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Elon Musk, un miliardario come tanti

Tolti tweet compulsivi, velleità marziane e stupidità assortite, dell'uomo più controverso di quest'epoca resta una biografia uguale (e ugualmente noiosa) a quella di tutti i grandi capitalisti della storia.

21 Settembre 2023

Chissà chi è davvero Elon Musk? Uno degli uomini più ricchi del mondo, l’imprenditore che vuole salvare la nostra civiltà traslocandola su Marte, e nel frattempo cerca di convincerci a comprare una Tesla, un twittatore impulsivo, un costruttore di robot antropomorfi, il fondatore di un’azienda che ha installato dei microchip nel cervello di una scimmia e l’ha fatta giocare a Pong con la telepatia. Un personaggio suggestivo, da fumetti, che telefona al ministro della cultura italiano per chiedergli il permesso di organizzare una scazzottata con un miliardario rivale al Colosseo. Una combinazione dei caratteri di Paperon de’ Paperoni, Archimede, Rockerduck e Gastone shakerati nel corpo di un omone alto quasi 1 e 90 che dorme tre ore per notte e ha una passione per la Guida galattica per autostoppisti, le bevande energetiche, le teorie complottiste e le barzellette sulle scoregge.

Per chi fosse interessato a farsi un’idea più precisa su questa metafora ambulante della contemporaneità, su questo contenitore di moltitudini alimentato a cheeseburger, ci sono da pochi giorni in libreria ottocento agili paginette dedicate alla storia della sua vita: Elon Musk, di Walter Isaacson (edito in Italia da Mondadori), già presidente della CNN, caporedattore di Time e biografo di Steve Jobs, Einstein e Leonardo da Vinci. Isaacson ha seguito negli ultimi due anni Elon Musk con ampissima autonomia, intervistando decine di amici, parenti, colleghi e ex collaboratori. Per gli amanti del gossip e dei retroscena, rivolgersi altrove: il libro è un’apologia della carriera lavorativa di Elon Musk, con scarsissima attenzione ai dettagli controversi, liquidati in uno o due paragrafi, e molta voglia di magnificare le virtù del lavoro sodo e del rimboccarsi le maniche.

Senza dubbio, dal libro si evince che Musk ha un modo di porsi nei confronti dei dipendenti delle sue aziende da vero cafone. La sua filosofia si può riassumere nel motto vanziniano “lavoro-guadagno-pago-pretendo”, completamente spogliato dall’ironia anni ottanta. È iper-presente e nemico giurato dello smart working. C’è uno schema ricorrente: Elon Musk gironzola negli uffici e nelle fabbriche di Tesla, di SpaceX e dell’azienda una volta nota come Twitter, spostandosi nelle sedi dell’una o dell’altra con il suo jet privato. Musk arriva senza preavviso, con l’aria di chi non dorme da settimane, e incute timore. I dipendenti lavorano in silenzio, cercando di evitare lo sguardo del capo. Musk si ferma all’improvviso a contemplare un razzo o il telaio di una macchina e chiede al primo ingegnere che gli capita sotto tiro: «Questo quanto pesa? Quanto spendiamo per produrlo?». Il povero ingegnere balbetterà una risposta. «Mettiamoci un sesto del tempo per produrlo. E spendiamo un decimo. Tagliamo», incalza sempre Musk. Panico. «Ehm… ci vorranno circa due mesi», risponde l’ingegnere. «No. Fatelo in due giorni». Chi riesce a tenere questo ritmo, e non fa un plissé se riceve una chiamata di convocazione immediata dall’altra parte del paese alle dieci di sera della vigilia di Natale, bene. Gli altri possono trovarsi un altro impiego. Musk nel libro licenzia migliaia di persone, permettendo al lettore di familiarizzare con le disinvolte leggi americane che regolano il mercato del lavoro. Un sindacalista italiano lo scaglierebbe al terzo capitolo.

Si intravede poi in filigrana, per analizzare la biografia con quello che Elon Musk definirebbe, probabilmente, «un pregiudizio figlio della mentalità woke», il complicato rapporto del protagonista con le donne. Sullo stile delle signore Panofsky della Versione di Barney, ma con meno classe, ci vengono presentate in successione le signore Musk, un matrimonio fallimentare dopo l’altro, sempre in sottofondo e con il ruolo di attrici non protagoniste, madri o docili ricevitrici di sfuriate. Un dato eloquente: le fotografie che introducono i capitoli del libro ritraggono circa 120 uomini (escludendo Elon Musk e le figure sullo sfondo, spesso ingegneri uomini esultanti) e soltanto 30 donne (due terzi di queste fotografie al femminile hanno come soggetto la madre Maye e l’ultima moglie Grimes, popstar planetaria, quasi sempre con un bambino in braccio o schierate in prima fila a celebrare le vittorie di Elon).

Barack Obama, Arnold Schwarzenegger, Norman Foster, Jeff Bezos: tanti cameo di famosissimi, poche chicche. Sulla vita privata di Elon Musk girano meno aneddoti della regina Elisabetta, e il libro non è un aiuto in tal senso. Quasi nulla sull’infanzia in Sudafrica, informazioni con il contagocce sulla vita da studente squattrinato al college e sul primo grande affare in società con il fratello, nel 1995, una versione online delle Pagine Gialle. Un riserbo berlusconiano nasconde i primi passi sulla via della ricchezza a molti zeri. Resoconti stringati sugli anni ruggenti della rivoluzione digitale, sporadici accenni a una comunità affiatata e festaiola della Silicon Valley, cronache di party riportate con scarsità di dettagli. L’unico vizio è la passione per i videogame. Che noia. Il lettore più smaliziato noterà come Elon Musk è attratto in maniera entusiasta ma goffa dalla notorietà. Ciò nonostante, la descrizione di una festa di lancio del disco di Kanye West si esaurisce in due selfie e una videotelefonata di lavoro con Rick Ross sullo sfondo. Il biografo ci è o ci fa? Si va sul personale solo quando Musk viene descritto, e succede spesso, come il perfetto papà di Griffin, Jenna, Kai, Saxon, Damian, X, Y, Strider Sekhar Sirius, Azure Astra Alice e Techno Mechanicus. Un bel casino: tre madri, un sacco di gemelli, moltissime maternità surrogate, fecondazioni in vitro e festività in Colorado. Sarà anche un conservatore (nel libro, in realtà, Elon Musk definisce spesso Trump un perfetto idiota), ma che famiglia queer.

Insomma, non un granché. Il libro racconta con moderazione dell’uomo dietro alla figura pubblica, e non convincerà gli utenti di Twitter che da mesi minacciano di lasciare la piattaforma a disinstallarla definitivamente. I comportamenti discutibili di Musk sono giustificati in Elon Musk dagli strascichi lasciati da un rapporto complesso con il padre e dal desiderio spassionato di salvare l’umanità dall’estinzione. Una visione consolatoria della realtà. Terminata la lettura, chi scrive si è sentito un po’ frastornato da questa scarica di invenzioni rivoluzionarie e da questo frenetico sfoggio di abilità capitalistica, una sensazione simile a chi dovesse imbattersi sul web in un video di Salvini che parla in francese con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Troppo futuro, troppo in fretta.

D’altronde, Isaacson non aveva un compito comodo. È complicato far stare buonino l’incontenibile Musk per il tempo necessario a tinteggiare un ritratto. Soltanto negli ultimi due giorni Musk, iperattivissimo, ha annunciato che gli stessi microchip che hanno permesso a una scimmia di giocare telepaticamente con un videogame arcade anni ’80 verranno impiantati a breve nel cervello umano (si cercano volontari), che Twitter diventerà fra poco un servizio a pagamento, e ha pure trovato il tempo per accusare Soros di mirare alla distruzione della civiltà occidentale. Non è facile stargli dietro.

Musk racconta spesso come la Guida galattica per autostoppisti, un vecchio libro di Douglas Adams dove si descrive, fra l’altro, un supercomputer progettato per cercare la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, sia stata una forte influenza negli anni della sua formazione. Pare che Musk abbia trovato la risposta giusta, almeno per lui: se persegui progetti ambiziosissimi, e generi più confusione che puoi nel tentativo di realizzarli, non avrai più tempo a sufficienza per tormentarti sul senso della vita. Elon Musk sta cercando di portare la casalinga di Voghera su Marte, e farà di tutto per sabotarsi mentre investe cifre ridicole nel tentativo di riuscirci.

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