La Lista Nera che ha cambiato la storia di Hollywood, degli Stati Uniti e del mondo. In peggio

Raccontata in una retrospettiva al Festival di Locarno appena conclusosi, la Lista Nera che quasi distrusse il cinema americano 80 anni fa spiega moltissimo del nostro presente. E, forse, del futuro che ci aspetta.

16 Agosto 2026

Parlare oggi di Lista Nera e maccartismo suona antiquato, in una Hollywood assediata da tutt’altri problemi, assai pressanti. L’ingresso dei capitali della Silicon Valley e dei fondi sovrani mediorientali, la trasformazione imposta dalle piattaforme, le pressioni per un impiego indiscriminato dell’intelligenza artificiale, un’industria sempre più fragile sul piano economico sembrano tematiche ben più attuali di quanto successo ottant’anni fa in un sistema degli studios oggi è profondamente mutato. Eppure molti dei protagonisti di quella stagione di paranoia continuano a proiettare la propria ombra sul presente proprio perché Hollywood non l’ha mai davvero elaborata.

Basta guardare a quanto poco quell’epoca sia entrata nell’immaginario popolare. Sul maccartismo esistono bibliografie sterminate e infiniti studi accademici sulla paura del comunismo negli Stati Uniti, sulle traversie dei Dieci di Hollywood, alle udienze della Commissione per le attività antiamericane e alla lunga stagione della Lista Nera. Rarissimi sono invece i film e le serie che hanno provato a raccontare quell’esperienza, oggi quasi assente dalla memoria collettiva. È una storia sorprendentemente poco conosciuta anche tra gli appassionati di cinema, proprio perché Hollywood non ha mai fatto davvero i conti con ciò che accadde tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Settanta.

Ieri come fosse oggi

Eppure è difficile immaginare un momento più adatto di questo per raccontare quegli anni, nel nostro presente attraversato da richiami continui a quell’epoca, caratterizzato da un clima crescente di paranoia politica, pressioni sempre più esplicite sul mondo culturale e la tendenza a giudicare artisti e intellettuali per la loro presunta collocazione ideologica ancor prima che per le loro opere. Oggi persino l’espressione di posizioni moderatamente progressiste viene ormai descritta sempre più spesso come estremismo. Senza conoscere la storia della Lista Nera, il rischio è quello di riconoscerne i meccanismi soltanto quando saranno già pienamente in essere.

Per questo la retrospettiva dedicata organizzata dal Festival di Locarno appena conclusosi e curata da Ehsan Khoshbakht arriva nel momento perfetto anche per l’approccio utilizzato. Prova infatti a raccontare la genealogia, le conseguenze e soprattutto la sorprendente attualità di quel periodo con oltre quaranta film selezionati, accompagnati dai cinegiornali dell’epoca e dalle registrazioni delle udienze, non limitandosi ai titoli direttamente coinvolti nella Lista Nera in senso cronologico e geografico.

Di quella stagione presso il grande pubblico oggi sopravvivono pochi frammenti: il martirio professionale di Dalton Trumbo, lo sceneggiatore Premio Oscar costretto a lavorare sotto falso nome, Charlie Chaplin che lascia gli Stati Uniti e le intercettazioni dell’FBI ordinate da J. Edgar Hoover, fino a Spartacus, con cui a fine caccia alle streghe Stanley Kubrick e Kirk Douglas trasformano la rivolta degli schiavi nell’antica Roma in un’evidente allegoria della Hollywood perseguitata dalla Lista Nera. Quel celebre «Io sono Spartaco» è rimasto nell’immaginario come un gesto di solidarietà eroica, ma molto meno ricordato è il sistema politico, giudiziario e mediatico che ispirò quella celebre scena.

Un senatore e una commissione

Per capire davvero il maccartismo infatti non basta guardare a cosa successe a partire dagli anni Cinquanta. Bisogna risalire almeno alla Grande Depressione del 1929, quando il crollo economico di Wall Street mise il capitalismo americano sotto uno scrutinio senza precedenti. Per molti intellettuali statunitensi il socialismo e il marxismo divennero, almeno in teoria, una possibile risposta per una nazione afflitta da povertà, disoccupazione e profonde disuguaglianze.

Nel marzo del 1933 nacque la Screen Writers Guild, l’antesignana dell’attuale Writers Guild of America, sindacato fondato in risposta ai drastici tagli salariali imposti dagli studios e alla quasi totale assenza di controllo creativo degli sceneggiatori sul proprio lavoro. A guidarla fu John Howard Lawson, destinato a diventare uno dei Dieci di Hollywood. Non è un dettaglio secondario: il cuore della futura “Hollywood di sinistra” nacque anzitutto come movimento sindacale da cui negli ultimi anni sono scaturite le uniche risposte contro la distribuzione indiscriminata e non regolamentata dell’intelligenza artificiale.

Chi erano davvero i presunti comunisti destinati a finire sulla Lista Nera? L’immaginario costruito durante il maccartismo li ha trasformati in una rete organizzata di rivoluzionari infiltrati nell’industria cinematografica, quando invece erano una realtà così disomogenea e caotica da non costituire nemmeno un vero e proprio gruppo.

Negli anni Trenta e Quaranta si affermò infatti un cinema più attento alle disuguaglianze sociali e alle contraddizioni del capitalismo americano: a realizzarlo era una galassia estremamente eterogenea d’intellettuali appartenenti in larga parte alla borghesia culturale, i cui rapporti col comunismo andavano dall’iscrizione al Partito statunitense all’aver firmato petizioni, frequentato circoli culturali o condiviso amicizie e relazioni sentimentali con persone politicamente più impegnate di loro. Basta una di queste “colpe” per finire sotto la lente dell’FBI.

Le accuse sono l’unica cosa che conta

La distanza abissale tra le accuse e la realtà emerge proprion osservando i film dell’epoca. Il cinema filo-comunista americano, per fare un esempio, raccontava un’Unione Sovietica immaginaria, così idealizzata e travisata da essere improponibile al pubblico del Blocco Est, dove questi film non arrivavano. Lontani da reale conoscenza della Russia staliniana, questi film raccontavano il desiderio dell’élite culturale americana di una società più giusta, senza però mettere davvero in discussione il sistema statunitense. Inoltre mancavano elementi centrali del cinema sovietico: l’anticlericalismo militante e la prospettiva rivoluzionaria. Quello di Hollywood era anche un progressismo attraversato da sensibilità molto diverse e senza una linea politica comune. Questa serie di mancanze è tra l’altro una descrizione calzante di buona parte della sinistra occidentale contemporanea.

Rivedendo i materiali dell’epoca colpisce quanto fossero elastiche le accuse di “antiamericanismo”. Oggi Christopher Nolan viene tacciato di essere diventato “woke”, nonostante il suo cinema incarni una forma di conservatorismo fondato sul senso del dovere, ammorbidito dall’esaltazione della solidarietà umana. Allo stesso modo, simboli della destra americana come Frank Capra finirono sospettati di simpatie filocomuniste semplicemente per aver partecipato occasionalmente a film che raccontavano le contraddizioni della società statunitense.

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi l’atteggiamento contraddittorio tenuto da Hollywood nei confronti dell’Unione Sovietica. Negli anni Trenta la Russia era rappresentata come un avversario, mentre gli Stati Uniti mantenevano una posizione fortemente isolazionista. Nonostante la cautela con cui Hollywood affrontò a lungo il fascismo sullo schermo, non nacque mai una Lista Nera paragonabile per i creativi sospettati di simpatie filonaziste.

Al contrario, l’antifascismo “precoce” poteva diventare a sua volta un elemento di sospetto. Negli anni successivi al Secondo conflitto mondiale l’etichetta di “premature anti-fascist” venne utilizzata dall’FBI per indicare persone il cui impegno contro il fascismo (soprattutto durante la guerra civile spagnola) era considerato un possibile indizio di simpatie comuniste. Con l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale e l’alleanza con l’Unione Sovietica, Hollywood fu poi costretta a un brusco dietrofront: Mosca passò temporaneamente a essere un prezioso alleato e nacque una breve stagione di film apertamente filorussi. Terminata la guerra però alcuni di quei titoli sarebbero stati utilizzati come prove dell’infiltrazione comunista negli studios.

La Lista Nera funzionò proprio grazie a questa indeterminatezza nello stabilire i confini di ciò che era un-american. A dispetto del nome, non fu per gran parte della sua storia una singola lista fisica, pubblica e consultabile, ma un sistema impalpabile di nomi, sospetti e informazioni condivise tra studios e reti televisive conniventi con gruppi anticomunisti e autorità governative. La sua forza derivava precisamente dall’impossibilità di sapere con certezza se ci si fosse finiti dentro: era un marchio d’infamia invisibile da cui non esistevano strumenti certi per affrancarsi.

I dieci di Hollywood

Il primo passaggio che portò alla condanna dei Dieci di Hollywood fu costituito infatti non da processi veri e propri, ma da udienze conoscitive della Commissione per le attività antiamericane della Camera, la HUAC. Una distinzione importante che permise di piegare la Costituzione al clima giustizialista dell’epoca: i dieci sceneggiatori e registi che si rifiutarono di collaborare all’udienza vennero infatti accusati di oltraggio al Congresso, condannati e infine incarcerati, mentre gli studios annunciarono che non li avrebbero più assunti, con una forzatura ai limiti dell’incostituzionalità.

Il meccanismo era costruito attorno a una domanda tanto semplice quanto micidiale: «Sei mai stato iscritto al Partito Comunista?», organizzazione statunitense che non era clandestina né illegale, tutelata dal Bill of Rights. Eppure ammettere di esserne o esserne stati membri significava esporsi a conseguenze professionali e sociali devastanti. Appellarsi ai propri diritti costituzionali per evitare di rispondere permetteva invece alla commissione di dipingere gli interrogati come testimoni ostili e di perseguirli per oltraggio al Congresso.

A rendere questo sistema ancora più efficace fu la sua dimensione spettacolare che lo circondò. Sin dal 1947 le udienze furono trasformate in un evento mediatico, ripreso dalle cineprese e raccontato ossessivamente dalla stampa: the persecution will be televised, altro che rivoluzione. L’accusato doveva quindi difendersi contemporaneamente davanti alla commissione e all’opinione pubblica, rischiando di diventare professionalmente radioattivo anche senza una condanna.

Nelle successive ondate di udienze, questo sistema produsse uno dei suoi effetti più distruttivi, inducendo a collaborare con le autorità per evitare la gogna mediatica. Collaborare significava condannare colleghi, amici, ex compagni di partito, ma anche nemici, amanti e conoscenti che finirono coinvolti per ripicca. Si generò una catena di accuse che trasformò la paura in uno strumento di controllo collettivo.

La Lista Nera funzionava indipendentemente che si dimostrasse la colpevolezza dell’imputato, avendo la capacità di rendere un individuo sufficientemente controverso, sospetto o tossico da fargli perdere il lavoro. Tra quanti testimoniarono, molti finirono nella Lista solo per aver risposto alle domande della Commissione, talvolta senza un’accusa formalizzata: bastava il sospetto per finire in Lista.

Prove generali

Fu insomma uno straordinario banco di prova per un tipo di attacco politico che avrebbe dimostrato di poter sopravvivere ben oltre il Maccartismo. Il suo interprete più celebre fu il senatore Joseph McCarthy. Pur non avendo avuto un ruolo diretto nelle udienze della HUAC finì per dare il proprio nome a quella caccia alle streghe. McCarthy costruì la sua carriera politica sulla capacità di formulare accuse enormi accompagnandole con prove fragilissime o inesistenti, a partire dal numero variabile di presunti comunisti infiltrati nell’amministrazione statunitense. La sua ascesa politica dimostrò quanto fosse difficile contrastare una menzogna una volta che questa fosse riuscita a occupare il centro del dibattito pubblico. Con il tono giusto, l’arroganza calibrata e un clima di paranoia, le successive smentite diventavano irrilevanti.

Alla fine di quella stagione non seguì mai un vero momento di resa dei conti: non ci fu un contro-processo capace di stabilire responsabilità politiche e industriali per un sistema coercitivo che aveva distrutto carriere, costretto artisti all’esilio e contribuito a spezzare vite. Hollywood tornò progressivamente ad assumere gli sceneggiatori banditi mentre il maccartismo perdeva credibilità. Molte delle persone che avevano partecipato a quella stagione però continuarono indisturbate la propria carriera e portarono con sé le tattiche che avevano imparato.

Prima di arrivare alla Casa Bianca, Richard Nixon era stato un membro attivo della HUAC e uno dei suoi accusatori più zelanti. Ronald Reagan collaborò con l’FBI fornendo informazioni su persone dell’ambiente cinematografico considerate sospette. E arriviamo all’attuale inquilino della Casa Bianca e ai suoi rapporti con Roy Cohn. All’epoca giovane avvocato, ferocemente anticomunista e consigliere di McCarthy, Cohn divenne poi il mentore di Donald Trump, insegnandogli un metodo politico fondato sull’attacco incessante, sul rifiuto dell’ammissione dei propri errori e sulla trasformazione di ogni accusa nei propri confronti in un’offensiva ai danni del prossimo. È la genealogia che The Apprentice di Ali Abbasi ha recentemente riportato al cinema raccontando il passaggio dal maccartismo al trumpismo.

Persino la Silicon Valley ha trovato in quella stagione una delle proprie figure tutelari: Ayn Rand infatti è un’autrice di culto per una parte dell’imprenditoria tecnologica americana. Rand fu un’anticomunista inflessibile e scrisse la Screen Guide for Americans, un manuale ideologico rivolto al cinema americano che imponeva di non denigrare il sistema della libera impresa e suggeriva di diffidare della «glorificazione indiscriminata dell’uomo comune».

La neutralità o l’indulgenza verso la destra radicale, contrapposta alla rappresentazione di qualsiasi istanza progressista come potenzialmente sovversiva, è uno schema politico rilevante allora quanto oggi. Le tattiche sono sempre le stesse: la costruzione di un nemico interno, l’utilizzo della pressione mediatica per ottenere conseguenze che la legge da sola non consentirebbe, la possibilità di distruggere la vita di un imputato senza dimostrarne la colpevolezza. La Lista Nera dimostrò quanto queste tattiche potessero essere efficaci.

Non è difficile notare come Hollywood sia di nuovo sottoposta a pressioni politiche, economiche e tecnologiche capaci di incidere direttamente su ciò che può produrre e raccontare. Non si tratta necessariamente di censura in senso lato. Basta la pressione per esercitata sulle troupe per imporre l’utilizzo dell’intelligenza artificiale o la scelta di non distribuire un film scomodo per Big Tech, come successo di recente ad Artificial di Luca Guadagnino. La vulnerabilità economica di un artista continua a venire inoltre utilizzata a ogni livello per disciplinarne il suo lavoro con relativa facilità.

La resistenza

La storia della Lista Nera è però anche quella dei modi con cui Hollywood riuscì a renderla meno efficace. Un elemento cruciale fu la solidarietà tra artisti. Molti degli autori banditi continuarono a lavorare perché colleghi e amici accettarono di fare da prestanome e li mantennero nei periodi di disoccupazione, mentendo per proteggerli. Accanto alla rete dei delatori se ne creò un’altra, fatta di persone disposte a mettere a rischio la propria posizione per garantire la sopravvivenza dei colleghi.

Un ruolo altrettanto importante lo ebbero i sindacati, soprattutto quando riuscirono a mettere in comunicazione le star con i lavoratori meno visibili dell’industria. Non furono soltanto strumenti di contrattazione, ma luoghi in cui dialogavano persone appartenenti a classi sociali molto diverse, ispirando quel cinema sociale tanto sospetto agli occhi degli anticomunisti, incentrato sull’uomo comune inviso ad Ayn Rand.

La resistenza alla Lista Nera fu tutt’altro che organizzata e lineare. La sinistra hollywoodiana dell’epoca infatti era divisa, litigiosa e spesso incline a meccanismi punitivi di purezza ideologica, finendo per isolare gli artisti considerati insufficientemente allineati. A ricompattarla contribuirono battaglie apparentemente laterali rispetto alla questione comunista, prima fra tutte quella contro il razzismo: una tematica che portò il cinema americano a raccontare discriminazioni fino ad allora rimaste ai margini.

Non ci fu quindi un momento preciso in cui Hollywood sconfisse la Lista Nera. Il sistema cominciò semplicemente a perdere efficacia quando abbastanza persone smisero di sottostare ai sui princìpi, e quando l’opinione pubblica cominciò a guardare con maggiore sospetto gli accusatori invece degli accusati.

È forse questa la parte della storia che oggi vale maggiormente la pena ricordare. Non solo Hollywood ma il sistema culturale nel suo complesso è stretto tra interessi politici e aziende trilionarie dotate di strumenti inimmaginabili negli anni Cinquanta.

La Lista Nera dimostra con che facilità si possa dare il via a una caccia alle streghe e quanto sia difficile uscirne, dato che bastano istituzioni che alimentano il sospetto, aziende conniventi che lo assecondano e mezzi d’informazione pronti ad amplificarlo. Senza dimenticare il ruolo del pubblico, disposto ad accettare che un’accusa ripetuta abbastanza volte diventi una prova.

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