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A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
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Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

Vita, morte e resurrezione dei forum online

I social li hanno quasi spazzati via ma sono ancora vivi e stanno tornando, insieme al nostro bisogno di ritrovare su internet luoghi ai quali appartenere.

30 Aprile 2023

Al contrario della maggior parte delle cose della mia infanzia, la prima volta che sono stato su internet la ricordo con il nitore delle svolte esistenziali, delle epifanie mistiche, delle rivelazioni sacre. Ricordo la frequenza delle vibrazioni che venivano dal case a torre del Pc. I pesci tropicali stampati sul tappetino del mouse. I cigolii della sedia girevole sulla quale ero seduto (una Kontor_503 della Ton, che il rilevante peso corporeo del proprietario aveva reso capace di piegamenti imprevedibili e lamenti semi-umani). Le tende verdi con le finiture dorate appese alla finestra per diminuire l’esposizione al sole pomeridiano dello studiolo di mio padre. Il telefono fisso modello Sirio, bianco-grigio, logo Sip inciso nell’angolo in alto a destra, vicino alla pulsantiera, che continuavo a interpellare come un oracolo alzando e abbassando la cornetta: all’epoca della connessione dial up, prima che internet diventasse il Dio infinito e illimitato che è oggi, la momentanea assenza di linea telefonica segnalava l’avvenuta connessione. La prima volta che sono stato su internet la impiegai, ovviamente, cercando informazioni sulla cosa che all’epoca era per me la più importante del mondo: avevo otto anni e quella cosa erano i Pokémon. Per ragioni che tuttora non mi spiego – quella era internet prima che la scienza dell’indicizzazione arrivasse a darle la forma che ha oggi – il primo risultato che la mia ricerca restituì fu un forum italiano. Un forum come le migliaia, i milioni che ne esistevano in quegli anni: design amatoriale, pessima organizzazione dei contenuti, frequentato da un minuscolo numero di utenti. Nei mesi successivi, quel forum divenne la destinazione unica di tutti i miei accessi a internet: conteneva tutte le informazioni che mi servivano sull’unico argomento che mi interessasse davvero. Negli anni a venire, questo ricordo d’infanzia ha fatto sì che i forum diventassero per me sinonimo di internet stessa: il luogo digitale per definizione, dove in qualsiasi momento potevo trovare tutte le informazioni e tutte le distrazioni di cui avevo bisogno. Con il passare del tempo mi sono costruito una mia galassia personale di forum di riferimento, uno per ognuna delle mie passioni: uno per ogni band metal, uno per ogni fumetto, uno per ogni franchise o universo pop culturale.

Sono passati venticinque anni e una decina di generazioni di Pokémon dalla mia prima volta online. In questo quarto di secolo, il forum è stato prima rivoluzione, poi egemonia e ora nostalgia, gioventù, maturità e vecchiaia di quell’organismo in perenne rinnovamento che è internet. L’arrivo dei social ha lasciato una spaccatura talmente larga e profonda tra quello che c’era prima e ciò che è venuto dopo – tanto nella storia di internet quanto in quella dell’umanità – che ricordare come erano le cose un tempo viene difficile a me che le ho vissute: chissà le difficoltà di chi non c’era e per capire deve fare ricorso allo sforzo d’immaginazione. Un internet – un mondo – prima dei social però è esistito: prima della tirannia dell’algoritmo, delle interazioni come moneta corrente, dei contenuti sponsorizzati. Era appunto l’internet dei forum, un’età della rete in cui l’unica cosa che faceva la differenza era il tempo inteso nelle sue declinazioni pratiche: il tempismo e l’anzianità. I forum, in fondo, si poggiavano tutti su questi pilastri. Parlare della cosa giusta era importante, certo, ma soprattutto era importante farlo al momento giusto (il tempismo). E poi, nei forum esisteva un’automatica e inevitabile gerarchia che li rendeva più simili a clan/tribù che alle moderne community: agli utenti di vecchia data, ai senatori, ai veterani era riconosciuta una rilevanza di cui nessuno li avrebbe mai potuti privare (l’anzianità). Era una rilevanza che si poteva quantificare numericamente ed esporre pubblicamente: il profilo di ogni utente veniva con un contatore dei post pubblicati da quello stesso utente, al superamento di determinate “soglie” di post – dieci, cento, mille – corrispondeva l’attribuzione di un titolo onorifico di importanza equivalente, titolo che una volta acquisito diventava irrevocabile, durava a vita, perché nessuno avrebbe mai potuto far scendere il conteggio dei post pubblicati da quell’utente: anche se un admin, o l’utente stesso, avessero deciso di cancellare alcuni, o tutti, suoi contributi alla discussione, il contatore avrebbe segnato sempre lo stesso numero e confermato sempre lo stesso titolo onorifico.

L’unica maniera per scalare la nomenklatura di un forum era, ancora un volta, il tempo: postare, postare, postare. Non esisteva quella forma di fama improvvisa, spesso inspiegabile, talvolta ingiustificabile che abbiamo chiamato viralità: il massimo successo e consenso al quale un utente di forum potesse aspirare era vedere, apposto da un admin/moderatore accanto al titolo di thread da lui, l’utente, aperto, l’emoji di una fiamma rossa, simbolo di hype quando ancora l’hype non esisteva. Il simbolo significava discussione calda, hot topic, che a sua volta significava che alla discussione stavano partecipando forse, nella migliore delle ipotesi, qualche decina di persone contemporaneamente. Ma non esisteva scappatoia quantitativa che permettesse di aggirare le pretese qualitative di quegli spazi: ancora una volta, parlare della cosa giusta era importante, ma soprattutto era importante farlo al momento e nel modo giusto. Il peggior incubo di ogni utente di forum era ritrovarsi un post o un thread marchiato con le lettere dell’alfabeto che nell’ambiente definivano l’imbarazzo: OT, che sta per off topic, che sta per chi parla di una cosa che non c’entra nulla con l’argomento della discussione (alcuni pionieri fecero poi dell’OT una forma d’arte a sé stante, oggi istituzionalizzata e conosciuta con il nome di shitposting); OLD, l’aggettivo che definiva quelli che su certe discussioni arrivavano quando l’interesse si era già spento. Postare male era peggio che non postare affatto: si rischiava così di ritrovarsi per sempre attaccata addosso l’etichetta di newbie, niubbo, nabbo, n00b, novellino dell’ambiente e della materia, impacciato e imbarazzante come solo chi non sa – o peggio, non capisce – può essere. Tra le cose più affascinanti dei forum c’era proprio il loro linguaggio, un codice ampio e preciso, fatto di simboli, acronimi, abbreviazioni, neologismi, risignificazioni, il cui apprendimento occupava grandissima parte della vita del novellino (soprattutto di quelli che speravano, un giorno, di diventare pr0, veterani, navigati). Sulla bellezza e importanza della lingua dei forum nel 2011 ha scritto la giornalista del New York Times Virginia Heffernan: il pezzo si intitolava “The Old internet Neighborhoods” e raccontava l’esperienza dell’autrice da utente di Trying to Conceive, forum in cui donne che avevano incontrato difficoltà a rimanere incinta raccontavano la loro esperienza nella speranza che questa potesse essere d’aiuto ad altre persone che vivevano la stessa situazione. Heffernan scriveva che il semplice fatto di aver dovuto imparare la lingua necessaria a esprimersi in quell’ambiente l’ha portata a una più precisa e approfondita conoscenza del suo corpo, del concepimento e della gravidanza.

Una cosa che colpisce del pezzo di Heffernan è il titolo: già nel 2011 i forum erano “i vecchi quartieri di internet”. Non a caso, il titolo Seo del pezzo è diverso: “The Decline of the Online Message Board”, mentre nell’url di quella pagina del New York Times si legge “remembrance of message boards past”. Due necrologi, in pratica. D’altronde, quelli sono gli anni in cui Facebook diventa uso e costume per milioni di persone in tutto il mondo, e si comincia a parlare di come i social media abbiano superato, perfezionandolo, espandendolo, il forum. In un momento di ottimismo che oggi sappiamo essere stato effimero e ingenuo, è sembrato che la discussione online fosse finalmente pronta a uscire dai confini imposti da thread e admin, usanze e figure appartenenti all’adolescenza ormai finita di internet, la fase della vita del web in cui ancora si rendevano necessari limiti e controlli. Quando l’Internet Movie Database decise di chiudere il suo immenso e utilissimo forum – una fonte di aneddoti e dettagli per cinefili come non ne è mai esistita un’altra – il rito funebre del forum sembrava compiuto: «Abbiamo appurato che i forum di Imdb non sono più un’esperienza utile per la stragrande maggioranza dei nostri 250 milioni di utenti giornalieri», si leggeva nel messaggio che annunciava la chiusura di quello che era di fatto il più grande forum del mondo. «The sad death of the Internet message board», scriveva Amelia Tait su New Stateman pochi giorni dopo, cercando di consolarsi e di convincersi a spostare le sue curiosità cinematografiche sui “nuovi forum”, Facebook, Twitter e soprattutto Reddit, nato nel 2015 e ribattezzato il forum dei forum nonostante la sua essenza algoritmica e non cronologica (il meccanismo degli upvote e downvote spinge alcuni thread verso la cima del feed e altri verso il fondo, ibridando così l’esperienza puramente temporale del forum con quella basata sul consenso tipica dei social).

Le ragioni per le quali il forum è stato dato per morto sono tante e quasi tutte giuste. Alla fine, tutto si riduce però a una forma di darwinismo digitale: i social sono l’evoluzione della specie, dotati di tutti quei tratti – immediatezza nell’utilizzo, immensità dell’utenza, infinita replicabilità dei contenuti – la cui mancanza ha portato i forum al declino. In fondo, era successa la stessa cosa nel passaggio dall’internet 1.0 a quella 2.0, quando la messaggistica istantanea dell’Irc (Internet Relay Chat) era stata soppiantata dalla maggiore ampiezza-completezza-raffinatezza dei forum. Ma declino e morte, diminuzione e sparizione sono cose diverse. I forum sono in declino, sono in diminuzione ma non sono morti, non sono spariti. Anzi. Spinti ai limiti dell’esperienza online, sono diventati il rifugio delle marginalità e il nascondiglio degli estremismi. In questi anni, più o meno dal 2016 in poi, i forum sono entrati nel dibattito pubblico e hanno influenzato la vita di tutti in modi che nessuno avrebbe mai previsto. La fama che si sono fatti non è certo delle migliori: è difficile, infatti, immaginare le apocalissi varie che abbiamo vissuto negli ultimi anni senza il movimento alt right emerso da 4chan e dal suo fratello persino più degenerato 8chan, senza il cyberbullismo organizzato di Kiwi Farms o le istigazioni al terrorismo incel partite da LoveShy. Gli unici che in tempi recenti si sono fatti una fama peggiore dei forum sono i social: i fallimenti dell’evoluzione della specie stanno portando a una frenata che negli anni a venire potrebbe diventare marcia indietro, un po’ fuga nostalgica, un po’ illusione reazionaria, un ritorno a un tempo in cui le comunità digitali sembravano più gestibili (o quantomeno, non altrettanto dannose). Il primo ad accorgersene è stato due anni fa Kris Holt, giornalista di Engadget, che in un pezzo in cui piangeva la morte del suo forum preferito – argomento: i Foo Fighters – si preoccupava della ormai evidente difficoltà che moltissime persone incontrano nel trovare su internet luoghi ai quali appartenere: «Dobbiamo ammettere che Twitter e Facebook, come luoghi di discussione, non possono nemmeno essere paragonati ai forum, in termini di accoglienza». Forse spaventati dall’estinzione possibile, i social hanno cominciato a implementare o investire in funzioni che per molti sono un amarcord: su Twitter si fanno sempre più thread, su Facebook l’unica cosa che abbia ancora un briciolo di rilevanza sono i gruppi, mini forum accessibili solo previa iscrizione accettazione.

Nel frattempo, nell’internet più in senso lato gli indizi di un possibile, forse probabile ritorno dei forum si accumulano: su Reddit sono sempre di più gli utenti che decidono di disattivare il feed basato su upvote-downvote, preferendo una disposizione dei contenuti basata sulla sola cronologia di pubblicazione; Quora, un incrocio tra un forum e Yahoo! Answers, è stabilmente tra i siti più visitati al mondo; stesso discorso per la message board di Ign; le parti più frequentate delle tantissime wiki presenti oggi online, enciclopedie monotematiche, sono i forum. Per curiosità, sono andato a verificare la concretezza di questo eventuale ritorno dei forum rifacendo, a venticinque anni di distanza, la stessa ricerca che fu la mia prima volta su internet. Purtroppo, il forum che il motore di ricerca mi mostrò quella volta non esiste più. Ma ho scoperto, con una certa sorpresa, che di forum dedicati ai Pokémon ne esistono moltissimi, nuovissimi e frequentatissimi.

Questo pezzo è tratta dal numero 54 di Rivista StudioPer acquistarne una copia, potete andare qui.

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