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18:09 giovedì 17 settembre 2026
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.
Stati Uniti e Israele hanno concluso una delle più grosse compravendite di una delle più grosse bombe di tutti i tempi Bombe che pesano tutte almeno una tonnellata, pensate per distruggere edifici interi e che quando esplodono lasciano crateri profondi 15 metri.
Macklemore ha donato tutti i soldi guadagnati nel tour di Ed Sheeran a organizzazioni umanitarie che aiutano i palestinesi Un milione di dollari a sei diverse organizzazioni umanitarie. «Una vita palestinese non vale meno di qualsiasi altra vita sulla Terra», ha detto.
JD Vance si è lanciato in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».
Se sei l’erede di una grande dinastia della moda italiana e ti serve un direttore creativo per il tuo brand, chiami Dario Vitale Dopo l'esperienza da Versace, Dario Vitale diventa il primo creativo esterno ad assumere la guida di Emporio e degli accessori Giorgio Armani, segnando la prima vera svolta della maison dopo la scomparsa del fondatore.
Nonostante gli scienziati dicano che non funzionerà mai, diverse persone stanno pagando 200 mila euro a un’azienda australiana per far congelare i loro cadaveri nella speranza di essere resuscitati in futuro L'azienda si chiama Southern Cryonics, si trova a Holbrook, nel New Souther Wales, e ai suoi clienti propone "a chance of life extension".
Per salvare i suoi cittadini dal brainrot, Singapore ha deciso di pagarli per leggere almeno 15 minuti al giorno Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.
Dopo che Ed Sheeran ha cacciato Macklemore dal suo tour per aver urlato Free Palestine dal palco, tutti i musicisti che lavoravano al tour lo hanno abbandonato per protesta Finneas O'Connel, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga si sono ritirati dal Loop Tour subito dopo la cacciata di Macklemore, in aperta polemica con Sheeran.

Gli anni dark di Roma

La mostra fotografica di Dino Ignani al Museo di Roma in Trastevere fino al 10 novembre racconta per immagini un momento straordinario di anticonformismo.

04 Ottobre 2024

C’è un momento d’oro della Dolce Vita romana che è tinta di black, l’anno di grazia è il 1980 e seguenti, e gira attorno a una serie di discoteche come una costellazione nel cerchio magico del cielo notturno capitolino. Intanto, chiariamo che “Dolce Vita” qui non ha nessuna continuità con quella eternata dal film felliniano, e “black” lo usiamo per indicare più che altro il colore, il gusto e le fogge dei vestiti anziché il sound afroamericano. Non c’è nostalgia ma il bisogno sincero di chiamarle per nome, queste stelle del firmamento delle notti magiche della Capitale. Uonna Club, Black Out, Piper, Supersonic, Olimpo, X-Club, Angelo Azzurro, una serie di locali storici dedicati alla musica new wave, metal, rock, punk rock, psichedelia e dark in quel decennio. Chi al Uonna e soprattutto al Black Out era sicuramente di casa fu il fotografo Dino Ignani, che incontro in una visita ad personam nel Museo di Roma in Trastevere alla sua personale Dino Ignani. 80’s Dark Rome curata da Matteo Di Castro.

Per alcuni di questi locali – come usava – la serata dedicata ai generi di cui parliamo era una soltanto, poi si proseguiva nel mainstream della disco commerciale. Ma c’erano poi luoghi “resident” dove i “darkettoni” o i “metallari”  si sentivano di casa. D’altro canto, come scrive Daniela Amenta in un suo piccolo saggio contenuto nel catalogo della mostra (edito da Viaindustriae Publishing), si andava avanti «tutti assieme appassionatamente. Perché sia detto: Roma non ha mai avuto uno stile preminente. E neppure una voce, una sola almeno». Questo è stato il suo bello sempre: essere di tendenza senza essere una tendenza. Punk, Skin, Wavers, Mods, Metallari, Rockabilly: c’era un mondo che cercava futuro in mezzo alle pagine polverose di una città poco disposta all’universalità se non quella più conformista del Dio, Patria e DC (il monocolore scudocrociato dei sindaci si era interrotto solo da poco, nel 1976, con lo storico dell’arte Argan, di sinistra per quanto Indipendente) e Dino era lì con la sua 35mm in un angolo dei locali ad attenderli per una foto. Ma si renderà conto, Dino, di aver fotografato e salvato quindi dall’anonimato una generazione intera, quella della dark new wave anni ’80?

«Non saprei dirti. La consapevolezza di sicuro allora non c’era. C’era però una fila di persone che voleva farsi fotografare e c’era una gran voglia di farsi vedere e di vivere. Si usciva dagli Anni di piombo e si sentiva la spinta a uscire tutte le sere. Io ero più grande di questi ragazzi di una decina d’anni. Non conoscevo troppo la musica di quel periodo, Siouxsie and the Banshees, Smiths e Cure che in quelle serate non mancavano mai. Ero un ascoltatore progressive, in origine, ma passando in quei locali ho apprezzato piano piano quella musica che si stava affacciando».

Ignani lo conoscono tutti per le foto degli scrittori, un archivio sterminato di grandezze “posate”. Se non ci fosse stato Dino pochi conoscerebbero lo sguardo tenero e distante di Amelia Rosselli in mezzo ai cuscini, lo spavaldo occhio di Dario Bellezza sotto al suo cappello da pescatore o l’eleganza lucida e impassibilmente ironica di Giorgio Bassani che sembra attendere una telefonata che non arriverà mai. Ma Dino, se leggi sul pannello il suo anno di nascita, capisci che grazie a quelle foto dei movimenti di tendenza anni ’80 ha siglato un patto col diavolo, e oggi è ancora lì pieno di energia e sempre più consapevole della storia che maneggia, e delicato nelle sue cautele. «Questa foto è meglio che non te la do, di questo è meglio che non lo scrivi il nome», eppure tra Roberto D’Agostino, Porpora Marcasciano e Pino Strabioli c’è, tra le foto della mostra, un pezzo di storia che viaggia per ritratti in bianco e nero di quella club culture romana.

Già nel gennaio del 1985, i Dark Portraits conquistano per la prima volta uno spazio pubblico, quello di Palazzo Braschi, e tre mesi dopo compaiono sul mensile Rockstar, ad accompagnare un articolo di Roberto D’Agostino intitolato “Gente di notte”. Oggi il progetto di Ignani è tra i vincitori del bando “Piano per l’Arte Contemporanea”, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura 2022-2023, e il lavoro è entrato così a far parte delle collezioni permanenti della Sovrintendenza Capitolina di Roma Capitale e del Museo. Il successo non è solo l’ingresso nella storia della fotografia, ma anche un’inaugurazione-evento con musica fino a tardi e tanti che si sono venuti a specchiare negli scatti di 40 anni prima.

Ignani, all’epoca, veniva dall’attivismo politico. Ma, se tempo prima avrebbe rifiutato quel mondo così come, ad esempio, si rifiutavano i paninari, ne era stato quasi catturato. Lo aveva colpito la stravaganza sartoriale, improvvisata e che, se era studiata, lo era in maniera autodidatta, aprendo l’armadio dei nonni. La genesi del lavoro fotografico è altrettanto lasciata al caso: «Le cose andarono così: io frequentavo una vineria che si chiamava Fidelio, dietro la Casa di Dante, su viale Trastevere, gestito da un tedesco, Walter. Senza appuntamenti ci si vedeva lì. Su questi ampi tavoli comuni si faceva facilmente amicizia. Alcuni dark – Klarita, Rebecca, Edith, Klaus, Guido che poi sarebbero diventati quelli più fotografate nel mio lavoro – senza un motivo e non si sa venendo da dove, hanno iniziato a frequentare quel locale. Chiacchierando con loro mi sono incuriosito e così ho iniziato a seguirli nelle “loro” discoteche, club, video-bar».

È stata una frequentazione laterale, qualcuno l’ha definita una ricerca antropologica. Delle volte sembrava quasi un lavoro da schedatura poliziesca, come la coda di un impegno da servizi segreti. «Di certo quella per me», continua Dino, «era l’espressione di un incontro tra mondi diversi: io con le borse di Vera Tolfa, le giacche, l’eskimo, e loro con tutta la loro creatività». Una ricerca estetica originale suggerita da un immaginario estetico che era per lo più individuale. Non avevano più un modello. Il “noi” era diventato un “io”. Un passaggio del tempo – per chiudere il sillogismo – che oggi trova piena risoluzione in questi fotoritratti senzatempo e, in “loro”, si manifesta epifanicamente quel che siamo diventati “noi”.

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