Cultura | Cinema

Il conforto di guardare vecchi film

Niente serie o cose nuove, i film del passato, magari in bianco e nero, sono l'antidoto a questo senso di precarietà.

di Germano D'Acquisto

Da "Viale del tramonto", Billy Wilder 1950

Nel suo ultimo brano Murder Most Foul, Bob Dylan ci racconta come la musica può darci conforto durante un trauma collettivo. Come le note di Thelonious Monk o Billy Joel riescano ad alleviare il dolore per il delitto più efferato, quello di John F. Kennedy. Dylan dice che quando tutto nel mondo sembra sbagliato, una canzone può essere l’unica cosa che ha senso. Parafrasando il premio Nobel americano, in questi giorni di quarantena e di emergenza sanitaria, io questo senso lo trovo nei vecchi film americani.

Per strada il deserto? Alla tv c’è Cary Grant, elegantissimo nel suo completo grigio sartoriale. Fuori il silenzio?  A casa, c’è Grace Kelly che massaggia le curve a gomito della Grande Corniche al volante di una spider carta da zucchero. Più la Protezione civile snocciola numeri di morti, ricoveri, guariti, nuovi positivi e più sullo schermo della sala da pranzo scorrono i film di George Cukor, Howard Hawks, Michael Curtiz. Più drammatico è il bilancio e più il bianco e nero si sgrana, l’audio scoppietta. Come se tutto il dolore di queste ore possa essere alleviato non tanto dalla musica, come vorrebbe Bob Dylan, ma dagli eroi del cinema classico. Come se accanto a medici e infermieri, virologi e immunologi giocassero un ruolo determinante anche Clark Gable e Katherine Hepburn, James Stewart e Bette Davis, Farley Granger e Doris Day. «Ci sono periodi, nella nostra storia, in cui per guardare avanti bisogna voltarsi», diceva lo scrittore Sebastiano Vassalli nel suo Terre Selvagge del 2014. E forse questo è uno di quei momenti. Voltandomi, ho scoperto il potere curativo delle vecchie pellicole. Più di un ansiolitico, meglio di un barattolo di Nutella quando si è giù.

No niente serie. Niente Black Mirror o Casa de papel. Troppo attuali, troppo legati alla precarietà del nostro fragile tempo. Nessuna dose massiccia di colpi di scena, adrenalina. Ma solo un atterraggio guidato, senza sbalzi ne vuoti d’aria. Meglio un film di cui si conosce quasi tutto, dove gli attori parlano, vestono e si comportano come i nostri nonni. Perché i nonni, si sa, sono rassicuranti. E noi oggi abbiamo tanto bisogno di essere rincuorati. In questo viaggio nel tempo, gli anni Sessanta rappresentano le nostre Colonne d’Ercole. Oltre è meglio non addentrarsi. Troppo tribolati i Settanta, troppo vicini a noi i decenni successivi.

Ha l’effetto di un balsamo riscoprire, per esempio, l’epica che avvolge Humphrey Bogart. Quell’aria da uomo che non deve chiedere mai che nel Mistero del Falco (su Rakuten Tv) gli fa dire: «Una ragionevole dose di pericolo fa bene alla salute», senza farlo sentire ridicolo. O che spinge Lauren Bacall, ormai cotta a puntino nella Fuga, a confessargli al telefono «Al diavolo i “se”. So che mi ami e questo mi basta». Standing Ovation. È rassicurante recuperare anche la faccia tutta stropicciata di Robert Mitchum, stella delGiorno più lungo, polpettone bellico popolato solo da eroi che pronunciano frasi che solo un eroe può pronunciare. Tipo: «Su questa spiaggia solo due categorie di uomini possono restare: quelli che sono morti e quelli che moriranno!».

In questa quarantena che sembra non finire, il cinema antidolorifico pretende personalissime tappe obbligate. Una di queste è Viale del Tramonto (sempre su Rakuten Tv), gioiello diretto nel 1950 da un Billy Wilder che quell’anno aveva poca voglia di sorridere. Il film è quasi l’anello di congiunzione fra il cinema muto, rappresentato da Gloria Swanson, e il nuovo che avanza, che ha la faccia sana e yankee di William Holden. «Le grandi stelle non hanno età», afferma la protagonista. Come darle torto? Oppure Eva contro Eva (su YouTube Movies & Shows) di Mankiewicz, dove una sontuosa Bette Davis, interpreta un’attrice che lotta come un leone per non perdere parti, prestigio e soprattutto amore. «Che strana la carriera di attrice – dice la Davis a un certo punto della storia – Si lasciano cadere tante cose per arrivare in cima alla scala. Non si pensa che se ne avrà bisogno quando si vorrà tornare a essere donne».

Humphrey Bogart e Lauren Bacall ne La Fuga, Delmer Daves 1947
Cary Grant in “Notorious, l’amante perduta”, Alfred Hitchcock 1948
Jack Lemmon e Shirley MacLein in “L’appartamento”, Billy Wilder 1960

Le vecchie commedie americane, materia densa è sterminata, sono il miglior antidoto trovato finora contro il virus. Io trovo sollievo nel volto signorile e charmant di Cary Grant. Uno che in vita si è sposato cinque volte, ha avuto una liaison con Sophia Loren e ha attraversato quattro decenni di cinema recitando sempre (o quasi) in capolavori. Arsenico e Vecchi Merletti e Susanna! negli anni Trenta; Il Sospetto negli anni Quaranta, Caccia al Ladro, Intrigo Internazionale e Operazione Sottoveste negli anni Cinquanta; Il Visone sulla pelle negli anni Sessanta. Sempre impeccabile, inappuntabile. Ironico e seducente. Come in Caccia al ladro del 1955 (su Chili, iTunes, Rakuten, Google Play) dove Grace Kelly, mica una qualunque, gli fa il filo facendo la preziosa, e lui la liquida dicendo «ho lo stesso interesse per i gioielli di quanto ne ho per i cani di razza, la poesia moderna e le donne che cercano morbose emozioni, ossia nessuno». In Indiscreto del 1958 (su Timvision), visto qualche sera fa, invece interpreta un diplomatico della Nato che conquista il cuore di Ingrid Bergman, attrice delusa da tonnellate di amori senza lieto fine. In una scena lui aspetta lei per cenare.  «Mangia, finché è caldo», dice la Bergman. E lui: «No, ti aspetto». E di nuovo lei: «Mangia, l’educazione rovina le pietanze». Un capolavoro di delicatezza. Di Cary Grant, che tanto mi ricorda mio nonno materno, il collega Burt Reynolds diceva: «Era toccato dagli dei. Quando entrava in una stanza, eri costretto a guardarlo. Piaceva agli uomini come alle donne, e questo è incredibilmente raro». Vero.

Un’altra pellicola che scalda come un plaid di cachemire e fa passare tutta la paura è L’appartamento (su Google Play Film e Rakuten Tv) dieci nomination all’Oscar e cinque statuette vinte. Girato da Wilder nel ’60, ha come protagonista un goffo Jack Lemmon che s’innamora di Shirley MacLaine che però ama un altro. Lei soffre, si strugge e tenta il suicidio. Lui la salva. «Il dottore ha detto che ci vogliono quarantott’ore per togliersi dal sangue quella roba», dice Lemmon. «Mi domando quanto ci vuole a togliersi dal sangue qualcuno di cui si è innamorati. Se inventassero una specie di lavanda anche per quello…», risponde MacLaine.

E poi c’è Hitchcock, il punto di equilibrio di ogni cosa. Quale occasione migliore di una quarantena per ripassare la sua filmografia? Dai primi film inglesi fino a gioielli come Uccelli, Psycho, La finestra sul cortile, La donna che visse due volte, Delitto perfetto. Fuori tutto è precario, qui tutto è perfetto. Attori, sceneggiatura, costumi. Perfino i cattivi sono ineccepibili. Cercare ristoro in un maestro del brivido è un paradosso, eppure funziona. C’è Joan Fontaine che, in Rebecca, la prima moglie (su YouTube) sogna di imbottigliare i ricordi come profumi: «Vorrei che non svanissero mai nell’aria, in modo da poter stappare la bottiglia ogni volta che lo volessi e poter far rivivere il passato aspirandola». O Robert Walker che ne L’altro uomo (su Google Play Film e YouTube) confessa il suo desiderio di imbrigliare l’energia vitale: «Quella atomica in confronto sembrerà come una bomba carta», spiega al senatore Morton. «Io sto già sviluppando la mia facoltà di vedere a milioni di chilometri, ma c’è di più. Sapete che un giorno sentirò il profumo di un fiore del pianeta Marte?». Ma è ancora una volta Cary Grant, star di Notorious – L’amante perduta (su YouTube) ad offrirci la lezione finale. Ingrid Bergman è stata avvelenata, ha paura. Ma Grant, le fa da angelo custode. «Fingi che non ci sia pericolo e la paura scomparirà», le dice. Già, magari funziona davvero.

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