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21:44 lunedì 20 aprile 2026
Sono stati ritrovati i Piss Poems di Sufjan Stevens, il blocchetto in cui da giovane il cantautore scriveva una poesia ogni volta che gli scappava la pipì A lungo si è pensato non esistessero affatto o fossero andati perduti. Ora un ex collega universitario di Stevens ha rivelato di averli conservati per anni.
Nel programma della Scala di quest’anno c’è anche il cineconcerto di di Fellini E per i prossimi tre anni i cineconcerti saranno stabilmente parte degli spettacoli del Teatro: nel 2027 ci sarà Tempi Moderni di Chaplin e nel 2028 un concerto dedicato ai film di Ennio Morricone.
L’AI sta facendo perdere il lavoro a così tante persone che si inizia a parlare di mega layoff, cioè di mega licenziamenti A quanto pare sta diventando un vero e proprio "trend" tra le aziende, tanto che molte licenziano anche se non sono in difficoltà economiche.
È stato annunciato un altro sequel di Top Gun e ovviamente anche stavolta il protagonista sarà Tom Cruise Del film si sa ancora pochissimo, ma l'unica conferma che importa davvero c'è già: Maverick non va in pensione, nemmeno a 63 anni.
Secondo il Financial Times la crisi abitativa di Milano ormai è più grave anche di quella di Londra I prezzi delle case in città sono aumentati del 57 per cento nell’ultimo decennio, mentre gli affitti sono saliti di oltre il 70 per cento.
Gli Strokes hanno usato il palco del Coachella per denunciare tutti i crimini che gli Usa hanno commesso nel mondo dagli anni ’50 a oggi Lo hanno fatto con un video in cui mostravano i colpi di Stato in Cile, Bolivia, Congo (solo per citarne alcuni) e poi i bombardamenti su Gaza e Iran.
Il biopic su Kate Moss è in realtà la storia del ritratto che Lucien Freud fece a Kate Moss S'intitola Moss & Freud e racconta la tormentata realizzazione del celebre ritratto Naked Portrait.
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.

Come la Britannia è diventata uncool

La musica più ascoltata in Uk non ha rappresentanza politica: i laburisti si sono rintanati nel rap, il resto rimpiange la Cool Britannia.

26 Febbraio 2019

È l’era della paura. O forse della nostalgia. O più probabilmente della nostalgia dei tempi passati per paura di quelli futuri. È la chiave della retorica populista e sovranista. Ma non soltanto di quella. Perché c’è nostalgia anche tra i cosiddetti moderati. «Un motore alimentato soltanto dalla nostalgia o dalla rabbia prima o poi si inceppa», ha raccontato qualche mese fa in un’intervista al Foglio Alastair Campbell, l’ex spin doctor di Tony Blair. «Questi sentimenti non sono un carburante che dura nel tempo, tutti noi abbiamo bisogno di un sogno per domani». Ce l’aveva con la deriva radicale e secondo lui senza visione proattiva per il futuro del Partito laburista sotto la leadership di Jeremy Corbyn. Se a destra ancora si ragiona con gli schemi di Margaret Thatcher, che dal numero 10 di Downing Street uscì nel 1990, a sinistra il salto all’indietro è stato ancora più ampio, verso gli anni Sessanta-Settanta. «Come si può avere una visione se si è impantanati nella nostalgia?», chiede Campbell, oggi al fianco di quel gruppetto di deputati laburisti nostalgici dei tempi blairiani che ha deciso di lasciare il partito per incompatibilità con il leader e fondare la formazione centrista ed europeista The Independent Group.

“Things can only get better” (“Le cose non possono che andare meglio”), il singolo della band nordirlandese D:Ream che fece da colonna sonora alla campagna elettorale trionfale di Blair nel 1997, è soltanto un ricordo. Come lo sono la Cool Britannia, il Britpop con le Spice Girls, gli Oasis (che pure loro hanno litigato), i Blur (quelli di «Woo Hoo», in realtà “Song 2”, la canzone del videogioco FIFA 98), gli stilisti britannici che dominavano le passerelle e, sì, pure l’ottimismo di quei tempi cancellato dalla violenza del dibattito pubblico sulla Brexit. Ma non soltanto sulla Brexit.

The Independent Group ci sta riprovando ma l’operazione è complicata, perché l’aggettivo «blairiano» ai tempi di Corbyn è visto come un pesante insulto. Non resta loro che una strada: quella della visione. Ma quale visione se mancano riferimenti culturali? Abbiamo fatto gli esempi di “Things can only get better” e della Cool Britannia. Ecco, oggi la musica più ascoltata nel Regno Unito non sembra avere un peso nella politica. Non ce l’hanno Dua Lipa, Calvin Harris, The 1975, Drake e Pink, tutti trionfatori dei recenti Brit Awards 2019. L’unico un po’ impegnato è Ed Sheeran, vincitore del Global Success Award all’evento dell’O2 Arena. A fine 2017 spiegò in un’intervista al Sunday Times la sua scelta di lasciare la politica fuori dalla sua musica ma spese anche belle parole per Corbyn, il politico «che si preoccupa per gli altri».

Dua Lipa ai BRIT Awards del 2019, il 20 febbraio 2019 a Londra (foto di Daniel Leal-Olivas/Afp/Getty Images)

Sembrava quello, l’autunno delle conferenze di partito del 2017, il periodo del nuovo rapporto tra politica e musica. E invece è saltato tutto. Da una parte, il laburista Jeremy Corbyn non è stato in grado di capitalizzare e rendere mainstream il sostegno ricevuto, a suon di video sui social network, durante le elezioni del giugno di quell’anno dalla scena rap e soprattutto da quella grime (l’ultimo prodotto della cultura urban di Londra). Fu fondamentale per portare i giovani alle urne e l’allora sessantottenne Corbyn a tenere un appassionato discorso, poche settimane dopo il voto, al festival di Glastonbury.

Dall’altra parte, invece, il Partito conservatore ha dovuto fare i conti con le proteste di pesi massimi come Calvin Harris e Florence Welch, quella dei Florence and the Machine. Durante la conferenza dell’ottobre 2017, infatti, i Tories fecero irritare i due perché tra le colonne sonore dell’evento scelsero “You’ve got the love” dei Florence and the Machine e “This is what you came for” di Calvin Harris e Rihanna. I partiti britannici possono utilizzare le canzoni che vogliono senza la necessità di ottenere un permesso dagli autori in quanto i centri che ospitano le conferenza sono spazi pubblici. Ovviamente, agli artisti vengono riconosciuti i diritti d’autore. Ma questo non è bastato a Calvin Harris e Florence Welch che, come fecero Adele, i Rem e gli Aerosmith nei confronti di Donald Trump, hanno sentito l’obbligo di dissociarsi dall’utilizzo della loro musica fatto dalla destra.

Florence Welch dei Florence and the Machine il 9 dicembre 2018 a Inglewood, California. (foto di Emma McIntyre/Getty Images for KROQ/Entercom)

E la situazione a destra è ancora più preoccupante se si pensa a quelli che il premier Theresa May nel 2014, quando era la donna di ferro alla guida del ministro dell’Interno del governo di David Cameron, scelse gli album da portare su un’isola deserta. Raccontandosi a Bbc Radio 4 indicò “Walk like a man”, della produzione di Broadway dei Jersey Boys, l’inno eucaristico di San Tommaso d’Aquino “Pange lingua” e tra un Edward Elgar e un Wolfgang Amadeus Mozart, “Dancing Queen” degli Abba, sulle cui note si è presentata ballando al congresso di ottobre in una stagione congressuale, quella del 2018, povera di contenuti.

Allora fu sbeffeggiata per la sua danza un po’ robotica (è da diverso tempo che il settimanale conservatore per eccellenza, lo Spectator, l’ha soprannominata Maybot, per la freddezza e la troppa facilità a resettarsi dopo le sconfitte). Certo, che la musica sia più vicina alla sinistra non è una novità. Ma se il Partito laburista di Jeremy Corbyn è riuscito almeno a conquistare i giovani a suon di rap, i conservatori sembrano lontanissimi dai tempi in cui l’allora premier David Cameron, era il 2012, confessava al Sunday Telegraph di ascoltare Lana Del Rey ma anche Bruno Mars e Katy Perry per via dei figli che avevano iniziato a «infestare» il suo iPod, prima fatto di Radiohead e Pink Floyd.

Con i laburisti rintanatisi nel rap, i conservatori rimasti indietro (e dire che uno dei punti centrali nell’agenda di Theresa May da premier è dare speranza agli ultimi, ai dimenticati, a chi è rimasto indietro nella globalizzazione), in mezzo, in quel centro che vorrebbe rappresentare il 48% dei britannici che nel 2016 votò Remain nel referendum che diede il via libera alla Brexit, c’è soltanto nostalgia e nessun riferimento culturale. E il motore, se fatto solo di nostalgia o rabbia per un voto finito diversamente da ciò che ci si augurava, si inceppa.

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