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A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
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In Giappone c’è un nuovo problema di ordine pubblico: il butsukari, cioè persone che all’improvviso e senza motivo spingono a terra il prossimo Le vittime predilette sono donne e bambini. Le cause, al momento, sconosciute. I video sui social che ritraggono le aggressioni, moltissimi.

Abbiamo ancora bisogno del Mereghetti

È uscita l’edizione 2021 del Dizionario dei Film del critico cinematografico, che dal ’93 è fonte di studio e rassicurazione. Soprattutto quest’anno.

03 Dicembre 2020

Credo di aver consultato il Mereghetti più volte quest’anno che nei dieci precedenti messi insieme. Non avevo voglia di imparare a fare il pane, ho iniziato poche serie Tv perché mi sembrano sempre meno una promessa che sono disposto a fare, e così ho guardato una marea di film. E piano piano il mio Dizionario dei Film datato 2004 si è conquistato la strada verso il centro del villaggio. Se ne stava dimenticato su uno scaffale basso e periferico, gli ultimi mesi invece li ha trascorsi stabilmente sul divano, ci è arrivato e non si è più spostato. Per me è uno degli oggetti del lockdown, come le autocertificazioni e il disinfettante. Nel frattempo è appena uscita l’edizione 2021 del Dizionario ed erano anni che non mi sembrava avesse tanta eco. Un po’ perché abbiamo tutti visto più film di quanto sarebbe sano, spesso vecchi film, cioè la materia di cui sono fatti i Mereghetti. Ma credo ci sia anche la nostalgia verso una forma di un sapere ben cartografato, vasto ma circoscritto, in ordine alfabetico e con le stellette. Il nostro rapporto con la conoscenza quest’anno ci è sembrato a lungo compromesso e il Mereghetti invece è un feticcio di rassicurazione, un oggetto riposante al quale affidarsi.

Il bisogno alla base del Dizionario dei Film nasceva alla fine degli anni ’80, con un’esplosione di offerta cinematografica senza precedenti, quella delle Tv commerciali, con palinsesti pieni di film vecchi, nuovi, memorabili, orribili, alta tensione, i bellissimi. Negli stessi anni in cui Mereghetti concepiva il suo Moby Dick della catalogazione, iniziavano anche le trasmissioni di un moltiplicatore di orizzonti e ossessioni come Fuori Orario di Enrico Ghezzi. Ovunque uno guardasse, c’erano film da vedere. I numeri ci dicono quanto fosse vasto quel bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi nel disordine: la prima tiratura fu di 5mila copia, se ne vendettero 60mila. Lo pubblicò (e lo pubblica ancora) Baldini&Castoldi, al quale il Dizionario dei Film approdò dopo una serie di tentativi a vuoto, come ha raccontato l’autore al Manifesto: «Livio Garzanti, l’editore a cui l’avevo sottoposto, non amava per nulla il cinema». Poi, altri colloqui, altri editori incuriositi ma spaventati, e infine la pubblicazione, grazie ad Alessandro Dalai. Il Mereghetti prese forma, pagine e 13mila voci, praticamente un acconto, visto che oggi sono il triplo, sparse in 7mila pagine e tre volumi.

Il modello editoriale di Mereghetti era la Leonard Maltin’s Movie and Video Guide, alla quale è sopravvissuto, visto che quella di Maltin non esce più dal 2014. Però quella era una guida e non un dizionario, aveva un approccio talvolta corsaro e sbrigativo, niente a che vedere con la compostezza istituzionale e quasi museale di Mereghetti. Per tono e stile, Maltin si sentiva sui social prima dei social. Finì pure nel Guinness dei primati per la recensione più breve della storia del cinema, il musical Isn’t It Romantic? liquidato con un «No», e Scuola di polizia 4: «More of the same, only worse», ovvero la stessa roba di prima, solo peggio. Stesso film, analogo concetto, ma in mereghettese suona così: «Formula stantia, divertimento arduo». Le voci oggi sono 33 mila, 33 mila brevissime operazioni chirurgiche, frutto di un lavoro collettivo con altri critici, probabilmente anche di molti litigi e altrettante frustrazioni, sulle quali il Mereghetti eponimo ha comunque diritto all’ultima parola. Se volete litigare su un giudizio, è con lui che dovete farlo.

La mia edizione è del 2004, risale al mio primo (e unico) tentativo di interessarmi al cinema in modo sistematico. Era dedicata al critico Alberto Farassino, scomparso l’anno precedente, aveva Alberto Sordi di Un americano a Roma in copertina e nell’introduzione il critico scriveva: «Nel momento in cui esce la sesta edizione, il cinema sta vivendo uno dei suoi periodi più tumultuosi, in cui vecchi e rassicuranti confini si stanno sgretolando sempre più in fretta». È cambiato tutto e non è cambiato nulla, il periodo è sempre tumultuoso, i confini si stanno sempre sgretolando, nel 2004 il nemico alle porte erano i Dvd, ora sono lo streaming, le serie, la pandemia. A Rolling Stone Mereghetti ha detto: «Questa è la seconda o terza edizione in cui schediamo film apparsi solo in streaming. Tutti dicono che la pandemia ha favorito gli abbonamenti e le visioni online, ed è vero. Ma il cinema ha bisogno della sala, e non solo per la qualità della visione». Il Dizionario era nato per catalogare l’esistente, oggi è anche un baluardo che sta lì per provare a difenderlo, dosando per tutti noi i livelli tollerabili di innovazione: sì allo streaming, ma no alla digitalizzazione.

Visto che ho un Mereghetti del 2004, quell’anno per me è una specie di limes cinematografico. I film prima del 2004 sono terra conosciuta e messa su una mappa, da consultare se qualcosa non mi torna, se ho bisogno di un parere o di un pulsante di emergenza contro il disordine. Dal 2005 in poi me la devo cavare da solo ed è ovviamente sano avere quindici anni di film sui quali non conosco l’opinione di Paolo Mereghetti. E poi dal Mereghetti abbiamo tutti dovuto imparare a staccarci, è il viaggio dell’eroe per un paio di generazioni di critici, giornalisti e appassionati. Le voci stanno lì per litigarci, discuterci, e poi ignorarle. A un certo punto si smette di consultarlo, è stato necessario staccarsi dal padre, uccidere il dizionario, lanciarsi nel mare grande delle opinioni di blog e social, fare a botte, darne, prenderne, sbagliare da soli. Ma ora mi sembra finalmente arrivato il momento di tornare alla casa del padre: alla fine di un anno come questo guardo al Dizionario con un bisogno di rassicurazione senz’altro sospetto. Come quando uscì la prima edizione, c’è sempre una dinamica di bisogno e soddisfazione. Nel 1993 c’erano troppi film in libera circolazione e serviva qualcuno dotato di un magico potere di riordino. Alla fine del 2020 i nostri guai sono un po’ più complicati di così, ma il Dizionario dei Film continua ostinatamente ad aggiungere, catalogare, revisionare ed essere pubblicato ed è già una buona notizia così. In epoca digitale, il nostro modello del bisogno di conoscenza istantaneo è diventato Shazam, uno strumento da puntare contro il creato e far uscire il titolo della canzone, il nome del fiore e così via. Una forma di nevrosi che non può trovare mai pace. Invece il Dizionario dei Film si ingrandisce, si espande, ma non perde mai quella meravigliosa caratteristica di avere un inizio e una fine.

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