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Francesco Vezzoli, il virus e le immagini

Una conversazione con l'artista sul modo in cui la pandemia ha cambiato la nostra percezione dei social, degli schermi e dei rapporti. Dal numero Behind The Screen in edicola.

24 Luglio 2020

Il giorno di fine maggio in cui chiamo su FaceTime Francesco Vezzoli, star globale dell’arte contemporanea, cantore del nostro rapporto coi media e con la cultura pop e visiva, per un’intervista larga sulla vita dietro gli schermi e sull’accelerazione digitale impressa dal distanziamento sociale, è anche il giorno in cui esce un sondaggio secondo il quale il 30 per cento degli uomini si masturba mentre fa smart working. «Siamo diventati dei mezzi busti che sopra fondono molecole e società e sotto compiono le peggio nefandezze», mi comunica entusiasta Vezzoli commentando il sondaggio, mentre il suo smartphone inquadra il soffitto della casa in cui ha trascorso i mesi di lockdown. L’inizio ideale per un’oretta di chiacchierata che terrà dentro farsa, tragedia e il racconto delle nostre vite di questa prima surreale metà del 2020.

In un’intervista che ci hai rilasciato nel settembre del 2018, dove avevamo fatto tutto un discorso sul pop italiano, raccontavamo che in quel periodo lì stavi attaccato, oltre alla tv, anche ad Instagram, che ti piaceva molto seguire le persone normali con dei profili anonimi e cose così. Un paio di mesi fa hai detto in un’intervista a 032C: «Ora basta Instagram, basta social, mi sono spaventato», facendo riferimento al periodo più intenso della pandemia. Dove sei oggi rispetto a questo discorso?
La risposta era circostanziata al momento del virus. Diciamo che in quella fase lì finivi per vivere una discrasia temporale: tu eri all’inizio della pandemia e quindi cercavi su Instagram un riscontro alle tue paure, ma le persone delle altre nazioni fingevano che tutto questo non stesse succedendo, che non sarebbe arrivato da loro; persino Chiara Ferragni ha dovuto rimproverare Kendall Jenner, dicendole che il Covid-19 non era un’influenza, di non sottovalutarlo, l’ho trovato un gesto molto bello. Lì ho capito che dovevo staccare, perché quando si soffre o si è preoccupati si cercano degli specchi della propria sensibilità, e per me tuttora Instagram non riesce ad esserlo: questa epidemia è scaglionata, e quindi se tu guardavi i profili dei brasiliani solo fino a poche settimane fa, era tutto un carnevale di Rio e adesso no purtroppo, e quindi io penso che Instagram in questo momento, soprattutto se uno lo guarda a volo d’uccello scorrendo di seguito i profili di tante persone in tutte le parti del mondo, sia un luogo veramente difficile, perché a seconda di quale zona del mondo tu circoscrivi, trovi un mood completamente diverso. E quando questi profili li guardi tutti vicini e mescolati, l’effetto è veramente un po’ angosciante, una sensazione di cinismo totale, non capisci perché quelli che hanno già vissuto la pandemia non siano preoccupati per quelli che la stanno per vivere, e perché quelli che la stanno per vivere non ci abbiano pensato fino a un minuto prima.

Ma questo vuol dire che la sensazione di condivisione totale che ci dà Instagram in questo momento storico si è dimostrata un’illusione ottica, oppure semplicemente che ci sono cose che riesce a restituirci e altre no?
Il problema non è il singolo profilo, il problema è vederli tutti insieme, la sovrapposizione, un effetto che fa esplodere il grande conflitto della globalizzazione. Instagram di per sé è globalizzato e globalizzante, abbiamo l’idea di stare tutti vicini dentro quell’arco delle 24 ore, ma un virus, che viaggia paradossalmente più veloce, ci ha mostrato che non è esattamente così, neanche in Europa per dire: qui in Italia a un certo punto avevi Bocelli che cantava davanti al Duomo di Milano, e ti mettevi a piangere perché era un’immagine di una tale drammaticità, di impatto, e nel frattempo avevi quello là scapigliato a Londra che invocava l’immunità di gregge. Uno sfasamento che provoca un grande affaticamento emotivo, perché tu su chi ti sintonizzi a quel punto?

Instagram è globalizzato e globalizzante, dà l’idea di stare tutti vicini, ma un virus, che viaggia più veloce, ci ha mostrato che non è esattamente così

Questo ci dice più qualcosa di noi o del mezzo?
Di entrambi. Io mi ricordo quando ero bambino e i miei genitori mi volevano sempre far mangiare i cibi più etnici che ci fossero: il vietnamita, questo, quello, e invece io volevo solo mangiare i tortellini della nonna. Ma i miei erano molto aperti di mentalità, volevano educarmi in quel modo. Non tutti gli stomaci, però, sono pronti per tutti i cibi. Instagram mi sembra un po’ la stessa cosa traslata sulla nostra mente: non siamo tutti pronti a ricevere la totalità delle informazioni. A me pare che insieme a quella virale, abbiamo assistito anche a una specie di pandemia emotiva, cioè la complessità di un’entità che in un luogo viene gestita in un modo, e in un altro luogo viene gestita in un altro. A quel punto come fai tu? Io ho passato tutta la mia vita viaggiando per il mondo, quindi credo di avere un buon polso della situazione, però sinceramente in questo momento storico mi sono sentito di dovermi concentrare sulla sensibilità del mio Paese, non riuscivo a concentrarmi su quella degli altri, non avevo i mezzi emotivi, come facevo?

Abbiamo davanti scenari ignoti però, tendenzialmente, tutti concordiamo col dire che per un po’ staremo più distanti, consciamente o inconsciamente, e per cui tutta una serie di attività legate al contatto, penso al viaggiare, penso ai momenti di socializzazione su cui si basano arte e moda, ne saranno in qualche modo impattate. È una cosa su cui hai avuto tempo di riflettere? Pensi che la tecnologia possa essere un buon surrogato o no?
A meno che non ci sia una risoluzione immediata del problema virus, e credo che non ci sarà, mi vien da pensare che da adesso in poi evidentemente un filtro digitale in più nella nostra vita c’è, e nei mesi passati è stato addirittura necessario. Io un po’ l’ho vissuto male, per tutte le cose di cui parlavamo prima, però vanno fatte riflessioni importanti sul tema, che infatti è lo spunto della vostra discussione su questo numero. Mi viene da dire che questo filtro digitale un po’ smaterializzi le cose, inevitabilmente, però non è detto che, ad esempio, smaterializzi il desiderio, perché uno in fondo continua a desiderare di baciare, di abbracciare, di possedere…

Artwork dell’artista australiano law_degree, rielaborato dalla piattaforma multimediale NO TEXT Azienda

Ed è una cosa che ti preoccupa questa?
No, perché io in fondo ho passato tutta la vita ad analizzare i media: prima il cinema, coi trailer per i film che non esistono, poi i remake dei film che non c’erano, dopo la campagna elettorale delle elezioni che non c’erano, e poi ancora il pilot di Uomini e Donne, che non esisteva. Relazionarsi ai media, che siano vecchi o nuovi, è una disciplina che fa parte del mio percorso di ricerca, ecco perché non sono preoccupato più di tanto.

Mi hai anticipato. Ti avrei chiesto appunto, visto che il tema del numero sono gli schermi – che da sempre sono in fondo la materia prima della tua produzione artistica – come questa accelerazione digitale che ci porta a fare tutto tramite essi, abbia avuto o meno un impatto sul tuo lavoro.
Se non fosse un cambiamento forzato da un fatto tragico e che implica la morte di così tante persone, sarebbe un esperimento antropologico interessantissimo. Il fatto da cui io non posso prescindere, però, è che tutto è connesso a una tragedia globale. Ci tengo a ribadirlo, perché come ti dicevo prima per me è altrettanto importante l’impatto emotivo: per dire, io adesso guardo un film e magari piango non quando muore qualcuno, ma quando qualcuno si bacia, perché evidentemente sono come in astinenza affettiva. E allora penso che sarei un bellissimo soggetto per uno psicologo, ma nel dirlo mi sento quasi un po’ stronzo, perché è come affermare che è tutto interessante, tutto antropologia, tutto sociologia, anche in questa situazione. Ma io non riesco ancora a dimenticare che il motore di una simile rivoluzione sia stata una tragedia.

Trovo interessante il fatto che tu tenga la pandemia e i suoi devastanti effetti come premessa di ogni riflessione. C’è chi dice che l’arte e lo spettacolo di fronte a queste cose debbano fare un passo indietro e c’è chi dice «sì però il mio compito è fare quella cosa lì, la gente da me si aspetta quello, e devo continuare a pensarci anche in questo momento».
Ma io rispetto anche chi la pensa così, ci mancherebbe. Trovo solo che ci siano, in generale, tante persone che tendono alla rimozione, a tante latitudini.

Per dire, io adesso guardo un film e magari piango non quando muore qualcuno ma quando qualcuno si bacia, perché evidentemente sono come in astinenza affettiva

E qui torniamo un po’ ai discorsi che facevi prima sull’inadeguatezza di Instagram di restituire lo stato d’animo di ciascuno di noi, e delle diverse sensibilità. Però è vero, in generale c’è voglia di rimozione. Forse perché non accettiamo più il fatto che ci possa succedere qualcosa che non controlliamo?
Io credo che sia un problema generazionale. Lady Violet di Downtown Abbey ti direbbe: «Mio caro, io ho visto tre guerre ed ogni volta so già cosa succede». Delle persone che ci sono in giro, chi c’è che ha una voce che può dire qualcosa di sensato rispetto a questa tragedia? Possono fare un commento dal loro punto di vista, sulla base dei loro studi, però sappiamo che i commenti più efficaci sono quelli che nascono da una comparazione. E qui nessuno è in grado di farne. In più viviamo un’epoca in cui sono dominanti dei social media che alla fine sono veicoli di espressioni di gioia, di felicità, di desiderio, sono stati proprio creati così, non è che quello che ha inventato Instagram aveva in mente un sito di necrologi. Abbiamo vissuto un momento con più morti americani che durante la Guerra del Vietnam, e cinque volte il numero di vittime civili nella sola Milano città, dove però la parola morte la si sente pochissimo, non trovi? Ma non è che sia arrabbiato per questo, evidenzio solo una problematica di elaborazione. I media di oggi sono costruiti per celebrare il corpo e la gioia. Pensa che l’emoji più triste che abbiamo è il cuore spezzato.

E qui arriviamo a Love Stories, il tuo ultimo progetto ancora in corso sull’account Instagram della Fondazione Prada. Ti chiederei come sei arrivato alla dinamica del sondaggio, alla logica binaria dello scegliere fra una cosa e un’altra.
Sessualmente ci hanno spiegato, con i gender studies, dagli anni ’80 in poi, che andava bene tutto: gay, trans, no gender, lesbo, binario, non binario, e io ovviamente condivido, liberi tutti e tutti liberi. In compenso abbiamo degli strumenti di comunicazione, i social media, che sono strutturati per una semplificazione del pensiero. Il sondaggio di Instagram non solo è binario, ma addirittura ti lascia solo venti caratteri per scrivere tra cosa devi scegliere. Per cui non è che puoi mettere, che ne so, una frase di Rosa Luxemburg e una di Coco Chanel. Scrivi Rosa, scrivi Coco, fine. Trovo che questa semplificazione crei un ulteriore conflitto anche all’interno della manifestazione e della condivisione del dolore. È una semplificazione molto violenta e io l’ho voluta mettere in scena con Love Stories.

I media di oggi sono costruiti per celebrare il corpo e la gioia. Pensa che l’emoji più triste che abbiamo è il cuore spezzato

Io, nel progetto, ci ritrovo anche la messa in scena di un internet mainstream che, in tema di relazioni, amore e sesso, è molto più prevedibile e meno trasgressivo di com’era solo dieci anni fa; un po’ la fotografia del fatto che abbiamo paradossalmente appiattito e reso molto meno trasgressiva quella parte della nostra socialità.
Completamente. È un po’ come quando vent’anni fa Paolo Limiti diceva: «Non ci sono più le dive perché non c’è più il mistero»; oggi non c’è più il desiderio perché sono tutti su Grindr o su Tinder. Probabilmente, se uno si impegna, a Milano in sei mesi tira su un quadro demografico con nomi e cognomi e preferenze sessuali di tutta la popolazione gay della città. Però, come hai detto tu, a quel punto è come la guida del telefono.

Lavorare su Instagram, e quindi partire da una scatola che è veramente uguale per chiunque, non ti infastidisce?
È chiaro che mi infastidisce, tanto è vero che io a tutte le mie fotine ho messo la cornice dorata. Come a dire almeno fatemi mettere una cornicetta. Però tengo a specificare una cosa: noi non possiamo chiamare progetti artistici digitali il mero postare sul profilo del proprio museo le foto di una mostra. La sfida è prendere i mezzi digitali, con la loro semplificazione di pensiero, con la loro vera o presunta inclusività, e metterli in relazione con dei progetti che abbiano anche un aspetto sociologico.

L’alto e il basso, il pop e le nicchie, l’arte e il pop. Tutti costretti negli stessi quadratini di Instagram. A me sembra la rivincita di Vezzoli in qualche modo, no?
Non ho mai amato l’Instagram della Fondazione Prada così tanto come in questi giorni, ma non perché c’è il mio progetto. Bianca Berlinguer ha fatto un commento postando lei delle coppie binarie di film che le piacevano, ha fatto un Love Stories tutto suo. A un certo punto sullo stesso profilo c’erano la scuola dei bambini, sofisticatissima, il podcast di Cacciari, le mie pastrocchiate e in più, come se tutto questo caos non bastasse, il commento di Bianca Berlinguer, che diceva di apprezzare le mie scelte così tanto da postare le sue, e ha messo Barry Lyndon. Uno si può immaginare tutto meno che Bianca Berlinguer metta Barry Lyndon, per dire, una figata pazzesca. Non la chiamerei la rivincita di Vezzoli, però diciamo che sicuramente, ci piaccia o meno, c’è stata la più grande tragedia dalla Seconda Guerra Mondiale, e sui nuovi media digitali si è mescolata all’innominabile, all’indicibile, alla frivolezza, ai tanga della spiaggia di Ipanema.

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