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16:44 martedì 21 luglio 2026
Jennifer’s Body è diventato un film cult per la Gen Z ed è per questo che si è deciso di farne un sequel, con le stesse protagoniste dell’originale Le riprese del nuovo capitolo del film del 2009, con Megan Fox e Amanda Seyfried che ritornano ai ruoli di Jennifer e Needy, inizieranno a ottobre.
A Londra ci sarà la prima maratona corsa dentro un negozio Ikea Consiste nel fare 17 giri da un kilometro e mezzo. I posti disponibili sono 80 e non è ammesso il pubblico.
Sarà una coincidenza, ma negli USA durante i Mondiali si è registrato un grandissimo aumento delle richieste di giorni di malattia Il giorno dopo il Knockout Tuesday, la sconfitta negli ottavi di finale contro il Belgio, negli uffici c'era il 26 per cento di presenti in meno.
In Giappone hanno inventato i frigoriferi per tenere al fresco gli esseri umani durante le ondate di calore Costano 9 mila euro, all'interno c'è una sedia, la temperatura è a 15 gradi Celsius, quando ti siedi l'aria fresca viene soffiata verso testa, collo, spalle e schiena.
Il trend social del momento si chiama As Nolan Intended, cioè persone che guardano Odissea su dispositivi assurdi per prendere in giro Nolan e la sua fissazione con l’IMAX Sullo schermo di una lavatrice, su un Apple watch, su un Tamagotchi, sulla macchinetta obliteratrice del bus. Tutto pur di indispettire Nolan.
Dopo la cancellazione del concerto di Bad Bunny a causa della grandine, parecchie persone si sono convinte che fare concerti a Milano porti sfortuna È successo a lui, a Rosalia, a Bruce Springsteen, ad A$AP Rocky, ai Flaming Lips... Forse è il caso di iniziare a preoccuparsi?
A Bologna c’è un archivio che conserva tutti gli atti giudiziari, gli articoli di giornale, i materiali audiovisivi per ricordare cosa è successo davvero al G8 di Genova Si trova nello spazio autogestito Vag61 e conta gli atti dei processi processi sul G8 del 2001, una rassegna stampa di 6.275 articoli e moltissime ore di materiale audiovisivo.
Sta per arrivare You Never Did Anything Wrong, Part II (2026), il nuovo film di Nan Goldin Lo presenterà a novembre a Londra, alla Hayward Gallery del Southbank Centre, la sua prima grande mostra inglese in 24 anni.

Perché ci serve un’università della moda

Due giorni per parlare di sistema moda, atenei pubblici e filiera del tessile in Italia: cronache da Fashion at Iuav a Venezia.

04 Luglio 2016

Il fatto che la moda non sia una disciplina autonoma e riconosciuta dal sistema scolastico italiano è un punto che più volte si è toccato durante la due giorni di “Fashion at Iuav” a Venezia, la rassegna di incontri ed eventi che annualmente accompagna lo show di fine anno della laurea triennale e specialistica in Design della moda. Il corso di laurea diretto da Maria Luisa Frisa, il cui curriculum è compreso sotto il cappello della laurea triennale in Design industriale, ha compiuto nel 2015 il giro di boa dei primi dieci anni ed è, a oggi, l’unico in Italia in cui si può studiare moda in un’università pubblica. Tutte le altre scuole di formazione, dallo Ied all’Istituto Marangoni a Milano, passando per il Polimoda di Firenze e l’Accademia di costume e moda di Roma, sono private e prevedono un costo medio per studente tutt’altro che indifferente.

Un altro argomento ricorrente durante i talk programmati nella giornata di giovedì 30 giugno, pensati come un momento di riflessione comune dove si incontrano giornalisti, istituzioni e imprenditori, è stata la classifica stilata da Business of Fashion delle ventuno scuole di moda migliori al mondo, dove ne figurano solo due italiane: il Polimoda, che si aggiudica la sesta posizione, e l’Istituto Marangoni, diciottesimo. Inversa la situazione nel ranking di Fashionista, dove su venticinque scuole l’Istituto Marangoni guadagna il quarto posto, mentre il Polimoda il diciannovesimo. Le classifiche hanno criteri simili ma non uguali: entrambe vedono la Central Saint Martins di Londra saldamente al primo posto, ed entrambe contano un gran numero di istituti inglesi – dal London Fashion College alla Kingston University fino al Royal College of Art – a dimostrazione di come il sistema moda britannico abbia puntato moltissimo sulla formazione e la circolazione di studenti provenienti dall’estero (e, a questo proposito, viene da chiedersi se qualcosa cambierà dopo la Brexit).

IUAV Ph by Commesso Fotografo 3

Non è un caso allora che il convegno Iuav di quest’anno fosse titolato “L’Italia è di moda. Cambiare le regole del gioco”, in un rinnovato invito a delineare delle strategie condivise nel sistema della moda italiana, così unico eppure mai abbastanza valorizzato. Le scuole sono il punto di partenza ideale nella ridefinizione di un settore che attraversa una fase di incertezza i cui segnali sono ormai manifesti, come dimostrano la difficoltà di molti marchi a rimanere competitivi e le diverse, spesso contraddittorie, soluzioni adottate nel tentativo di emergere sul mercato, dalle sfilate uniche delle collezioni uomo e donna alla disponibilità immediata dei prodotti, passando per la scelta dei direttori creativi.

Crucciarsi per la scarsa presenza delle nostre scuole nelle classifiche internazionali, però, non è il solito sport della lamentatio all’italiana nelle cose estere: è una preoccupazione legittima, soprattutto quando si pensa che l’Italia è l’unico Paese che è produttore di moda a tutti gli effetti e mantiene intatta sul suo territorio l’intera filiera del tessile, quando altrove si è perlopiù quasi estinta. E se la maggior parte delle collezioni dei grandi brand internazionali si producono in Toscana e in Veneto a fronte dell’ineguagliabile valore artigianale delle nostre confezioni (come si chiamavano una volta) è ancora più assurdo pensare che quella stessa tradizione manifatturiera non venga associata alla sua controparte ideale e necessaria, quella creativa, per formare i futuri professionisti del settore. Riconoscere la moda come disciplina universitaria autonoma, allora, sarebbe il primo, concreto passo in avanti verso la costruzione di un sistema fluido che parte proprio dalla formazione scolastica, si interseca con le aziende produttrici, viene raccontata e promossa da un’editoria intelligente e arriva così alla tanto agognata rilevanza internazionale.

IUAV Ph by Commesso Fotografo 2

E se sul Guardian Priya Elan sottolinea le preoccupazioni del British Fashion Council sui costi proibitivi che studiare moda comporta, il piccolo e funzionale modello dello Iuav di Venezia si configura come un esempio virtuoso, molto italiano e allo stesso tempo cosmopolita e multiculturale, cui altre università potrebbero guardare. Intanto perché è diventato di fatto l’unico luogo dove queste riflessioni possono essere fatte, grazie al fermento culturale che Maria Luisa Frisa e i suoi collaboratori hanno saputo costruire intorno al progetto, e poi perché sia negli anni di Treviso che in quelli veneziani ha saputo instaurare un dialogo con gli spazi e le istituzioni delle città ospitanti, creando un microcosmo all’interno del quale gli studenti si occupano di tutto, dall’organizzazione degli eventi al casting della propria collezione finale.

Così sulla passerella, che ha un enorme nave Costa Crociere a bloccare l’orizzonte, hanno sfilato ragazzi in mutande leopardate, colletti importanti, ensemble da tecno raver spaziali oppure nascosti in complicati piumini oversize. I ventuno laureandi della triennale sono stati affidati alla supervisione artistica di Veronika Allmayer-Becker e Arthur Arbesser, mentre quelli della specialistica sono stati seguiti da Paulo Melim Andersson, Fabio Quaranta, Cristina Zamagni e Michel Bergamo, i creativi dietro Boboutic. Com’è naturale che sia, i modelli di riferimento sono quelli correnti e gli esercizi di moda donna e uomo visti durante lo show di venerdì primo luglio oscillano fra il passatismo vintage di vaga ispirazione Gucci e la decostruzione spavalda di Demna Gvasalia, senza dimenticare Raf Simons e Comme des Garçons. C’è poco glamour, molta rabbia, tanto outerwear e altrettanti orli sfilacciati fra gli studenti della triennale, mentre quelli più grandi dimostrano di aver compreso e metabolizzato cosa significa lavorare sul concetto di collezione e riescono in alcuni casi a esprimere una visione molto personale, come dimostra il finale della sfilata, quando ogni laureando ripercorre la passerella a capo dei propri modelli e ci si accorge che molti sono un tutt’uno con gli abiti che disegnano. Alcuni dimostrano di poter diventare dei bravi stylist, altri hanno la vocazione del sarto, a tutti servirà il primo, vero confronto con il mondo del lavoro per capire qual è il loro posto all’interno del sistema: non resta che augurargli buona fortuna.

Immagini: In testata, performance dei ragazzi del primo e secondo anno della laurea triennale. Nel testo, backstage della sfilata finale della triennale e specialistica (Margherita Luison, Francesco De Luca e Laura Bolzan)
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