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Maison Margiela ha reso disponibile il suo intero archivio, per tutti, gratuitamente, su Dropbox L'iniziativa fa parte del progetto MaisonMargiela/folders, che porterà il brand in Cina con 4 mostre, e una sfilata programmata ad aprile.
Su Vanity Fair è uscita la prima intervista mai fatta a Bianca Censori Per la prima volta ha parlato di sé, in occasione della mostra che sta presentando a Seoul (anche se, ovviamente, Ye si è messo in mezzo).
Il governo francese invierà una lettera a tutti i 29enni del Paese per invitarli a fare figli prima che sia troppo tardi È parte di una campagna per contrastare la denatalità e informare su salute riproduttiva e sessuale. Ma in molti l'hanno accolta abbastanza male.
Le compagnie aeree stanno cancellando i voli verso Cuba perché sull’isola non c’è abbastanza carburante per fare rifornimento e ripartire C'entra l'embargo degli Stati Uniti e la crisi in Venezuela, la situazione è talmente grave che già a marzo Cuba potrebbe non avere più benzina.
All’Halftime Show alternativo dei trumpiani c’erano a malapena 200 spettatori Nel frattempo, lo spettacolo di Bad Bunny è diventato il più visto nella storia del Super Bowl, con 135 milioni di spettatori.
A gennaio 2026 in tutta la Norvegia sono state acquistate soltanto sette auto a benzina E 29 auto ibride, 98 diesel, mentre le elettriche sono più di 2000: queste ultime costituiscono il 96 per cento delle auto acquistate in tutto il 2025.
Per i brand di moda, farsi pubblicità durante il Super Bowl non è mai stato così importante Spot che sembrano corti cinematografici, collaborazioni e persino sfilate: il pubblico del Super Bowl sta cambiando – anche grazie a Taylor Swift – e la moda prende nota.
Emerald Fennell ha consigliato 13 film stilosi da vedere per prepararsi alla visione del suo Cime Tempestose Film memorabili per l'estetica audace, i costumi bellissimi e anche per "l'infedeltà" rispetto ai romanzi da cui erano tratti.

La rivincita dei nerd

Oggi esce al cinema Honor Among Thieves, il film tratto da Dungeons & Dragons, la conferma definitiva dell'egemonia del nerdismo nella cultura pop contemporanea.

29 Marzo 2023

Io e l’attore Joe Manganiello non abbiamo niente in comune. Lui è un attore e io no, tanto per cominciare. Lui è alto un metro e novantasei centimetri. Io no. Lui si porta appresso cento chili di muscoli che sembrano il frutto della cesellatura di uno scultore dell’antichità classica più che del programma d’allenamento di un personal trainer hollywoodiano. Io no. Lui è sposato con Sofia Vergara. Io no. Lui era stato scelto da Ben Affleck per interpretare Deathstroke, una delle nemesi di Batman, quando Batman doveva ancora essere scritto, diretto e interpretato da Ben Affleck. Io no. Io e l’attore Joe Manganiello non abbiamo niente in comune, tranne una cosa: entrambi giochiamo a Dungeons & Dragons. Joe Manganiello una volta alla settimana si ritrova assieme a un gruppo di amici, seduto attorno a un tavolo, a interpretare un personaggio di fantasia i cui successi e insuccessi, gioie e dolori, vita e morte sono decisi dal lancio di una serie di dadi poliedrici. Ho capito che quella che per due terzi della mia vita era stata cultura nerd – sottocultura di nome e di fatto: appartenervi aveva disastrose conseguenze sulla vita sociale, culturale e soprattutto sessuale – era definitivamente diventata cultura mainstream quando Joe Manganiello è stato ospite del Late Show di Stephen Colbert nel 2018. In una chiacchierata di circa venti minuti, Manganiello e Colbert ne spesero otto per discutere della passione che avevano in comune: entrambi giocano a Dungeons & Dragons. «It’s hip to be a nerd now», spiegava, sorridente, Colbert al suo disorientato e incuriosito pubblico.

Oggi arriva nelle sale cinematografiche italiane il film Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves, e io, come immagino anche Joe Manganiello e Stephen Colbert e Vin Diesel e Tim Duncan e Mike Meyers e Patton Oswalt e Moby (solo per citare alcuni dei più noti giocatori di DnD al mondo), sono contento. Ma nella contentezza sento quell’accenno d’ansia che si avverte sempre davanti ai processi storici che si compiono, ai momenti di passaggio tra una fase e l’altra degli stessi. Non posso fare a meno di considerare questa uscita come l’ultima fase del processo storico, sociale, culturale che ha portato i nerd prima a infiltrarsi, poi a impossessarsi e alla fine a incarnare l’industria dell’intrattenimento contemporanea. Le recensioni dei critici che hanno visto il film in anteprima all’SXSW ne parlano bene, ma alla fine il giudizio loro e anche quello del pubblico in questo caso conta il giusto: l’importanza di questo film sta nella sua stessa esistenza, in ciò che essa dice degli ultimi dieci, quindici, forse venti anni di cultura pop.

L’espansione cinematografica di Dungeons & Dragons è la chiusura del cerchio, il ritorno all’origine: magari senza saperlo, forse senza nemmeno rendersene conto, ma buona parte dell’immaginario che oggi condividiamo si è formato a partire da Dungeons & Dragons. Non in senso letterale, si capisce: non è certo il fantasy il genere narrativo dominante, o il più influente, di questi anni né di nessun anno. Ma le persone che hanno realizzato le cose che tutti abbiamo letto e/o visto negli ultimi dieci, quindici, forse venti anni hanno una cosa in comune tra di loro e con me e con Joe Manganiello: sono o sono stati tutti giocatori di Dungeons & Dragons. I fratelli Duffer, creatori e showrunner di Stranger Things. Joseph e Anthony Russo, demiurghi del Marvel Cinematic Universe. George R.R. Martin, l’autore della saga letteraria da cui è stata tratta la serie tv più vista, commentata, amata, odiata e rimpianta di sempre. Tutti loro e molti altri hanno raccontato di essersi scoperti narratori grazie a quel gioco che da ragazzini una volta alla settimana li faceva ritrovare assieme a un gruppo di amici, seduti attorno a un tavolo, a interpretare un personaggio di fantasia i cui successi e insuccessi, gioie e dolori, vita e morte sono decisi dal lancio di una serie di dadi poliedrici. E di aver messo quel gioco, in una forma o in un’altra, in modi certe volte espliciti e in altri casi criptici, dentro il mestiere che poi hanno fatto da adulti.

Da questo punto di vista, il film di Dungeons &  Dragons può essere considerato un’autocelebrazione, l’omaggio dei nerd a se stessi, la bandiera issata in cima al palazzo dell’entertainment ormai conquistato: orami possiamo permetterci tutto, persino rielaborare come pop ciò che un tempo era la quintessenza della sfiga. Da un altro punto di vista, però, Honor Among Thieves (questo il sottotitolo del film) è un segno del vibe shift che sta per toccare – forse, finalmente – anche la cultura pop. Le prime crepe si stanno aprendo nelle mura fin qui inscalfibili dell’Mcu, di supereroi ormai siamo sazi da tempo ma continuiamo a rimpinzarci lo stesso perché il menù è fisso. Come tutte le industrie, anche quella dell’intrattenimento si basa sui segnali e quindi sulle intuizioni e dunque sulla fiducia: che il cambiamento ormai sia necessario, inevitabile, lo hanno capito tutti. Il successo di The Last of Us si spiega anche così: c’era bisogno di una qualcosa che fosse un’altra cosa rispetto a tutto quello che abbiamo letto, visto, consumato ultimamente. E forse nei videogiochi, negli adattamenti degli stessi per altri schermi e pubblici, la cultura nerd, ormai mainstream, ha trovato lo strumento della sua sopravvivenza, il modo di perpetuarsi. O forse la troverà in Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves, che magari sarà la prova che ormai il pubblico è davvero pronto a cambiare, così pronto a cambiare da essere disposto a provare anche il gioco di ruolo e i suoi derivati, tutto quel che fino a ieri era considerato ancora troppo nerd.

Ma, in un caso e nell’altro, sia con The Last of Us che con Honor Among Thieves, la cultura nerd, nonostante sia da un pezzo la cultura mainstream, conferma la mancanza che alla fine la porterà alla decadenza: l’incapacità di guardare oltre se stessa, di mescolarsi e dalla mescolanza uscire sia conservata che rinnovata. Se la fase uno è stata gli adattamenti dei fumetti, la fase due saranno quelli dei videogiochi? Quelli dei giochi di ruolo? Sia quel che sia, la cultura nerd ribadisce la sua essenza ombelicale, il suo essere un universo finito nonostante le pretese multiversali dei prodotti che in esso si realizzano: esiste solo quello che già esiste, che è già provato, che già piace, che già si conosce, che è già pronto. L’immaginario nerd è nostalgico, fondato sul ricordo, e il metodo di lavoro del nerd è pigro, basato sulla rielaborazione del ricordo. In dieci, quindici, forse venti anni di cultura nerd che è diventata mainstream, quanti nuovi fenomeni pop, mai esistiti prima in altra forma e sostanza, ci ricordiamo? E quanti, invece, gli adattamenti, i reboot, i sequel, i remake, gli spinoff, ovvero le infinite iterazioni del già esistente? Di questo, Honor Among Thieves è simbolo perfetto: di fronte al vibe shift che si avvicina e al termine del quale probabilmente si ritroverà sostituito da un nuovo archetipo del produttore-e-consumatore di cultura pop, l’istinto del nerd è quello di tornare al punto di partenza, al momento formativo, alla premessa-prologo dell’epoca che lo ha visto dominare incontrastato. Tornare al gioco che ha tenuto assieme me, Joe Manganiello e i nerd di tutto il mondo. Magari Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves sarà bellissimo e incasserà tantissimo, ma prima o poi le proprietà intellettuali, i ricordi dell’infanzia, i giocattoli dei bambini da spacciare per cultura, popolare e quindi universale, finiranno. E a quel punto? Non riesco a non pensare che forse, questa volta, Dungeons & Dragons non basterà a salvarci. Me, Joe Manganiello e i nerd di tutto il mondo.

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