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Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.
La CDU, il partito di maggioranza in Germania, vuole abolire il diritto di lavorare part time Secondo il partito del cancelliere Merz, la crisi economica tedesca è colpa soprattutto dei troppi lavoratori che decidono di fare part time.
I cittadini di Minneapolis hanno organizzato una festa per il licenziamento di Greg Bovino davanti all’hotel dove alloggiava Cori, canti, balli, musica, festeggiamenti. Fino a quando la polizia non è intervenuta per interrompere violentemente il party improvvisato.
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.

Elmgreen & Dragset a Rotterdam

23 Giugno 2011

Con il suo porto gigante, che la divide e la sostiene come un reggiseno, Rotterdam ha un fascino tutto suo rispetto ad Amsterdam – sorella carina precisina e prima della classe, tutta impegni presi più per educazione che per voglia. Rotterdam ti rilassa e ti lascia il tempo di metterla in dubbio, mentre cammini dalla sua stazione confusa e perennemente provvisoria, sotterrata da grattacieli e locali rumorosi, fino al suo ponte, troppo elegante per essere ispirato ad uno che lodava la follia. E poi oltre, dove finalmente parchi e canali ti rassicurano che, dopo tutto, sei sempre in Olanda.

Il porto, dicevo. Come da manuale “postquesto-postquello”, il Boijmans Museum se n’è presa una fetta, convertendo uno spazio sconfinato in contenitore di progetti di arte contemporanea site-specific. Il primo ospite, l’anno scorso, era gente di lì: Atelier Van Lieshout, olandese che più olandese non si può. Ironia cinica, ampio utilizzo dei linguaggi di design e architettura, alle spalle la provocatoria istituzione di uno stato indipendente, sempre nel porto della città, nel 2001.

Quest’anno, dopo il successo precedente, è la volta degli scandinavi Elmgreen & Dragset, protagonisti del padiglione nordico e di quello danese alla scorsa Biennale e noti per aver piazzato una finta boutique Prada nella sperduta cittadina texana di Marfa (già comunque resa prelibata dalla colonizzazione dell’illustre minimalista Donald Judd nel 1971).

Grazie all’appeal decadente della struttura ospitante, il duo ha avuto l’opportunità di slanciare la propria verve su binari più scenografici che architettonici. L’architettura c’è, e in senso stretto, ma non si può evitare di vivere la visita come un piano sequenza, immaginandosi di poter registrare le immagini con i propri occhi.

Al Submarine Wharf (il nome olandese è molto meno attraente) ci si arriva col barcone, 20 minuti in cui ti vedi la sovramenzionata città scivolarti di dosso e appoggiarsi su un’orizzonte non troppo lontano. L’ingresso alla mostra – che poi consiste in un’unica installazione ambientale dalle dimensioni abbastanza intimidatorie – avviene via tubo, nel senso che c’è proprio un tubo gigante, un tunnel che si insinua nel bloccone postindustriale. La galleria è punteggiata da poster che pubblicizzano un finto reality show ed incitano alla denuncia in caso si assista ad atti criminali; poco più avanti un bancomat ai piedi del quale un bebè è stato abbandonato in una borsa sportiva. Già lì si intravedono delle finestre e si sente la musica di X Factor, fastidiosa e perenne colonna sonora al tutto. Una volta dentro il mini-quartiere popolare che gli artisti hanno allestito è finalmente svelato: un sinistro condominio che torreggia su un parcheggio, un triste monumento e dei cessi pubblici. Nel parcheggio è sdraiata una limousine senza ruote, arrugginita e smontata da un meccanico, ed a pochi passi c’è una ragazza madre con tanto di carrozzina, che legge una rivista con l’aria annoiata. Entrambi sono attori. Nei bagni si leggono messaggi zozzi e si trovano sculture surreali e vagamente inquietanti, tipo due orinatoi con i tubi intrecciati (il tema dell’omosessualità è una costante nel lavoro di E&D). Dulcis in fundo, una ruota panoramica ti raccoglie e ti offre una visuale cigolante e un po’ claustrofobica – ma semovente e, quindi, anch’essa cinematografica – sulla desolazione circostante.

Come voyeur scorporati ci si aggira nella penombra, un raggio di luce che filtra attraverso un buco nel soffitto ricorda le ronde in elicottero della polizia di LA, ma è solo una coincidenza.

La palazzina, questo scrigno impenetrabile, è il perno centrale. Squadrata e multietnica – si leggono i nomi sul citofono – è popolata da assenze, tv e computer accesi vivacizzano soggiorni piccoli, abbandonati ma ancora caldi. Le esistenze che se ne intuiscono sono quelle precarie e malinconiche di chi lavora anche di notte, o la passa insonne chattando in cerca di sesso.

Guardi attraverso le finestre provando ad afferrare quanto più possibile di queste vite altrui, cosa peraltro abituale per chi cammina lungo le vie olandesi, coi loro finestroni. Ovviamente il reality show è la vita stessa, e l’arte è l’occhio smaterializzato che si muove nello spazio facendo suo tutto ciò che trova, stendendo un velo patinato sullo squallore e sulla mediocrità di una palazzina qualsiasi, eletta letteralmente a fenomeno da baraccone.

C’è qualcosa di perverso nell’aggirarsi affascinati in questo simulacro, come a leccarsi le labbra di fronte ai manicaretti di cera nella vetrina di un ristorante giapponese. Mentre The One and The Many, il titolo dell’installazione, lampeggia ad intermittenza in lettere luminose da luna park, tu ti chiedi chi sia il one in questione. Sei tu, che ti aggiri come un cane scodinzolante annusando la sciattezza di persone finte ma vere, o si tratta di ciascuno di loro, intrappolato tra i muri della palazzina ed il giudizio dei tanti, tantissimi come te?

Prima di trovare la risposta te ne sei già andato, contemporaneamente eccitato dalla palpabile allucinazione e frustrato per l’irraggiungibilità delle stanze. All’uscita ti stappi una Fritz Cola e te ne stai vicino al molo, alle spalle il Submarine Wharf, pieno del suo show immobile, e aspetti che il barcone ti riporti alla vita vera.

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