositori, non sta in piedi… perché se una strategia di pinkwashing c’è, non ha dato alcuni risultato «I media dovrebbero essere così impressionati dalle politiche pro-gay di Israele fino al punto di ignorare la questione palestinese?» ha ribattuto Alan Dershowitz. «Non mi pare che abbia funzionato molto».

Quanto a me, non so se questa cosa del pinkwashing mi ha convinto. Anche perché Israele non è Tel Aviv. A differenza di molte nazioni occidentali (ma non l’Italia…) Israele non ha ancora riconosciuto i matrimoni gay (anche perché non riconosce i matrimoni non religiosi di per sé, argomento complicato su cui forse torneremo). Ma neppure impicca gli omosessuali, come invece fanno alcuni dei suoi vicini.

Tornando alle accuse di Orientalismo e di auto-brandizzazione macchiettistica, trovo che qualcosa del vero ci sia. E, comunque, in barba ai nuovi canoni di coolness, che a Tel Aviv mi dicono essere assai più tolleranti di un tempo, resto dell’opinione che la musica mizrahi che si ascolta in Israele sia una tamarrata pazzesca.

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