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Richard Sherman, fenomeno

Dalla 154esima scelta nel draft del 2011 al Super Bowl di domenica sera, passando attraverso Stanford, exploit mediatici e polemiche razziali. Storia del difensore più forte del football.

02 Febbraio 2014

Trasportato dal football americano al calcio a undici il ruolo del cornerback è una via di mezzo tra lo stopper e il terzino. Come per uno stopper il suo compito principale è quello di stare incollato ai ricevitori (che nella nostra trasposizione potremmo chiamare punte) e impedirgli, lo dice la parola, di “ricevere” la palla ovale lanciata nella loro direzione dal quarterback (che, sempre nel nostro gioco di traslazione, potremmo paragonare a un regista). A volte, in casi eccezionali, non solo il cornerback riesce a impedire ai ricevitori di prendere la palla ma se ne impossessa anche (nel glossario del football si chiama intercetto) e, in casi ancora più eccezionali, capita pure che dopo essersene impossessato riesca a riportarla nella direzione opposta per qualche yard e, in occasioni del tutto eclatanti, persino a segnare un touchdown con un fulmineo ribaltamento di fronte, un po’ come fanno certi terzini di spinta alla Maicon. E con questa abbiamo finito con le trasposizioni.

Richard Sherman ha 25 anni e nella vita fa proprio il cornerback. Per la precisione è il cornerback di destra dei Seattle Seahawks, la squadra che domenica sera a New York si giocherà il Super Bowl contro i Denver Broncos di Peyton Manning, ma – nonostante Richard sia alto 191 cm per 88 kg di peso – la NFL (National Football League) stava per non accorgersi di lui. È stato solo grazie all’acume del General Manager dei Seahawks se tre anni fa Sherman è entrato tra i professionisti, seppure dalla porta di servizio (154esima scelta al Draft del 2011), e se oggi in giro per la NFL ci sono 30 squadre che si chiedono come siano riuscite a sprecare così malamente le 153 scelte precedenti.

Già perché Richard Sherman in questo momento è il miglior cornerback al mondo, potenzialmente uno dei migliori di sempre. È così forte che durante l’ultima stagione ha reso l’eccezionale una consuetudine, collezionando ben 8 intercetti su 16 partite, per un computo totale di 20 nelle sue prime tre stagioni (48 partite).

Richard Sherman ha 25 anni e nella vita fa proprio il cornerback. Per la precisione è il cornerback di destra dei Seattle Seahawks, la squadra che domenica sera a New York si giocherà il Super Bowl contro i Denver Broncos di Peyton Manning.

Qualche tempo fa “Sherm” ha raccontato come ha vissuto il giorno del suo draft. Come da consuetudine per i giocatori del college in odore di chiamata tra i pro, quel pomeriggio di tre anni fa, a Compton, davanti alla tv c’era tutta la famiglia Sherman più qualche amico. È un rituale che va in scena ogni anno in centinaia di famiglie americane di ogni estrazione. Bibite, snack, patatine, magari delle bollicine per il dopo. Ci sono di mezzo aspettative, speranze, sogni e parecchi soldi. A volte, quando il giovane virgulto viene scelto tra i primi, la festa esplode subito. Ma ovviamente c’è anche il rischio che non esploda mai. Lo champagne viene rimesso nel frigo, i festoni finiscono nell’immondizia, la Pepsi sembra di colpo sgasata e “domani è un altro giorno” che per alcuni significa tentare la strada dei provini da free agent, per altri leghe inferiori o piccoli campionati europei e, per altri ancora, la fine della vita agonistica e la ricerca di un lavoro “normale”.

Immagino sia un’attesa snervante. Sherman sapeva – sono cose che nell’ambiente si sanno – che non sarebbe stato scelto particolarmente “alto” come si dice nel gergo ma di certo non si aspettava di non essere scelto neppure tra i primi 100. Immagino, perché è umano, che a un certo punto in lui si sia insinuato il dubbio, la paura di non farcela. Poi – le patatine a quel punto erano ormai sempre meno croccanti – lo speaker deve aver detto: “con la 154esima scelta i Seattle Seahawks chiamano Richard Sherman da Stanford University”. Non so se sia seguita una festa. Dubito in ogni caso che il verbo “esplodere” faccia al caso nostro.

Quel che è certo, perché l’ha appunto raccontato Richard, è che quel giorno Sherman ha mandato a memoria i nomi di tutti i giocatori dello stesso ruolo scelti prima di lui e ha giurato due cose. La prima: non dimenticarsi mai di essere stato sottovalutato così tanto («mi hanno chiamato con la 154, quinto round, ventitreesima scelta. Niente cambierà mai questo fatto»). La seconda: fare di tutto «per diventare un giocatore di alto profilo e per guadagnarmi il rispetto. Non hanno voluto darmi lo stesso credito che hanno dato a tutti quelli scelti prima di me? Me lo prendo da solo».

Oltre a essere un uomo estremamente istruito e un’atleta eccezionale, Sherman è anche una persona che non le ha mai mandate a dire.

Compton, il quartiere di Sherman, è lo stesso in cui è nato Kendrick Lamar e il gangsta rap a fine anni ’80 ed è da sempre il quartiere dei Crips. Insieme a Inglewood è una delle aree più povere, violente e famigerate di Los Angeles. Nonostante questo, anche grazie ai sacrifici dei genitori, la vita di Sherman è stata relativamente “normale”. A differenza di molti atleti provenienti da contesti difficili che entrano nelle migliori università quasi soltanto grazie alle loro abilità sportive, Sherman è stato accettato a Stanford, la fucina dei cervelli della Silicon Valley, sia per le sue doti atletiche sia per i voti alti al liceo, maturati grazie all’abnegazione imparata dal padre. Il che – non appena l’NFL ha realizzato quanto fosse forte – lo ha reso il perfetto “uomo immagine” per tutta una serie di discorsi sull’emancipazione razziale e sull’equità sociale.

Il fatto però è – e l’America se ne è resa conto abbastanza rapidamente – che oltre a essere un uomo estremamente istruito e un’atleta eccezionale, Sherman è anche una persona che non le ha mai mandate a dire e la grinta con cui è diventato il migliore della NFL nel suo ruolo, mantenendo la promessa di prendersi da solo il credito che non gli era stato concesso al draft, è la stessa con cui si confronta verbalmente davanti ad avversari e telecamere.

Il primo episodio significativo in tal senso si è verificato nel 2012 quando, al termine di una sorprendente vittoria sugli all’epoca meglio piazzati New England Patriots, Sherman è corso da Tom Brady – il quarterback superstar, il marito di Giselle e la cosa più vicina al “fidanzato d’America” che esista negli Usa – e stringendogli la mano gli ha urlato ironicamente: “You Mad? Bro!” (“Te la sei presa?”). Prima della partita Brady aveva pronosticato una facile vittoria della sua squadra e quello era il modo di Sherman di fargliela pagare. Il secondo, meno noto ma ancora più gustoso, è andato in onda l’anno scorso su ESPN, quando Sherman ha letteralmente distrutto Skyp Bayless, uno dei pundit sportivi oggettivamente più fastidiosi dell’intero circuito mediatico Usa, rinfacciandogli il fatto di “non sapere fare niente” e di non capirne nulla.

Prima della partita Brady aveva pronosticato una facile vittoria della sua squadra e quello era il modo di Sherman di fargliela pagare.

In realtà la demolizione di Bayless era solo il preludio a quanto è successo la scorsa domenica, al termine della semifinale della NFC vinta (23 – 16) da Seattle contro i San Francisco 49ers, quando Sherman – dopo aver compiuto la giocata decisiva della partita a pochissimi secondi dalla fine – si è presentato di fronte alle telecamere coi dreadlock sciolti, il cappellino che celebrava la vittoria della sua squadra calato sulla fronte al punto da nascondergli la parte superiore del viso e si è lanciato in una performance, che qualcuno ha definito “da wrestler” che non smette di fare discutere, questa.

Ecco i fatti: a pochi secondi dalla fine, il quarterback dei 49ers Colin Kaepernick tenta un lancio alla disperata per il touchdown che ribalterebbe la partita verso il migliore dei suoi ricevitori, Michael Crabtree, sul quale difende appunto Sherman. La palla arriva nell’area di meta ma prima che Crabtree possa metterci le mani sopra, Sherman la devia agevolando l’intercetto di un compagno. Partita finita, Seattle va al Super Bowl. A quel punto Sherman va da Crabtree con l’intento di congratularsi comunque per la bella sfida e gli tende la mano dicendogli “Hell of a game!” ma per tutta risposta l’avversario lo allontana con una manata sul casco. Dieci secondi dopo Sherman viene fermato da una “bordocampista” ed esplode nel modo di cui sopra.

C’è pure chi inizia a usare appellativi come “nigger”, parole come “scimmia” e in breve si scatena un diluvio di tweet a sfondo razzista.

Immediatamente si scatenano le reazioni su twitter. C’è chi dà disapprova lo spettacolo giudicandolo puerile e chi invece apprezza un po’ di pepe ma c’è pure chi inizia a usare appellativi come “nigger”, parole come “scimmia” e in breve si scatena un diluvio di tweet a sfondo razzista. Per lo più si tratta di moltissimi singoli idioti isolati ma non è che le reazioni a freddo, nelle ore e nei giorni seguenti, da parte di personalità più in vista e in teoria più “responsabili” siano molto più qualificate.

In particolare, nei commenti ex post, si fa strada una parola che pure senza avere esplicite connotazioni razziste in realtà ne ha moltissime. Quella parola è “thug” e, in riferimento a una persona di colore, rimanda a una costellazioni di significanti ben precisa. Un thug di solito è un duro, di solito un afro-americano che si è fatto strada nel ghetto, si è guadagnato il rispetto con la violenza o la sopraffazione. È la parola che Tupac Shakur aveva tatuata sul petto (Thug Life), è una parola che circola da sempre moltissimo nel gangsta rap. Usarla in riferimento a un atleta che viene da Compton implica quindi un giudizio socio-razziale piuttosto marcato sui suoi trascorsi.

Perfino alcuni altri atleti neri decidono di dissociarsi dal gesto, uno è per esempio il cestista dei Golden State Warriors Andre Iguodala che, pochi istanti dopo, l’intervista scrive su twitter: “Siamo appena tornati indietro di 500 anni”, come se da solo l’exploit di Sherman fosse sufficiente a minare i passi avanti della comunità nera sulla strada dell’emancipazione da quel genere di stereotipo.

Poco più avanti nel dibattito, quando iniziano a farsi strada altre voci, ne emergono anche alcune altre in difesa di Sherman. La base su cui costruiscono la loro difesa è: ok, Sherman viene da Compton ma poi ha studiato a Stanford ed è ovvio che uno studente di Stanford, un uomo altamente istruito, non può anche essere un thug.

Arrivati a questo punto non posso fare altro che quotare e avvallare parola per parola quello che ha scritto in proposito Rembert Browne, uno staff writer afroamericano di Grantland:

«È un gioco pericoloso, uno che talvolta ho giocato anche io nella speranza di guadagnare rispetto e di dimostrare alle persone che si sbagliavano sul mio conto, sul nostro conto. Mi sono ritrovato su un aeroplano, seduto di fianco a un tizio che non sembrava troppo contento del mio modo di presentarmi: cuffia nera, baggy e una felpa colorata da rapper. Poi, a metà del volo, ho estratto il mio laptop con l’adesivo di Dartmouth ben in vista. E in un attimo ho osservato lo scettico che improvvisamente sembrava interessato a chiacchierare. D’un tratto, non ero più un’indesiderabile. O un thug. Semplicemente per via di quell’adesivo bianco/verde.

L’ho fatto per una serie di ragioni. Per provare che questa cosa della società post-razziale è… un ahahah. Mi ha fatto sentire bene prendermi un po’ di rispetto. E in qualche modo mi sembrava importante che questo vecchio signore bianco sapesse che un ragazzo come me, vestito come lo ero io, era andato in una scuola del genere. E per questa ragione ho continuato a farlo. Sapevo di avere questo jolly – questo argomento accademico e classista per disarmare gli scettici – per fare tirare un sospiro di sollievo persino alla persona più a disagio.

Ma dopo qualche anno, ho smesso e ho giurato di non farlo mai più. Perché cercavo del rispetto che non meritavo. Sentire il bisogno di essere trattato diversamente semplicemente perché avevo una buona educazione superiore era una stronzata. Perché stavo cercando di sembrare diverso da altri che mi assomigliavano. E dopo aver pensato tutto questo, la mia ben poco sorprendente reazione è stata di andare esattamente nella direzione opposta.

Ti viene voglia di dare alle persone l’impressione sbagliata. Ti viene voglia di scambiare la tua maglietta con una t-shirt che ritrae Huey Newton. Ti viene voglia di farti crescere i capelli e tenere gli altri a distanza. Ti viene voglia di essere chiassoso, maleducato, diretto. Proprio come Richard Sherman da Stanford.

A volte dove sei andato al college non conta poi molto per il tuo futuro successo. Altre, può aiutarti o perseguitarti per il resto della tua vita. Talvolta entrambe le cose. Sherman sarebbe potuto diventare lo stesso Sherman, fare la stessa giocata decisiva fatta da Sherman e farla seguire dalla stessa arrogante intervista dopo-partita senza essere andato a Stanford.

E allora? Se fosse andato a Miami University, sarebbe stato solo un altro anello nella catena di atleti thug che escono da quell’università? Probabilmente. E se fosse andato a un college storicamente nero come Morehouse o Howard? O addirittura un junior college? E se invece fosse andato addirittura ad Harvard?

Tutte queste cose hanno condizionato ingiustamente la narrazione da duro di Richard Sherman. Ed è spiacevole, perché la carta “è andato a Stanford” era stata usata per togliergli le pressione della gente dalle spalle. Ma anche se le intenzioni erano buone, e hanno aiutato a muovere la conversazione su di lui in suo favore, la sua educazione non dovrebbe comunque essere un argomento principe nel dimostrare che qualcuno non è un thug. È una logica dannosa. Perché il prossimo Sherman potrebbe non essere andato a Stanford. E allora cosa diremo a quel punto?»

Altro sul “caso” Sherman:

Un’interessante opionione di Amy Davidson su New Yorker,

La spiegazione dell’accaduto e le “scuse” di Sherman su MMQB

Nella fotografia, Sherman durante una partita contro i St. Louis Rams a Seattle, il 30 dicembre 2012. Otto Greule Jr/Getty Images

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