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I distributori indipendenti americani riporteranno al cinema i film che non ha visto nessuno a causa del Covid Titoli molto amati da critici e cinefili – tra cui uno di Sean Baker e uno di Kelly Reichardt – torneranno in sala per riprendersi quello che il Covid ha tolto.
La presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan ha nominato il nuovo governo e ha fatto ministri tutti i membri della sua famiglia In un colpo solo ha sistemato due figlie, un nipote, un genero, un cognato e pure un carissimo amico di famiglia.
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In Francia è scoppiato un nuovo, inquietante caso di “sottomissione chimica” simile a quello di Gisèle Pelicot Un funzionario del ministero della Cultura ha drogato centinaia di donne durante colloqui di lavoro per poi costringerle a urinare in pubblico.
Dopo quasi 10 anni di attesa finalmente possiamo vedere le prime immagini di Dead Man’s Wire, il nuovo film di Gus Van Sant Presentato all'ultima Mostra del cinema di Venezia, è il film che segna il ritorno alla regia di Van Sant dopo una pausa lunga 7 anni.
Un esperimento sulla metro di Milano ha dimostrato che le persone sono più disponibili a cedere il posto agli anziani se nel vagone è presente un uomo vestito da Batman Non è uno scherzo ma una vera ricerca dell'Università Cattolica, le cui conclusioni sono già state ribattezzate "effetto Batman".

Crash Bandicoot e la nostalgia Millennial

Cosa c'è di rilevante nel ritorno del titolo che ha segnato la storia di PlayStation e l'immaginario generazionale dei trentenni.

29 Giugno 2017

Se esistesse un metro della malinconia dei nati negli anni Ottanta, la sua unità di misura sarebbero i ventennali: in questo periodo abbiamo celebrato i vent’anni dal primo Harry Potter, i vent’anni dai Pokemon, i vent’anni del Tamagotchi, i vent’anni da quando eravamo abituati a vedere certi tascabili Feltrinelli nelle librerie di case più e meno “di sinistra”, e tra poco avremo i vent’anni dalla prima messa in onda di Dawson’s Creek. Tutto ha vent’anni perché noi non li abbiamo più: la generazione che più di ogni altra ha mitizzato il suo coming of age è finalmente cresciuta, e la sua nostalgia ha iniziato a informare i suoi consumi culturali. Tra le altre cose, un ventennio canonico fa una sgangherata casa sviluppatrice basata a Los Angeles, Naughty Dog, pubblicava Crash Bandicoot, un altro nome emotivamente caro ai trentenni di oggi, quelli che dal 30 giugno compreranno la nuova versione ridisegnata e celebrativa del videogame, Crash Bandicoot N. Sane Trilogy.

Per chi si fosse perso questa significativa parentesi della storia videoludica e umana, la spiegazione della serie reciterebbe più o meno: Crash è un bandicoot («un peramele antropomorfo», dice in realtà l’immancabile database wiki ad hoc) che riesce a sfuggire agli esperimenti malvagi di due scienziati pazzi e di statura assai ridotta, Neo Cortex e Nitrus Brio, che da tre isolette dell’emisfero australe vogliono conquistare il mondo grazie all’Evolvo Ray, un raggio capace di rendere gli animali antropomorfi e loro fedeli servitori. Crash riesce a sfuggirvi, rimane antropomorfo ma è intatto, buono, e da allora inizia la sua strada per tornare al castello dei cattivi e sconfiggerli. La storia di Crash Bandicoot non è secondaria, perché Crash Bandicoot è il primo videogioco a essere costruito attorno a una storia, uno dei titoli cardine di quella nuova console presentata poco tempo prima da Sony: PlayStation.

crash

Per festeggiare il ritorno del marsupiale protagonista del platform più famoso di sempre, il sito Polygon ha pubblicato un lungo pezzo di approfondimento, una “oral history” che inizia nella stanza di un hotel di Las Vegas nel 1995, in occasione del Ces di quell’anno. Nella stanza ci sono Jason Rubin e Andy Gavin, due ventiquattrenni che hanno appena fondato la loro società di produzione di videogame nel retro degli uffici della Universal a L.A., chiamandola Naughty Dog, e Taylor Kurosaki e Bob Rafei, i loro primi giovani impiegati, specialisti in effetti visivi. La camera, oltre agli emissari di Sony, ospita anche una scatola grigia scura delle dimensioni di una piccola cassetta di frutta. In quel momento Rubin e Gavin non lo sanno, ma nel giro di breve insieme conquisteranno il mondo: a novembre del 2003 Crash Bandicoot avrà già venuto poco meno di 7 milioni di copie nel mondo, sarà diventato il primo titolo non-giapponese a ricevere il Gold Prize nipponico per i videogiochi che vendono più di 500 mila copie nel Paese, e avrà passato più di due anni nella top 20 dei titoli per PlayStation più venduti della rilevante classifica Npd. Di fatto, spiegano i suoi creatori, Crash diventerà un sinonimo di PlayStation, senza che Sony possa dire la propria.

La storia della produzione e l’affermazione mondiale della saga ha i contorni dell’imprevisto: due ragazzi che fino ad allora avevano prodotto giochi tuttalpiù di fascia media (Rings of Power, Way of the Warrior) salgono sulla Honda Accord di Andy Gavin, prendono con loro il cane di Jason Rubin e, da Boston, partono alla volta della California, dopo aver sottoscritto un accordo con la nuova divisione videogame di Universal. Raccontano di aver parlato per quaranta ore del loro prossimo gioco, qualcosa che «doveva essere in 3D», dice Gavin, il programmatore del duo, pur mantenendo la familiarità di titoli come Donkey Kong Country, che finora erano stati tutti in due dimensioni e a scorrimento da sinistra a destra. La soluzione era cambiare la prospettiva, e quindi l’intero ecosistema grafico: Crash – all’inizio doveva chiamarsi Willy the Wombat – sarebbe stato ripreso di spalle, con un mondo tridimensionale a estendersi davanti a lui e al suo manovratore (tanto che, scherzando, i due ragazzi avevano usato come titolo di lavoro un eloquente Sonic’s Ass). Mettere insieme tutto non è stato facile, e forse il gioco non sarebbe mai nato senza una serie di intuizioni pioneristiche: far prevalere le ombre sulla texture nella definizione dei personaggi, disegnare i livelli con Photoshop e sfruttare la memoria Ram e il nuovo formato del cd-rom senza sovraccaricare le capacità della nuova console. Il primo Crash era composto di 532 poligoni – nel modello proposto doveva averne tassativamente meno di 600 – e i primi nemici erano giocoforza figure semplici: le tartarughe di Crash Bandicoot, ad esempio (quand’erano più di due ad apparire in contemporanea, tuttavia, Rubin ammette che «era un problema»).

nsane

Lavorando «da 16 a 18 ore al giorno, sei giorni la settimana», il team Naughty Dog – allora composto da programmatori che avevano rifiutato offerte migliori, eclettici tecnici habitué di Hollywood e surfer californiani – è riuscito a stupire Sony con la sua prima uscita, peraltro infischiandosi dei suoi diktat di standard di programmazione. Crash era pronto, e noi eravamo pronti a giocarci: da allora è passato in centinaia di migliaia di portacd, sotto forma di raccoglitori oggi dimenticati o in collezioni dall’aspetto impeccabile già in odore di modernariato. Chi c’era, ricorderà i miei stessi pomeriggi dei tempi delle medie a raccogliere frutti wumpa ed evitare casse esplosive. L’età dell’oro di Crash Bandicoot inizia e finisce con gli anni Novanta: Crash Team Racing, il Mario Kart coi protagonisti del platform, esce nel 1999. Poi Naughty Dog si mette al tavolo a contare gli incassi e decide di reinvestirli altrove; la licenza passa per le mani di una decina di software house, tra le quali Activision, che tra il 2006 e il 2008 ha la pessima idea di ridisegnare non solo il gioco ma anche le fattezze dei suoi personaggi, allontanando i fan della serie. È la stessa Activision che questa settimana pubblica Crash Bandicoot N. Sane Trilogy, un doveroso ritorno alle origini, nonché una specie di simbolica resa alla nostalgia Millennial.

Nelle immagini: nel testo schermate di gioco del primo Crash Bandicoot (1996) e di Crash Bandicoot N. Sane Trilogy (2017)
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