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Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.
C’è un’estensione per browser che quando passi troppo tempo a scrollare blocca il pc facendo comparire l’immagine di un gatto grassottello L'ha creata uno sviluppatore giapponese per frapporre tra sé e il doom scrolling un dissuasore felino a cui è difficile resistere.
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Don’t Look Up non è un film, è una crisi di nervi

L'ultima opera di Adam McKay è allo stesso tempo disastrosa e affascinante, tentativo di satira e dichiarazione di odio per un mondo che il regista non considera più degno di essere salvato.

29 Dicembre 2021

Nel mezzo del primo lockdown americano, in quei mesi all’inizio del 2020 in cui «siamo andati a casa… e in pratica siamo rimasti con le mani in mano per sei mesi», Adam McKay riceveva ogni giorno decine, centinaia di mail e messaggi. La gente che stava lavorando con lui a Don’t Look Up, il suo ultimo film, arrivato su Netflix il giorno della vigilia di Natale dopo una distribuzione limitata nelle sale, gli scriveva cose a metà tra il divertito e il disperato. La maniera in cui l’amministrazione Trump stava affrontando la pandemia («Hai visto che ci sono i tagli delle tasse per i ricchi tra le iniziative del governo a sostegno dell’economia?») e il modo in cui un pezzo degli Stati Uniti stava reagendo alla catastrofe («Ti rendi conto che c’è chi nega l’esistenza stessa del virus?») sembravano scene tratte da una commedia. In particolare, scene tratte dalla commedia che stavano girando loro fino a quando la pandemia li aveva costretti a farsi superare dalla realtà.

Da un’intervista che McKay ha concesso all’Atlantic si capisce che per un regista non è mica piacevole scoprirsi profetico prima dell’uscita del film-profezia. «A un certo punto mi sono detto: il film non lo facciamo più. È già successo, siamo arrivati tardi!», pensava McKay mentre guardava i telegiornali, leggeva i quotidiani e sentiva arrivare i messaggi e le mail. Quando poi sul film è tornato a lavorarci, è stato costretto ad aggiungere alla sceneggiatura quel «20 per cento di follia in più» senza il quale la cronaca quotidiana sarebbe sembrata comunque più assurda di un disaster movie: «la realtà si era già dimostrata più folle della mia sceneggiatura». Forse è in questo momento, a questo punto che Don’t Look Up smette di essere un film su un disastro – poco cambia che il disastro sia la pandemia nella nostra interpretazione o la crisi climatica delle intenzioni di McKay, il cinismo della classe politica o la stupidità del sistema mediatico, il complottismo degli scemi o la vanità degli intelligenti, tanto è tutto compreso nel meteorite che viaggia spedito verso la Terra – e diventa un’altra cosa: la crisi di nervi di un umorista che si rende finalmente conto della sua stessa obsolescenza.

Donald Trump, durante una conferenza stampa, accennò a un rimedio casereccio contro il SARS-CoV-2: iniezioni di candeggina, magari un lavaggio vero e proprio. «Niente di quello che avevo scritto era così folle, nemmeno lontanamente», ha ammesso McKay, ricordando l’episodio. Da questa ammissione comincia Don’t Look Up, che infatti non è un film (se lo è, è un film sbagliato) ma la dichiarazione di resa perfetta: non ci resta che piangere, non possiamo fare altro che rispondere «Mo’ me lo segno» all’uomo che ci ricorda che dobbiamo morire e che ce lo meritiamo perché siamo inetti, stupidi, ipocriti, meschini, distratti. Tutti, lui compreso: «In quanto regista hollywoodiano io sono al centro di tutto ciò che non va, e parte di questo film sono io che rido di me stesso come rido di tutto il resto». McKay ride con una risata isterica, però.

Don’t Look Up non è un film, è una crisi di nervi. È una crisi di nervi che cerca disperatamente di farsi commento-satira-monito-arte, di sintetizzare queste (pretese) parti di sé in almeno un momento à la Quinto potere: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più», sembra sforzarsi di ribadire McKay con ogni espressione costipata di Leonardo DiCaprio, in ogni sguardo scocciato di Jennifer Lawrence. Certamente Don’t Look Up è la più spettacolare delle crisi di nervi, questo sì: nessuno ha, oltre ai già citati DiCaprio e Lawrence, anche Rob Morgan, Cate Blanchett, Meryl Streep, Jonah Hill, Mark Rylance, Tyler Perry, Timothée Chalamet, Ron Perlman, Ariana Grande e Kid Cudi a interpretare le diverse forme e i diversi oggetti del proprio disprezzo. Talenti sulle cui spalle McKay avrebbe potuto tranquillamente posare la sua ambizione (dichiarata) di ricominciare la storia della doomsday comedy americana, il suo intento (esagerato) di raccogliere l’eredità de Il Dottor Stranamore e portarla nell’epoca in cui bisogna imparare ad amare non la bomba ma il prossimo tech mogul che vuole cambiare il mondo.

A credere alle parole del regista, Don’t Look Up doveva essere «una commedia da risate sguaiate, non da sorrisetti tirati». Evidentemente, alla fine la crisi di nervi ha avuto la meglio e le buone intenzioni sono andate perdute: oltre la condanna di tutto ciò che non va nella nostra epoca e nella nostra società – una condanna alla quale ormai nessuno più ha forza, voglia o ragione di opporsi, e quindi che importanza ha, che coraggio c’è, che soddisfazione si può provare a ribadire la sentenza ancora una volta – di Don’t Look Up restano soltanto i sorrisetti tirati, l’umorismo tagliato con l’accetta come i capelli dei suoi protagonisti. Resta il dubbio che sia tutto conseguenza di una precisa scelta di McKay, che sia tutto necessario a completare la trasformazione che il regista ha deciso per sé: da Anchorman a The Big Short a Vice a Don’t Look Up, una sfiducia crescente nella commedia come commento della società, della cultura, della contemporaneità, un percorso coerente ma inspiegabile per un autore che ai tempi di Saturday Night Live aveva già capito tutto quello che c’era da capire per sopravvivere nello show business: all’epoca amava scrivere sketch banalissimi nella premessa (cominciava spesso da un colloquio di lavoro) e stranissimi nell’esecuzione (al colloquio di lavoro si presentava un centauro). La lezione era: fai sempre la stessa cosa ma sempre in modo strano.

Adesso, invece, McKay pare aver maturato sfiducia nei confronti della “stessa cosa”, della commedia nella parte che è “distrazione”. In Don’t Look Up il regista ripudia tutti gli stilemi che fino a The Big Short lo avevano reso riconoscibile e quindi rilevante, tutti i tic che ne avevano fatto un re della terra di mezzo che c’è tra il serio e il faceto. È come se McKay volesse dire che non è più il tempo per certe cose perché non c’è più tempo per nulla. Nella sciatteria realizzativa del film si intravede un altro messaggio, un’altra accusa: l’altra volta vi ho spiegato la crisi dei mutui (quelli della crisi del 2008) e nella vostra testa è rimasta solo Margot Robbie coperta appena appena dalle nuvolette di schiuma, l’ultima volta vi ho raccontato la mostruosità di Dick Cheney e voi non avete fatto altro che parlare dell’ennesima trasformazione fisica di Christian Bale, non commetterò lo stesso errore stavolta, anche a costo di sentirmi dire che lo smalto ormai l’ho perso. È un’auto-consapevolezza che tiene assieme la filmografia di McKay, questa: ogni volta che gli chiedono perché abbia smesso di fare film come Anchorman, di usare quell’umorismo e di scrivere quella comicità, lui risponde sempre che tutto serve soltanto nel momento in cui serve, che certe cose esistono solo nel momento che le ha fatte cominciare. «In quei film ridevamo di bianchi mediocri che si comportano come bambini. Poi, all’improvviso, di quei film abbiamo vissuto il lato oscuro. È stato come vivere il momento in cui i pagliacci smettono di essere divertenti». È un ennesimo riferimento a tutto ciò che in America ha portato prima all’8 novembre 2016 e poi al 6 gennaio 2021, e forse anche una spiegazione di Don’t Look Up: il «momento culturale» adesso è questo, non c’è proprio un cazzo da ridere.

Non è un’impressione, è una dichiarazione fatta dal film, nel film: nella crisi di nervi che ne costituisce il centro emotivo, DiCaprio/Randall rivendica il diritto a non abbellire la catastrofe, a non cercare l’opportunità dentro il terrore. E suppongo McKay intendesse questo quando si definiva parte del problema e descriveva questo film come una risata rivolta anche a se stesso: a che servono un regista, un attore, un film quando si avvicina la fine dei giorni? Questo è dunque un film “spoglio”, esteticamente ridotto tutto agli effetti visivi della scena in cui il meteorite si schianta sulla Terra (perché il futuro è quello, deve sembrare vero perché sarà vero), narrativamente limitato al fatto di essere un disaster movie in cui alla fine vince il disastro. Meritatamente, anche. Quindi in parte McKay ha pure ragione quando gongola nella consapevolezza di aver rovesciato un classico hollywoodiano: si prova una disperazione sincera ma anche una soddisfazione sottile a vederci cancellati dall’esistenza, si sente nelle orecchie una nota di pace all’idea del chiacchiericcio che finisce.

E dire che in alcuni momenti, in momenti che non sono quelli della crisi di nervi, McKay sembra il più consapevole di tutti della necessità di tornare alla commedia il più in fretta possibile: «Negli ultimi cinque o sei anni penso si possa dire che le commedie si sono ritrovate in uno stato di stagnazione, di confusione. La commedia sta in gran parte nella capacità di capire l’importanza di ciò che succede nel mondo, capire quali sono i “parametri” delle relazioni, e queste sono cose difficilissime da fare in questo momento. Le persone sono spaventate, confuse, non hanno granché voglia di ridere», ha detto il regista al Wall Street Journal. Appunto.

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