Attualità | Dal numero

Come vogliamo essere?

L’ossessione dei selfie e dei filtri, la body-modification, i filler preventivi, gli interventi estremi degli incel e quelli per risolvere la disforia di genere: che legame c’è tra le trasformazioni digitali e quelle chirurgiche.

di Clara Mazzoleni

Nell’estate del 2019 sui social esplode un’epidemia di vecchiaia. Nel giro di un paio di giorni tantissime persone, tra cui molti personaggi famosi, iniziano a pubblicare foto della loro faccia modificata grazie a Face-App, un’applicazione che trasforma i lineamenti, i capelli e la grana della pelle simulando una serie di effetti tra cui quello dell’invecchiamento. Il risultato è sorprendentemente sofisticato e realistico, tanto che il tono scanzonato con cui tutti commentano le facce rugose che invadono gli schermi dei pc e dei cellulari stride con i brividi che l’esperimento suscita nei più sensibili: dopotutto, immaginarsi – in questo caso addirittura vedersi – da vecchi, significa riflettere sul proprio decadimento fisico. Come sottolinea la youtuber Natalie Wynn, conosciuta come ContraPoints, trentenne transgender famosa per i suoi video-essay in cui, oltre a esibire travestimenti da drag queen e make-up elaboratissimi analizza in profondità una serie di fenomeni contemporanei, la bellezza, soprattutto femminile, è associata alla giovinezza in quanto simbolo di vita e di disprezzo della morte, coincide con un’idea di fortuna e porta con sé un immaginario legato alla fama e alla ricchezza. «La bellezza è potere, la bellezza è politica», afferma Wynn.

Il suo video più famoso è quello in cui parla degli incel (la community degli uomini “involontariamente celibi” nata sui forum online, oggi conosciuti per via delle stragi commesse da alcuni ragazzi che si riconoscevano nella definizione. Gli incel odiano le donne perché non riescono a conquistarle e spesso ricorrono alla violenza per vendicarsi dei torti subiti durante l’adolescenza, secondo loro, soprattutto a causa di un aspetto fisico sgradevole) e del loro morboso rapporto con la chirurgia estetica (un argomento successivamente esplorato dalla giornalista Alice Hines per la cover story del numero di maggio-giugno del New York Magazine). Il video è diventato virale grazie al mix di empatia e humor nero con cui Wynn parla delle ossessioni degli incel e dei loro disperati tentativi di ottenere, attraverso una serie di interventi estremi che spesso coinvolgono l’ossatura della mascella e la forma del cranio, un spetto più virile che dovrebbe stravolgere completamente la loro vita, ovviamente in meglio (come racconta Hines nel suo articolo, in alcuni casi è migliorata, in altri no). In un altro video dal titolo “Beauty”, Wynn parla dei numerosi interventi a cui lei stessa si è sottoposta per ottenere l’effetto opposto e cioè la femminilizzazione del viso (rasatura dell’osso sopraccigliare, ricostruzione della fronte, riduzione del mento e della mascella, rinoplastica, eliminazione del pomo d’adamo e molti altri) con lo scopo di risolvere la disforia di genere (il malessere causa- to, nel suo caso, dall’essere nata in un corpo maschile ma avere un’identità femminile) e diventare più bella: «La verità è che non mi basta diventare una donna: voglio essere una donna bellissima».

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Partendo dalla sua esperienza personale, Wynn compone un’arguta disamina dell’ideale di bellezza contemporaneo, arrivando a chiedersi quanto è sottile la differenza tra la disforia di genere e tutti gli altri tipi di disforia che spingono le persone a sottoporsi a un intervento. Il termine body modification indica tutte quelle pratiche volte ad alterare deliberatamente il corpo umano senza una ragione medica, ma per fattori di natura estetica, culturale, sessuale, religiosa, artistica. Un esempio: dal 1986 al 1993, Orlan, una delle più estreme esponenti della Body Art, si sottopose a una serie di operazioni chirurgiche, tra cui l’aggiunta di una serie di protesi facciali (un paio di corna, anche) documentando tutto attraverso i video e conservando i resti organici prodotti dalle operazioni. Oggi la body modification ha intrapreso due strade diverse. Da una parte ha mantenuto la direzione originale, quella della chirurgia plastica, che va dai casi estremi ai più comuni (l’intervento più diffuso è la mastoplastica additiva), dall’altra ha deviato verso percorsi meno definitivi, per trasformarsi in travestimento, finzione, make-up, realtà virtuale. Prima di tutto nel campo della moda: l’idea di alterazione del corpo, di sovversione o di restaurazione della simmetria della bellezza classica, è qualcosa su cui oggi si costruiscono i vestiti e l’idea delle persone che li indossano. Su Instagram sono moltissimi i make-up artist che utilizzano trucco e protesi per trasformarsi in modo impressionante (ad esempio la diciottenne @salvjiia, assoldata da Rick Owens per la sfilata della collezione Autunno Inverno 2019). Quest’anno c’è stato poi il tema dell’annuale mostra di moda al Met di New York, il camp, che tra i suoi punti fermi ha l’abuso del travestimento e dell’artificio in direzione dell’eccentricità.

Da questo punto di vista l’epidemia del filtro vecchiaia – e dei filtri in genere – potrebbe essere interpretata come il precipitato popolare del trend della body modification nella moda, e si colloca in un momento di entusiasmo collettivo per i filtri forniti dalle app («A Whole New Way to See Yourself(ie)», così Snapchat li introdusse nel 2015, ma il loro utilizzo è diventato capillare da quando Instagram, nei primi mesi del 2019, ha dato la possibilità a qualsiasi utente in grado di farlo di crearne di nuovi). I filtri stanno diventando una forma d’arte: se ne trovano di bellissimi, maschere che trasformano la pelle in un ipnotico schermo opalescente o la inondano di strani fluidi luminosi che scorrono e si modificano a seconda dell’inclinazione del volto o che innestano sul viso complesse strutture da cyborg, lo ricoprono di tatuaggi ispirati a quelli dei trapper, o giocano con un’estetica horror alla Billie Eilish, e quindi sangue che cola dal naso, bulbi oculari che diventano completamente neri o bianchi.

Il mondo dei filtri è follemente vasto e in un certo senso parallelo a quello della chirurgia e della medicina estetica del viso: si va dai più artificiali che simulano un impazzimento a base di botox (trasformando la faccia in un incubo di labbra e zigomi), ai più semplici, che si limitano a fornire una passata di rossetto. Una volta sperimentati gli effetti di questi filtri sulla pelle e sui lineamenti, tornare a guardarsi “allo specchio”, cioè allo schermo del cellulare, non è facile, e in molti casi – soprattutto quelli in cui il soggetto avrebbe bisogno di qualche ritocco anche nella realtà – il risultato di una fotografia scattata senza filtri si dimostrerà deludente. La sovraesposizione della propria immagine porta a una ipercriticità nei confronti della propria estetica e di quella degli altri. Una soluzione è offerta dalle app di fotoritocco: la più usata è sicuramente Facetune, un’applicazione con cui è possibile modificare e ritoccare la propria faccia in qualsiasi modo ottenendo risultati perfettamente credibili, ad esempio sbiancare i denti, rimuovere le imperfezioni, levigare la pelle, truccarsi, modificare le proprie espressioni facciali, la forma dell’ossatura e del naso, la grandezza e la distanza degli occhi (e il loro colore), il volume delle labbra. È anche possibile “femminilizzarsi” o rendere il proprio aspetto più “maschile” senza che nessuna di queste correzioni appaia evidente (tranne a chi conosce il tuo aspetto reale).

Le star che popolano i nostri schermi, da Bella Hadid, 22 anni, a Lana Del Rey, 34 anni, sono pubblicità viventi di un’ideale di bellezza artificiale, elegante e sofisticato

All’inizio del 2019 il Guardian aveva pubblicato un articolo sul modo in cui la “selfie dysmorphia”, l’alterazione della percezione del proprio aspetto fisico causata dalle foto che ci facciamo col cellulare, è collegata all’aumento della richiesta di filler correttivi e soprattutto preventivi (le bellissime vogliono essere sicure di mantenersi tali) da parte di ragazze sempre più giovani. Sono i più insicuri a sviluppare il bisogno di un confronto costante con la propria immagine, e il cellulare complica un disturbo che esiste da sempre, il dismorfismo corporeo (ad esempio, nel caso nell’anoressia, percepire il proprio corpo come grasso anche quando è gravemente sottopeso). Tutte le telecamere del telefono, tra l’altro, modificano leggermente la forma del viso, offrendo un’immagine diversa da quella reale (a seconda della distanza dalla quale viene scattata la foto ma anche dal modello del cellulare). «Cosa stiamo cercando di correggere, allora», scrive Elle Hunt sul Guardian, «le immagini o la realtà?». Nella serie Plastic Planet di Vice, dedicata agli ultimi trend della chirurgia estetica (dall’ossessione per un culo ingombrante alla Kim Kardashian, all’aumento delle richieste di labioplastica, l’intervento volto a correggere l’ipertrofia delle piccole labbra e ottenere una “vulva perfetta”), c’è un video che si chiama: “Ho fatto un intervento per assomigliare ai miei selfie su Snapchat e Facetune”. Entrambi i chirurghi interpellati dal Guardian e da Vice notano che i loro clienti non si limitano più a indicare come esempio i dettagli fisici di personaggi famosi, ma mostrano direttamente i loro selfie ottimizzati dicendo: «Voglio essere così». Una delle protagoniste del video di Vice, Marla, si è fatta aggiustare il naso con i filler ispirandosi alla sua versione corretta su Facetune.

Bella Hadid al CFDA Fashion Awards del 3 giugno 2019 a New York (foto di Dimitrios Kambouris/Getty Images)

A differenza delle migliaia di euro necessarie per la rinoplastica, la procedura con i filler costa qualche centinaio di euro e dà risultati che possono durare  fino a un anno. Marla racconta di aver fatto le punture in pausa pranzo: «Sono tornata al lavoro sentendomi molto più lucida e fiduciosa, come se riuscissi a scrivere meglio anche le e-mail». I piccoli interventi volti a ottimizzare il viso tendono a diventare sempre più economici: come mi spiegano la dott.ssa Alessia Buscarini e il dr. Andrea Spano di The Clinic, centro di specialisti in chirurgia plastica, medicina estetica e laser terapia vicino a Palazzo Reale a Milano, «la richiesta degli interventi di chirurgia estetica è in costante aumento, ma sta cambiando il rapporto tra chirurgia estetica e medicina estetica, sempre più in favore di quest’ultima. Sono in calo tutti gli interventi di body shaping e body contouring. Questo perché lo sviluppo di nuove tecnologie permette di ottenere ottimi risultati senza ricorrere al bisturi».

Ritoccare il proprio volto con filler e Botox presto diventerà una pratica comune come il parrucchiere o l’estetista

Le star che popolano i nostri schermi, da Bella Hadid, 22 anni, a Lana Del Rey, 34 anni, sono pubblicità viventi di un’ideale di bellezza artificiale, elegante e sofisticato. L’idea di un viso rifatto e ritoccato si allontana sempre di più dagli eccessi e dalle mostruosità a cui queste pratiche venivano collegate in passato (seni abnormi, labbra a canotto, nasi alla Michael Jackson) per avvicinarsi allo stile delle star (e delle influencer) più ammirate: la prossima fase di questo processo è la strada della normalizzazione. Ritoccare il proprio volto con  filler e Botox presto diventerà una pratica comune, non elitaria, come il parrucchiere o l’estetista. Dopo aver parlato con me di tutte le cose che ho scritto fino a qui, il dr. Sergio Noviello, chirurgo estetico, specialista in microchirurgia e chirurgia sperimentale e direttore della clinica Milano Estetica, in zona Monte Napoleone a Milano, disegna sulla mia faccia i famosi trattini bianchi e mi spiega in cosa consiste il suo protocollo Logical Beauty Harmony System, un rivoluzionario impiego dei filler e della tossina botulinica che assicura risultati naturali e costanti (nel senso che tengono conto anche e soprattutto delle modificazioni che il tempo porterà naturalmente al volto). In pratica, mi dice, invece di modificare la mia faccia attraverso una serie di impegnativi e costosi interventi chirurgici, oggi ho la possibilità di migliorarla attraverso una serie di iniezioni che invece di stravolgermi i connotati si limitano ad appianare i difetti: correggere gli effetti del tempo e di uno stile di vita dissoluto intervenendo in punti strategici e correggendo i volumi in profondità. Un rimodellamento che ha un costo decisamente più contenuto e non richiede alcun tempo di recupero post-intervento (bisogna ripeterlo una o due volte all’anno).

Il sistema proposto dal dr. Noviello è interessante perché non punta all’omologazione dei volti in base a un’ideale di bellezza dettato dalle tendenze del momento (che è il motivo per cui, ad esempio, i nasi e i botox realizzati un decennio fa si riconoscono subito e, paradossalmente, conferiscono a chi li ospita un aspetto obsoleto) ma ricerca l’armonia in ogni singolo viso. Al tempo stesso, è molto in linea con lo spirito del tempo: può sembrare controintuitivo, ma in fondo aderisce ai concetti del movimento di body positivity esploso negli ultimi anni, sui social come nella moda, che promuove il valore della diversità e l’idea che la bellezza può assumere infinite forme che includono tutte le etnie e le conformazioni  siche. Qualunque sia la mia situazione di partenza, non sono più invitata a inseguire un ideale di bellezza unanimemente riconosciuto come tale, ma a perseguire “la versione migliore di me stessa”. Posso essere come mi pare, insomma, purché il risultato sia piacevole da guardare. «Il motto delle mie amiche», mi confida una bella donna con cui parlo in sala d’aspetto dopo la visita, «è “impara ad accettarti”. Ma io dico: perché devo fare lo sforzo quotidiano di accettare i miei difetti quando posso prendermene cura?».

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