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00:47 mercoledì 25 marzo 2026
Al primo concerto dei BTS dopo 4 anni di pausa si sono presentate “solo” 40 mila persone perché il concerto si poteva guardare anche su Netflix Per il grande ritorno della band era atteso un pubblico di almeno 260 mila persone. Evidentemente, anche il BTS Army, tra divano e stadio, sceglie il divano.
Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.
Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
Il nuovo film di Sean Baker è già uscito e si può vedere gratuitamente online Si intitola Sandiwara, è un cortometraggio ambientato a Penang, in Malesia, le protagoniste sono la premio Oscar Michelle Yeoh e la cucina malese.
Il nuovo progetto di Hayao Miyazaki sono dei diorami che riproducono alla perfezione scene di film dello Studio Ghibli Il regista sta lavorando a 31 "scatole magiche", basate su altrettante sue illustrazioni, che verranno esposte a luglio al Ghibli Park, in Giappone.
A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.

Elmgreen & Dragset a Rotterdam

23 Giugno 2011

Con il suo porto gigante, che la divide e la sostiene come un reggiseno, Rotterdam ha un fascino tutto suo rispetto ad Amsterdam – sorella carina precisina e prima della classe, tutta impegni presi più per educazione che per voglia. Rotterdam ti rilassa e ti lascia il tempo di metterla in dubbio, mentre cammini dalla sua stazione confusa e perennemente provvisoria, sotterrata da grattacieli e locali rumorosi, fino al suo ponte, troppo elegante per essere ispirato ad uno che lodava la follia. E poi oltre, dove finalmente parchi e canali ti rassicurano che, dopo tutto, sei sempre in Olanda.

Il porto, dicevo. Come da manuale “postquesto-postquello”, il Boijmans Museum se n’è presa una fetta, convertendo uno spazio sconfinato in contenitore di progetti di arte contemporanea site-specific. Il primo ospite, l’anno scorso, era gente di lì: Atelier Van Lieshout, olandese che più olandese non si può. Ironia cinica, ampio utilizzo dei linguaggi di design e architettura, alle spalle la provocatoria istituzione di uno stato indipendente, sempre nel porto della città, nel 2001.

Quest’anno, dopo il successo precedente, è la volta degli scandinavi Elmgreen & Dragset, protagonisti del padiglione nordico e di quello danese alla scorsa Biennale e noti per aver piazzato una finta boutique Prada nella sperduta cittadina texana di Marfa (già comunque resa prelibata dalla colonizzazione dell’illustre minimalista Donald Judd nel 1971).

Grazie all’appeal decadente della struttura ospitante, il duo ha avuto l’opportunità di slanciare la propria verve su binari più scenografici che architettonici. L’architettura c’è, e in senso stretto, ma non si può evitare di vivere la visita come un piano sequenza, immaginandosi di poter registrare le immagini con i propri occhi.

Al Submarine Wharf (il nome olandese è molto meno attraente) ci si arriva col barcone, 20 minuti in cui ti vedi la sovramenzionata città scivolarti di dosso e appoggiarsi su un’orizzonte non troppo lontano. L’ingresso alla mostra – che poi consiste in un’unica installazione ambientale dalle dimensioni abbastanza intimidatorie – avviene via tubo, nel senso che c’è proprio un tubo gigante, un tunnel che si insinua nel bloccone postindustriale. La galleria è punteggiata da poster che pubblicizzano un finto reality show ed incitano alla denuncia in caso si assista ad atti criminali; poco più avanti un bancomat ai piedi del quale un bebè è stato abbandonato in una borsa sportiva. Già lì si intravedono delle finestre e si sente la musica di X Factor, fastidiosa e perenne colonna sonora al tutto. Una volta dentro il mini-quartiere popolare che gli artisti hanno allestito è finalmente svelato: un sinistro condominio che torreggia su un parcheggio, un triste monumento e dei cessi pubblici. Nel parcheggio è sdraiata una limousine senza ruote, arrugginita e smontata da un meccanico, ed a pochi passi c’è una ragazza madre con tanto di carrozzina, che legge una rivista con l’aria annoiata. Entrambi sono attori. Nei bagni si leggono messaggi zozzi e si trovano sculture surreali e vagamente inquietanti, tipo due orinatoi con i tubi intrecciati (il tema dell’omosessualità è una costante nel lavoro di E&D). Dulcis in fundo, una ruota panoramica ti raccoglie e ti offre una visuale cigolante e un po’ claustrofobica – ma semovente e, quindi, anch’essa cinematografica – sulla desolazione circostante.

Come voyeur scorporati ci si aggira nella penombra, un raggio di luce che filtra attraverso un buco nel soffitto ricorda le ronde in elicottero della polizia di LA, ma è solo una coincidenza.

La palazzina, questo scrigno impenetrabile, è il perno centrale. Squadrata e multietnica – si leggono i nomi sul citofono – è popolata da assenze, tv e computer accesi vivacizzano soggiorni piccoli, abbandonati ma ancora caldi. Le esistenze che se ne intuiscono sono quelle precarie e malinconiche di chi lavora anche di notte, o la passa insonne chattando in cerca di sesso.

Guardi attraverso le finestre provando ad afferrare quanto più possibile di queste vite altrui, cosa peraltro abituale per chi cammina lungo le vie olandesi, coi loro finestroni. Ovviamente il reality show è la vita stessa, e l’arte è l’occhio smaterializzato che si muove nello spazio facendo suo tutto ciò che trova, stendendo un velo patinato sullo squallore e sulla mediocrità di una palazzina qualsiasi, eletta letteralmente a fenomeno da baraccone.

C’è qualcosa di perverso nell’aggirarsi affascinati in questo simulacro, come a leccarsi le labbra di fronte ai manicaretti di cera nella vetrina di un ristorante giapponese. Mentre The One and The Many, il titolo dell’installazione, lampeggia ad intermittenza in lettere luminose da luna park, tu ti chiedi chi sia il one in questione. Sei tu, che ti aggiri come un cane scodinzolante annusando la sciattezza di persone finte ma vere, o si tratta di ciascuno di loro, intrappolato tra i muri della palazzina ed il giudizio dei tanti, tantissimi come te?

Prima di trovare la risposta te ne sei già andato, contemporaneamente eccitato dalla palpabile allucinazione e frustrato per l’irraggiungibilità delle stanze. All’uscita ti stappi una Fritz Cola e te ne stai vicino al molo, alle spalle il Submarine Wharf, pieno del suo show immobile, e aspetti che il barcone ti riporti alla vita vera.

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