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Tutto il potere del K-pop

Il fandom è recentemente finito al centro delle cronache politiche: ecco come il pop coreano ha conquistato il mondo occidentale.

23 Giugno 2020

No, i “ragazzini” di TikTok e i fan del K-pop non hanno affossato il comizio di Trump a Tulsa. Sì, hanno affollato in massa le prenotazioni online che servivano agli organizzatori per avere un’idea di quante persone si sarebbero poi presentate, ma il rally rimane un evento con libero accesso e molti analisti sono oggi concordi nel ritenere che a giocare un ruolo fondamentale nello spettacolare fallimento sia stata piuttosto la paura del contagio. Certo, il fatto che uno dei manager della campagna avesse twittato che un milione di “biglietti” erano stati prenotati potrebbe aver scoraggiato molti supporter ad andarci (e questo ai giovani agitatori digitali nessuno può negarlo), ma è molto più probabile che sia stata la disastrosa gestione del virus da parte dell’amministrazione Trump a minare la fiducia della sua base. Staremo a vedere se e come questo malcontento si evolverà nei prossimi mesi, intanto una nuova forza virtuale è entrata nell’arena politica globale, o almeno è stata notata da chi in questi anni non si era accorto di quanto fosse numerosa, sveglia e soprattutto digitalmente avanzata. Naturalmente, parliamo dei fan del K-pop, che sarebbe un certo tipo (non l’unico) di musica pop prodotta in Corea del Sud.

Lo scorso 8 giugno hanno colonizzato la campagna lanciata dai sostenitori di Trump per fare gli auguri al presidente, qualche giorno prima avevano avevano mandato in crush con le loro “fancam” l’app della polizia di Dallas, che chiedeva ai cittadini di segnalare le persone sospette che erano in strada a protestare dopo la morte di George Floyd, prima ancora avevano asfaltato l’hashtag #WhiteLivesMatter spammando video e gif delle loro popstar preferite, di fatto facendo implodere il tentativo dei suprematisti bianchi di boicottare #BlackLivesMatter. E, più nello specifico, il fandom dei BTS, uno dei gruppi attualmente più amati e di maggior successo, ha anche raccolto un milione di dollari in donazioni per Black Lives Matter, eguagliando così la cifra che la stessa band ha donato al movimento.

Su Twitter Jordan Peele ha dichiarato il suo amore per il fandom mentre Alexandria Ocasio-Cortez, che al contrario di quelli di Fox News ha capito che il K-pop è un genere (o meglio «un insieme di contenuti» come l’ha definito Suga dei BTS, che spazia dalla musica al make-up, dalla moda ai video) e non una singola band, ha scritto «Alleati fan del K-pop, abbiamo notato e apprezziamo il vostro contributo nella lotta per la giustizia». Nel 2018, dopo che in Bangladesh era scoppiata una protesta a seguito della morte violenta di due studenti, i fan del Paese avevano iniziato a condividere le notizie con l’hashtag #WeWantJustice, amplificati dai “compagni” di tutto il mondo, mentre nel 2019 il governo cileno ha accusato chi amava il K-pop di aver preso parte alle proteste anti-governative. Ma perché le ragazze e i ragazzi che ascoltano i BTS, le Blackpink, gli Exo, i Monsta X e i molti altri artisti che negli ultimi anni hanno distrutto i record mondiali di streaming ben al di fuori dai confini dell’Asia, affermandosi a tutti gli effetti come un fenomeno globale, dovrebbero interessarsi della politica americana o di cose politiche in generale?

Eppure il K-pop non sembra affatto politico nelle sue intenzioni (anche se lo è, a suo modo), se non per il fatto di essere spesso descritto – soprattutto dai media occidentali – come una macchina da propaganda costruita a suon di investimenti statali, parte della celebre “Hallyu” o “Korean Wave”, termine che, a cominciare dalla fine degli anni Novanta, si usa per indicare l’incremento del soft power della Corea del Sud, dapprima spontaneo quindi saggiamente incoraggiato da politiche di sovvenzionamento di prodotti artistici e culturali (non c’è solo la musica ma anche il cinema e le serie tv, basta pensare ai K-drama come Crash Landing on You che spopolano su Netflix). Non è un caso che Parasite sia il primo film non in lingua inglese ad aver vinto il premio come Miglior film (e non Miglior film straniero) agli Oscar o che la skincare dagli 8 step sia oggi tra le più amate: la cultura coreana ha conquistato il mondo.

Per lungo tempo la copertura mediatica del K-pop, almeno dalle nostre parti, è oscillata tra lo spaesamento per un successo considerato inspiegabile e una certa sprezzatura nel giudicarlo la versione asiatica e in salsa pop dell’hip hop afroamericano, da cui prende a larghissime mani ma che rielabora, il frutto robotico delle agenzie di scouting senza scrupoli che crescono gli idol, come si chiamano i componenti delle band, sottoponendoli a regimi impossibili di diete, interminabili sessioni di ballo e canto, operazioni di chirurgia estetica e clausura forzata. Se questi aspetti sono innegabili, e vengono fuori ogni volta che un idol muore, è legittimo affermare che si tratta dei lati negativi dell’industria dell’intrattenimento più in generale, pur con tutte le sue connotazioni locali.

Di fatto, potremmo definire il K-pop il primo fenomeno di massa dell’era evoluta dei social media. Ha raccolto il testimone dei recenti fandom di Justin Bieber e degli One Direction, ormai quasi trentenni e tutti impegnati nella seconda fase delle loro carriere, e consolidato quello che i Millennial fan di Beyoncé o dei gruppi indie degli anni Duemila avevano costruito sui forum dedicati o su Reddit. Ne è nata una forza globale che trova la sua ragion d’essere nella condivisione social e che ha spostato l’asse della rilevanza culturale ancora di più a oriente. Non importa che il genere di per sé, in patria, sia percepito come piuttosto intimista, perché sia in Corea del Sud che nel resto del mondo finisce per piacere principalmente alle ragazze, alle persone queer e a quelle che appartengono alle minoranze etniche, come ha spiegato Yim Hyun-su su The Korea Herald. I fan del K-pop sono progressisti, provengono da background differenti e sono bravissimi a organizzarsi sui social, soprattutto quando in ballo ci sono temi su cui la Generazione Z, la stessa che con Greta Thunberg si è riappropriata dell’ambientalismo in una maniera molto diversa da quella dei suoi predecessori, dimostra di essere particolarmente sensibile. E tra quei temi ci sono il razzismo e i diritti della comunità Lgbtq+.

Tanto gli artisti sono cauti – l’unico idol pubblicamente gay, per ora, è Holland, eppure il modello di mascolinità dei cantanti, truccati e curatissimi, sta a suo modo ridisegnando cosa significa essere una popstar oggi – tanto i loro fan sono invece determinati a farsi sentire. In mezzo c’è anche quella trasformazione del fandom in “army” di cui ha parlato Pietro Minto su Rivista Studio e lo sforamento nella cultura “stan” (crasi tra fan e stalker) di cui si è molto parlato negli ultimi anni. Al netto di tutti i risvolti negativi, legati all’ossessione per la vita delle celebrity che ha trovato nuovi e potenti mezzi per esprimersi – a volte brutali, come nel caso del cyberbullismo che a molti artisti, soprattutto donne, è costata la vita – i fan del K-pop stanno settando un nuovo modello di attivismo digitale che è interessantissimo da osservare, e che faremmo bene a prendere sul serio. Un giorno voteranno anche loro.

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