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21:45 martedì 7 luglio 2026
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Un pantalone di Zara è diventato famosissimo per la sua capacità di far inciampare e cadere le persone Soprannominato "The deadly Zara trousers", a causa della sua fattura ha causato migliaia di infortuni diventando il trend più divertente degli ultimi tempi.
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Edoardo Pesce, il caratterista felice

L'attore romano è il protagonista di Christian, nuova serie Sky, un ruolo diverso per un interprete che negli anni si è guadagnato la fama di "miglior secondo" del cinema italiano.

04 Febbraio 2022

Un giorno il regista e sceneggiatore Luca Manfredi prende il telefono e chiama Edoardo Pesce per fargli una proposta. Si avvicina il centenario della nascita di Alberto Sordi e lui ha deciso di girare un biopic che nelle sue intenzioni deve essere un ritratto dell’artista da giovane. Luca Manfredi telefona a Edoardo Pesce per parlargli di questo progetto e per proporgli la parte del protagonista. I due parlano a lungo, e non esiste motivo per dubitare dell’eloquio di Manfredi: la proposta, a Pesce, deve essere stata fatta in modo chiaro. Quello, Pesce, alla fine della conversazione pare convinto e decide di accettare. «Va bene», dice a Manfredi, «ma chi farà Sordi?».

In questi giorni su Sky è arrivata una nuova serie: si chiama Christian e il protagonista è Edoardo Pesce, che interpreta, appunto, Christian, un picchiatore della mala romana che da un giorno all’altro si ritrova le mani bucate dalle stimmate. Miracolo, alleluia: Christian diventa così santo e supereroe. Ma, soprattutto, diventa il personaggio giusto per Pesce: «Christian è anche un po’ Edoardo. È un ragazzo molto semplice che non ha obiettivi di potere, non è avido. Gli capita questo dono e non sa cosa fare», ha detto l’attore. Pesce ha spesso ribadito di non essersi mai dedicato alla carriera di attore con la foga di quelli che devono diventare «a qualsiasi costo […], che so, medici o avvocati. […] Il sogno di volere diventare, un giorno, un interprete, sì può chiamare lavoro?».

Roma, quindi, e “romanità”. L’artista Tvboy ha realizzato, in via dei Pettinari, nei pressi di Ponte Sisto, un’opera dedicata alla serie: si vedono Pesce e Santamaria, e sopra le loro teste la scritta “Christian facci il miracolo”. Come ha scritto Mattia Carzaniga su Rolling Stone, Christian il miracolo lo ha già fatto: ha finalmente costretto Pesce a imparare il mestiere dell’attore protagonista. «È un altro lavoro, fare il protagonista. Se era una mia aspirazione? No, non lo era, anzi, a me piace fare il co-protagonista o il caratterista». Pesce sembra infastidito dall’aspetto quantitativo del suo lavoro: dal minutaggio, dai ciak, dalle unità di misura che si usano per quantificare l’importanza di un personaggio e la rilevanza di un attore. Sa che alla fine ci si ricorda non del più presente sulla scena ma di quello presente nella scena più figa: è la ragione per la quale, dice, qualsiasi attore, se può scegliere, tra Romeo e Mercuzio sceglie Mercuzio. Una volta disse che essere presente in tutte le scene è una fatica. È che gli piace cambiare, fare una cosa oggi e domani provarne una diversa. Dogman di Matteo Garrone è il film che gli ha cambiato la vita (per l’interpretazione di Simoncino ha vinto il David di Donatello) e che non vuole fare mai più. Non solo perché quella parte lo ha costretto a fare le due cose che odia di più al mondo, «la dieta e i pesi», ma anche perché quel film è la chiusura perfetta della sua personale retrospettiva sui cattivi.

La fama ottenuta da giovane grazie all’interpretazione di Ruggero Buffoni in Romanzo criminale gli ha fatto capire che per un attore il pericolo più grande sono i personaggi che interpreta: il pubblico si ricorda dei personaggi e non degli attori, i personaggi diventano aspettative e le aspettative diventano identità. Dopo aver visto Dogman, i suoi amici di Simoncino si ricordavano benissimo ma a Edoardo furono costretti a chiedere: «Ma ndo’ stai nel film?», scherzando ma nemmeno troppo. È inevitabile: fare l’attore significa diventare un altro. Il rischio è rimanere incastrati, catturati in una trappola tesa anche al di là del set: nel gennaio del 2017 era in un locale di San Lorenzo per suonare con l’Orchestraccia (la band folk-rock di cui fa parte) e, per questioni di presentazioni, scaletta e tempi mise le mani addosso all’organizzatore della serata. Naso rotto, due denti saltati. Eccolo, Christian. Rieccolo, Simoncino. Il giovane uomo arrabbiato, il bruto di periferia. Hai voglia adesso a ripetere che «mio padre fa l’oculista».

Una trappola, la riconoscibilità, alla quale Pesce sfugge in parole e opere: a chi gli chiede se è contento quando le persone lo riconoscono per strada, lui risponde che no, «anzi, mi piace quando accade il contrario, magari perché cambio registro per un nuovo progetto. […] Cambiare è il bello di un attore». C’entra anche una certa riluttanza ad accettare le conseguenze della fama: sul suo profilo Instagram pare lo faccia apposta a lasciare l’autopromozione al minimo indispensabile, l’inevitabile concessione agli obblighi del mestiere tra la foto bruttina di un tramonto romano e un video veloce di una strimpellata con la chitarra (Pesce suona il blues e il jazz per i fatti suoi). Dopo Dogman, tutti spiegavano a Pesce quanto il suo fisico imponente avesse contribuito a fare di Simoncino qualcosa più di un bruto, a farne il Bronson (personaggio e film al quale Pesce si è ispirato) di una prigione a cielo aperto, il Polifemo per l’Ulisse di Marcello Fonte: «Ma ho le gambe magre», rispondeva lui, consapevole del rischio di essere trasformato in un mezzobusto. Dopo Dogman, tutti gli dicevano che in Simoncino c’era tutto il nuovo cinema romano, l’estetica del degrado e la poetica del ghetto. Pesce, consapevole del rischio di diventare una statuetta coatta nel presepe della periferia, ogni volta rispondeva che lui è nato a Tor Bella Monaca quando questa era campagna laziale e non periferia romana. C’è sempre, in Pesce, questo tema di essere una cosa ma anche un’altra: cambiare è il bello di un attore. È nato in periferia ma il diploma lo ha preso in un liceo del centro, il Mamiani, con le conseguenze che si possono immaginare su esperienze e frequentazioni: «Non ho mai partecipato al 100 per cento a un solo modo di essere», dice, e quale modo migliore c’è per descrivere il mestiere dell’attore (o le premesse, i requisiti dello stesso).

Mestiere è una parola importante per Pesce, il punto in cui si incontrano la vocazione artistica e la rata dell’affitto. Si definisce attore perché è con quello che guadagna facendo l’attore che paga le spese, così come si definiva autista quando il piatto in tavola lo metteva grazie alla giornata passata al volante: «Il lavoro per me è la cosa che ti dà da mangiare». Ma l’attore non è un lavoro come tutti gli altri, nonostante Pesce lo sforzo per ridurlo a quello lo faccia comunque. Per lui, quelli come lui sono artigiani più che artisti, creatori più che creativi: la materia che manipolano è la voce, il corpo, il suono, la carne e gli oggetti frutto di quella manipolazione sono i personaggi. E ogni creazione è diversa sia dalla precedente che dalla successiva, come per i maestri di bottega capaci di e disposti a creare soltanto pezzi unici. Anche se, immagino, questa descrizione del mestiere non piacerebbe a Pesce, che quando parla di sé usa quasi sempre il trittico descrittivo «ironia, cazzeggio, capacità di alleggerire la situazione». E, in effetti, tutte le volte che si parla di lui come di uno che ce l’ha fatta, Pesce risponde ribadendo che lui è quello ma anche un’altra cosa: «Sarei stato contento anche di avere una pizzeriella».

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