Letteratura da talk show

Elena Basile è solo l'ultimo esempio di una serie di personaggi che hanno riscosso successo nei talk show ma che, in realtà, ambiscono a fare gli scrittori.

16 Ottobre 2023

C’è una nuova maschera, nella compagnia teatrale che anima ogni giorno i talk show in tv. È Elena Basile, elegantissima sessantenne, editorialista del Fatto Quotidiano. Lì può sbizzarrirsi con le sue analisi controcorrente sulla guerra in Ucraina e sul conflitto fra Israele e Hamas, forte di una lunga e un po’ misteriosa carriera diplomatica. Lei si definisce ex ambasciatrice di Svezia e Belgio, in realtà il sindacato dei diplomatici si è affrettato a correggerla giovedì scorso: mai stata ambasciatrice, si è dimessa con il grado di ministro plenipotenziario.

Che cosa ha attirato l’attenzione del sindacato dei diplomatici? Le luci della ribalta. Basile è diventata nota al grande pubblico la settimana scorsa, quando ha spadroneggiato negli studi di La7, ospite di Otto e mezzo e di Piazzapulita, bisticciando con tutti, tranne Travaglio, e difendendo le sue idee: ha denunciato le lobby ebraiche che governano, dietro le quinte, la politica americana, suggerito di imbastire dialoghi con Hamas e accusato l’Unione Europea e l’Occidente di ogni tipo di nefandezze. La sua interpretazione migliore si è vista da Formigli: insofferente fin dal primo minuto, interrompe tutti, si fa le domande e si dà le risposte, minaccia Formigli di rendere pubblico lo scambio di mail dove il conduttore la pregava di intervenire in trasmissione, infine sbotta. Così: «Solo io rappresento la voce del dissenso, lei deve farmi parlare. Guardi, le mando tutte le mail delle persone che mi dicono che finalmente sentono dire la verità in televisione. Gliele mando. Se lei non capisce che io rappresento il dissenso, allora non può fare il giornalista», si sfoga prima di abbandonare sdegnata lo studio, aggiungendo: «Spero che la gente che crede nella verità sia contenta di quello che faccio». Solita reazione, clip con spezzoni della trasmissione sui social, post solidali di Selvaggia Lucarelli e commentatori tifosi che la invitano a non mollare.

Andando a spulciare il profilo X di Basile si scoprono dettagli interessanti, a cominciare dalle prime tre parole che ha scelto per la sua bio: “writer of fiction”. Ma come, ambasciatrice? Anche lei? Con una rapida ricerca, si scopre che Basile ha pubblicato cinque romanzi, due negli ultimi due anni: In famiglia, uscito l’anno scorso per La Nave di Teseo, e Un insolito trio, pubblicato pochi mesi fa da La Lepre Edizioni e definito dal Giornale «il capolavoro di Elena Basile». I suoi libri, quasi introvabili (per ora) nelle librerie di Milano, si presentano come ambiziosi romanzi borghesi. Ecco un brano tratto da In famiglia:

«Non erano più i tempi della scuola, nessuno s’incantava sui miei occhi blu e la mano svelta sempre alzata per rispondere per prima alle domande della professoressa. Non c’erano i ragazzi che facevano a gara a prendermi i pacchi della spesa, le amiche che mi saltellavano accanto mentre a testa alta proseguivo senza neanche vederle e la risata copriva ogni silenzio».

Un altro:

«Potevo avere vent’anni e papà la domenica mi sceglieva. Le sorelle mi guardavano imbronciate. Si stiracchiavano svogliate sul divano mentre a un suo gesto correvo a prendere il cappotto e sparivo nell’aria pungente della primavera appena iniziata. Mi faceva sentire la più bella, Giovanna la prediletta».

Non si escludono ristampe. Nel frattempo, la carriera di writer of fiction e quella di influencer della geopolitica convivono sui profili social di Basile. Ecco, per esempio, un tweet pubblicato a mezzanotte del 13 ottobre:

Questo sfogo è corredato da due foto, che denunciano l’assenza di un social media manager: nella prima, Basile è seduta su una poltrona beige e guarda in camera sorridente. La seconda è il pdf di un volantino promozionale dove si annuncia che circa un mesetto fa, in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Elena Basile, Moni Ovadia ha conversato con l’autrice sui temi del romanzo: coscienza individuale e libertà di espressione nella società odierna.

Le sue velleità letterarie, tutt’altro che originali, la rendono l’ennesima ambasciatrice di un movimento affollatissimo: quello dei pensatori sedicenti scomodi, con manie di protagonismo e di persecuzione, che pubblicano un libro con le principali case editrici mentre accusano i poteri forti di tramare per soffocare le loro idee. Quelli con ambizioni superiori al talento. I Di Battista, gli Scanzi, gli Orsini. Romanzieri, saggisti, filosofi e cronisti di viaggio. La biografia di Corona, le memorie del principe Harry. Gente come il generale Vannacci, fenomeno editoriale di fine estate con le centinaia di migliaia di copie vendute del suo Il mondo al contrario, impegnato da due mesi in un tour di presentazioni e intervistato da Chi con vanitoso servizio fotografico in spiaggia da vero vip, mentre si dice abbia già firmato un contratto per il prossimo libro con una casa editrice fra le più popolari in Italia.

Ora, si potrebbe azzardare una riflessione. Il livello delle trasmissioni di approfondimento giornalistico o pseudo-tali trasmesse sulla tv generalista, lo sappiamo, è spesso desolante. Salvini va in onda e, senza essere contraddetto, dice che gli immigrati africani sono benestanti perché arrivano in Italia con le scarpe, il telefonino, la collanina e l’orologino. Il first gentleman Giambruno pontifica tutti i giorni dal suo salotto televisivo. Ma non dovremmo forse aspettarci qualcosa di meglio dai libri, anche dalla letteratura più popolare? Perché l’editoria dà voce a questi personaggi pittoreschi e malati di protagonismo?

In realtà è un’attrazione inevitabile, inutile indignarsi. Editoria e fenomeni mediatici lavorano a braccetto, con reciproca soddisfazione e come accade ormai in quasi tutte le industrie culturali (a eccezione forse del cinema, dove le controfigure non possono essere riprese in primo piano e compiere i miracoli tipici dei ghost-writer). C’è un accordo esplicito: ti concedo un’aureola di autorevolezza, diventerai scrittore, gonfierò il tuo ego e tu personaggio famoso in cambio mi permetterai – forse – di guadagnare. Così fan quasi tutti. Calasso diceva che il modo migliore per perdere soldi è fondare una casa editrice. I dati che fotografano il panorama dei lettori in Italia, in effetti, sono chiarissimi. La lettura non è il nostro passatempo preferito. Bastano tremila libri per entrare nella classifica settimanale, sono finiti i tempi in cui Giobbe Covatta smuoveva un milione di copie. L’ultimo libro di Bret Easton Ellis venderà da noi meno di un decimo del romanzo di debutto, mentre il suo talento e lo spazio che gli dedicano i giornali culturali non sono diminuiti in proporzione.

In questo clima da fine dell’impero, si scandaglia anche la spazzatura in cerca dell’oro. Chiunque sia dotato di un certo numero di follower può trovare un editor pronto a valorizzarlo, e un ghost-writer che gli faccia da baby-sitter e psicologo. Chi lo sa, magari una buona percentuale di quei seguaci finisce per comprarsi il libro. A volte, dopo tanti buchi nell’acqua, succede, e come è noto un libro mediocre di successo serve a sostenere finanziariamente altri cento libri migliori, ma di nicchia. Non stupiamoci insomma se a breve, sui tavoli dedicati alle novità delle librerie, sbucherà un saggio che ci aiuti a comprendere la contemporaneità firmato Elena Basile.

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